JAUME CABRÉ.
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LE VOCI DEL FIUME.
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Parte 2.
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Titolo originale: Les veus del Panamo.
Traduzione di: Stefania Maria Ciminelli.
2007. Editrice La nuova frontiera, ROMA.
Collezione Liberamente. 
ISBN 978-88-8373-101-3. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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17.
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Fu la cena più travagliata che Tina ricordasse mai. I suoi due uomini, con gli occhi bassi,
mangiavano in fretta la minestra e lei li guardava e cercava di iniziare un discorso. Diceva sai quando ti
potremo venire a trovare, e Jordi proclamava duro, perché era distrutto, che non sarebbe mai andato a
trovarlo, quindi Arnau si rivolgeva a lei rispondendole non lo so esattamente ma appena lo so ve lo
dico: mi farà molto piacere vedervi. O vederti. Un altro quarto d'ora di silenzio digerendo quel o vederti
che potrebbe voler dire escludere Jordi dalla conversazione, dal futuro. Quando ebbero finito, lei ruppe
il silenzio dicendo non so, non ti immagino vestito di nero, con un messale in mano, passeggiando o
cantando nel coro. È così strano che mi sembra che tu mi stia facendo diventare nonna; fu l'unico
momento dell'Ultima Cena in cui Arnau rise. Scoppiò proprio a ridere e Tina era sicura che Jordi si
fosse trattenuto solo perché era così testardo da non poter smettere di interpretare la sua parte quindi,
benché gli dispiacesse, non poteva scherzare. Ebbe così poco tatto da dire, mentre finiva la frittata, ti
mancheranno le donne.
«Sì. Lo so.»
«E allora perché lo fai?»
«Per altri motivi.» Bevve un sorso d'acqua: «Non so se ti interessano.»
«A me sì» Tina, con un filo di voce.
Allora Arnau parlò loro, come Gesù ai suoi discepoli, della comunione dei santi, del valore
della preghiera, dell'ora et labora, del senso che lui dava alla vita monacale; lui la chiamava scelta
monastica. Del valore delle ore canoniche, del senso della liturgia, del fatto che chiedeva di entrare
nell'Abbazia di Montserrat per vivere nel monastero, a partire da quel momento, per tutta la vita. Che
non sapeva se l'avrebbero scelto per ordinarlo sacerdote: ma l'importante era farsi monaco. E quando
aveva detto per tutta la vita a Tina sembrava che avesse detto per tutta la morte, e sentì il canto di una
pietra tombale come quelle di Serrallac che si chiudeva con un bum che risuonava in una navata buia e
sconosciuta. Arnau parlava serenamente, con il tono calmo che sempre aveva, senza voler dare lezioni
a nessuno, comunicando loro la sua intima gioia di iniziare quel nuovo stato di vita; e no, preferiva
andarci da solo, era molto meglio. No, davvero, no. Non voleva che lo accompagnassero. I suoi
genitori, giocando in silenzio con qualche mollica di pane sparsa sulla tovaglia, senza osare guardarsi
in faccia, ascoltavano il figlio pensando entrambi, con grande pena, come l'hanno potuto abbindolare
con queste storie, mio Dio, la comunione dei santi, lui che sembrava un uomo sereno, intelligente, colto
e serio. In nome di che, mio Dio, e perché accidenti gli hanno rigirato in questo modo il cervello questi
santi palpeggiatori di anime.
Lavarono i piatti in silenzio. Scartarono l'idea di guardare qualcosa in televisione perché non si
addiceva alla situazione, si sedettero sulle poltrone e Jordi accese la pipa. Stettero per un po' tutti e tre
in silenzio, ma non era un silenzio imbarazzante. Al massimo, era il loro modo burbero di dirsi addio,
perché sembra che non tornerai mai più a casa, se mai tuo padre ed io continueremo ad avere una casa
insieme. Quando Jordi stava per finire la pipa, Tina sentì la fitta, tre giorni senza dolore e proprio oggi.
Scacciò la nuvola nera dalla memoria, si alzò e uscì dal soggiorno. Dallo studio sentì vagamente Jordi
che diceva entrando in un monastero perderai la ricchezza del meticciato culturale in cui siamo sempre
più immersi. Arnau rispose a voce così bassa che lei non riuscì a cogliere la frase. Che rompipalle,
Jordi; non sa proprio che dirgli. Come me. Io gli direi se entri a Montserrat perderai una donna che ti
amerà moltissimo. E mi farai morire di dolore. Ma questo non glielo posso dire. Tina tornò in
soggiorno con un pacchetto in mano.
«Per te.»
Lo diede ad Arnau, che aveva reagito con stupore. Il ragazzo lo scartò incuriosito quanto Jordi
che non ne sapeva niente. Era un album delle migliori fotografie che aveva fatto a suo figlio nel corso
di vent'anni, dal primo sbadiglio in clinica (oh, che orgoglio essere madre, responsabile della vita di un
essere umano) fino all'estate precedente, quando era tornato con la pelle bruciata dal sole dal campo di
lavoro dell'oennegi francese che operava in Bosnia. In questa foto, era accanto a un Jordi sorridente che
stava già trescando con non so ancora chi perché Renom l'aveva già visto a Lleida quando in teoria non
doveva essere lì.
Arnau guardò attentamente le fotografie. Lei era convinta di essere riuscita addirittura a
commuoverlo; ma il ragazzo non lo volle dare a vedere. Notò che era passato molto in fretta sul ritratto
dei diciotto anni, quell'inquadratura con uno sfondo di abeti e un nevaio, e gli occhi di Arnau rivolti
verso il sogno, bellissimo, mio figlio, l'ho partorito io; un ritratto che era motivo di orgoglio. Un figlio
che era motivo di smarrimento.
Andarono a dormire tardissimo, come se non volessero che questo silenzioso momento di tutti e
tre insieme potesse mai finire. Tina riconobbe che Jordi si era comportato in modo quasi decente, senza
fare scenate, trattenendosi sicuramente per quando si sarebbero ritrovati soli. Non volle andare a letto
quando ci andò lui.
«Vi chiamerò» disse Arnau mettendo la sveglia.
«Non capisco perché te ne devi andare così presto.»
«Buona notte, Arnau.»
«Buona notte, papà.» E diede un bacio dolcissimo a sua madre prima di chiudere la porta della
stanza. «Grazie per le foto» le disse. «Mi hanno fatto molto piacere.»
Appena entrato in camera sua, Arnau si sedette sulla sponda del letto e cominciò
inconsciamente ad accarezzare Juri, che ci si era piazzato in mezzo. L'animale emise un miagolio triste
e si avvicinò ad Arnau. Questi ebbe allora una specie di rivelazione e disse lo so che non ti rivedrò mai
più, Juri Andreevic. I miei genitori li rivedrò. Ma te, no. Dopo aver fatto il duro per tutta l'Ultima Cena,
le Ultime Chiacchiere del Dopocena, l'Ultimo Lavaggio di Piatti, l'Ultimo Regalo delle Fotografìe della
Vita, la tristezza sgomenta di sua madre, la rabbia disarmata del padre... adesso il fatto di accarezzare
Juri gli aveva provocato una lacrima non calcolata e di nuovo pensò non ti rivedrò mai più, Juri
Andreevic, perché sei molto vecchio. Il dottor Zivago, scosso dall'emozione, rispose con un energico
sbadiglio e saltò di scatto giù dal letto all'inseguimento di un rumore sconosciuto, perché con il ragazzo
di casa non parlava.
Che farò, adesso? pensava Tina, seduta davanti al computer, mentre aspettava di sentire Jordi
russare. Senza figlio, senza marito. Aprì la cartellina che le aveva dato Joana e trovò il racconto della
morte di Oriol Fontelles. Lo rilesse. Si intrattenne a scrutare, con una lente di ingrandimento, il volto
dei due falangisti nella fotografìa color seppia. Tutti e due in perfetta uniforme. Quello che immaginava
fosse Oriol, perché appariva più giovane, era molto alto e con i capelli in disordine. L'altro era un uomo
maturo, abbronzato, con i capelli stirati indietro e i baffi sottili e ben disegnati. Rilesse l'articolo,
l'uomo onesto, il maestro laborioso, l'eroe e martire. Volle immaginarsi quella morte per non pensare
ad Arnau. Le venne in mente di rileggere i quaderni trovati nella scuola, scritti con quella grafia piccola
e ordinata. Jordi non russava ancora. Cara figlia che non so come ti chiami. Cominciava così. Cara
figlia che non so come ti chiami ma che so che esisti perché ho visto una tua manina, piccola e dolce,
mi piacerebbe che quando sarai grande qualcuno ti facesse arrivare queste righe perché vorrei che le
leggessi. Ho paura di quello che potranno dirti di me, soprattutto tua madre. Perciò ti scrivo questa
lettera, che sarà lunga e che di sicuro, di sicuro, ti arriverà quando io sarò già morto. Non ti dispiacerà
tanto, perché non mi avrai conosciuto. Sai, ho l'impressione che questa lettera sia come la luce delle
stelle: quando ti arriverà io sarò morto ormai da molto, molto tempo. Cara figlia che non so come ti
chiami. Caro figlio mio, Arnau, che so come ti chiami ma non so come sei.
Fu allora che decise di trascrivere tutti e quattro i quaderni al computer. Di farli conoscere. Per
salvaguardare la memoria di un perdente. E decise anche che il giorno dopo, quando Arnau le avrebbe
dato l'Ultimo Bacio, lei gli avrebbe detto che gli voleva un bene dell'anima e di perdonarla per non
essere riuscita a fare di meglio. Che aveva paura di andare dal medico a sentire cosa le dicevano. Gli
avrebbe buttato lì tutto questo durante l'Ultimo Abbraccio. Ripose con cura i quaderni nella scatola e
andò a immergersi nel letto dove Jordi russava placidamente.
Fu la prima volta, che Tina ricordasse, che Arnau gli aveva deliberatamente mentito. Quando
alle sette e mezza la sveglia suonò per andare a scuola, constatarono sconsolati che il loro figlio se n'era
già andato in silenzio, da qualche ora, dalle loro vite.
18
L'aspettava in piedi, appoggiata al bastone. La domestica le lasciò sole e chiuse delicatamente la
porta. La signora Elisenda rivolse uno sguardo alla parete tra il triste e lo sconcertato. Come se avesse
ignorato la sua presenza, si sedette e guardò davanti a sé. Con il bastone fece un gesto che forse voleva
essere un invito a sedersi. Allora Tina capì che quell'anziana dallo sguardo così vivo era cieca. Si
sedette sul divano davanti a lei, imbarazzata. Mi potevano avvertire che la signora di casa Gravat era
cieca. Diede un'occhiata impune a tutto il salotto. Era confortevole, arredato con gusto. I quadri sul
fondo sembravano degli Urgell, dei Vayreda e dei Vancells ed era molto probabile che fossero
autentici. Vicino al camino, un mobile metà scrittoio metà canterano, pieno di fotografie incorniciate.
Sopra il camino, il ritratto di una giovane donna, bellissima, con le mani come colombe, che si
trattenevano dalla voglia di volare e tenevano amorosamente un libro. Dallo sguardo, dagli occhi, capì
che aveva davanti il ritratto della signora.
Entrò la domestica silenziosa con la teiera e due tazze da tè e cominciò a servirle. Finché non fu
uscita, la signora Elisenda Vilabrù non tornò ad affrontare Tina. Cominciò come se stessero parlando
già da tempo del tema.
«Cos'è questa storia di un libro di non so che.»
Tina tirò fuori dalla cartella uno dei quaderni di Oriol e lo aprì a caso.
«Più che un libro è un quaderno. Anzi, alcuni quaderni. Mi piacerebbe che gli desse
un'occhiata.» Glielo porse, ma lo ritirò subito, vergognandosi: «Mi scusi.»
«Di che parla?»
«Lei ha conosciuto Oriol Fontelles, no?»
Si fece un silenzio denso, pesante e aspro. Tina guardò imbarazzata da una parte e dall'altra,
come se si aspettasse di vedere entrare qualcuno, e chiuse il quaderno.
«Certo che lo conosco» disse la dama. Tina si accorse che, pur essendo molto magra, con il
volto devastato da ottantacinque anni di fila di vita, le si notavano i tratti della bellezza di un tempo che
resistevano a scomparire. «Che cosa vuole sapere?»
«Cerco sua figlia. E sua moglie, se è ancora viva.»
La signora Elisenda fece una pausa breve, brevissima, ma che l'altra colse al volo.
«Per quale motivo?» disse alla fine.
Le era persino cambiato il timbro di voce. Tina rimise silenziosamente il quaderno nella sua
cartella.
«No, niente... Sto facendo un libro di fotografia sulla zona del Pallars e...» La signora rivolse gli
occhi verso la sua voce e lei si sentì trapanata da quello sguardo morto, forte come quello di Arnau.
Tina si vide costretta a continuare:
«Quindi, no, io... Vorrei fare delle foto a casa Gravat.»
«Perché vuole parlare con la figlia del signor Fontelles?»
«Beh... Perché... Ho trovato delle lettere e...»
«Di Oriol?» Dopo un secondo di autocontrollo: «Del signor Fontelles?»
Silenzio. Entrambe stavano in guardia. Da molto tempo la signora Elisenda non si sentiva così
disorientata.
«Dove le ha trovate?»
«Mi vuole dire dove posso trovare la figlia di Fontelles o no?»
La signora Elisenda si alzò aiutandosi con il bastone. Da quando aveva sette anni e sua madre
era sparita di casa da un giorno all'altro, era abituata a dare ordini. Da quando ne aveva diciassette e suo
padre aveva dato per lei una festa di presentazione in società che aveva portato a Torena un mucchio di
politici e di finanzieri che non avevano mai messo piede in montagna perché insudicia le scarpe, era
consapevole del fatto che la sua intelligenza e la sua bellezza potevano fare strage tra gli uomini ed
esserle d'aiuto. A partire da allora, aveva capito che, sapendoci fare, avrebbe ottenuto sempre quello
che voleva. E perché lo capissero bene tutti gli uomini che cominciavano a girarle attorno, smise di
parlare con loro limitandosi a dare istruzioni. Fu un successo: tutti coloro che le stavano vicino
cominciarono a rigare dritto; persino suo padre e Josep. E Bibiana, seduta ai piedi del letto, bevendo la
sua infusione a piccoli sorsi, pensava io lo sapevo che la piccola è la più intelligente di tutti. Elisenda,
però, credeva di poter dominare il mondo e la vita, nessuno le diceva che ci sono momenti - lei ancora
non lo sapeva - in cui la vita pesa troppo e devi imparare a piegarti se non vuoi che ti si schianti l'aria
che ti circonda. A Elisenda era esplosa l'anima il venti luglio del trentasei, quando il gruppo di membri
della FAI di Tremp, informato, guidato e incoraggiato dagli assassini invidiosi del paese, aveva fucilato
suo padre e suo fratello e l'aveva portata sull'unica strada possibile, che era quella di non dimenticare
mai. Mai, Bibiana, te lo giuro.
«Mi dovrebbe far vedere queste lettere.»
«No. Sono personali e non la riguardano.»
«Non c'è niente di Oriol Fontelles che non mi riguardi.»
«Come?»
«Ho promosso, finanziato e seguito molto da vicino la causa di beatificazione e...»
«Come? »
La signora Elisenda si risedette. Aveva ripreso in mano la situazione e non voleva perderne di
nuovo il controllo.
«Questa primavera il santo padre proclamerà beato il venerabile Oriol Fontelles.»
«È uno scherzo.»
«Non ne ha sentito parlare?»
«Della beatificazione di Fontelles?»
«Certo.»
«No. Sono argomenti...» pensò fugacemente ad Arnau «lontani dai miei interessi.»
«Signora.» Il tono di voce, il volto, i gesti, tutto era cambiato in quella donna. «Oriol Fontelles è
stato un grande amico di casa nostra. Un grande amico in momenti difficili e un martire della Chiesa.»
Allungò una mano cieca: «Per questo dico che mi piacerebbe che mi lasciasse qualche giorno questa...»
«Stiamo parlando della stessa persona? Perché stando a quanto si legge dai quaderni, di santo
non aveva proprio niente.»
La signora Elisenda indicò con il bastone il caminetto. Indicava con esattezza una foto sulla
mensola.
«È quello. Non ce ne sono stati altri.»
Tina si alzò e si avvicinò alla foto. Un primo piano di Oriol Fontelles che guardava di lato,
verso il futuro che non aveva mai avuto. Era la stessa espressione, la stessa contrazione della bocca
dell'autoritratto disegnato davanti allo specchio del bagno della scuola. Ma con un'uniforme della
falange. Era l'ingrandimento di quella fotografia in cui appariva al fianco di Valentí Targa. La stessa e
unica foto, sempre. Vicino a questa, c'erano altre fotografie di gente sconosciuta. Familiari,
sicuramente. Una specie di canonico seduto e un uomo in piedi accanto a lui nel giardino di casa
Gravat. E in una cornice d'argento, senza alcuna intenzione di essere nascosta, la stretta di mano di una
donna, che era di sicuro la signora Elisenda molto più giovane, con un sorridente generale Franco,
entrambi circondati da uniformi allegre, quasi troppo allegre. L'unica ad avere un'espressione seria
nella foto era lei. E poi la fotografia di un bambino, con un'aria vagamente familiare, in diversi
momenti della sua vita. E altre persone sconosciute.
«Sì, è la stessa persona» riconobbe Tina. «Non sapevo che...»
«Lei ha il dovere di darmi queste lettere. Perché dice che di santo non aveva proprio niente?»
«Sono indirizzate alla figlia. Non posso...»
«Il signor Oriol Fontelles non ha avuto nessuna figlia.»
«Certo che l'ha avuta.»
«Le assicuro di no.»
«E sua moglie?»
«È morta più o meno negli stessi giorni in cui è morto lui...»
«Ah...»
«Noi siamo stati come una famiglia per Oriol.»
«Sì, ma...»
«Io sono l'unico testimone vivo della sua morte.»
«Lei?»
La signora Elisenda indicò il divano con il bastone. Tina smise di guardare le fotografie e tornò
dove l'altra le ordinava. Allora la signora Elisenda cominciò a dire la tragedia è che il tempo cancella
persino gli atti eroici, ma per me li potrà cancellare solo la morte, perché quella sera tutta la montagna
era in ebollizione. Il sindaco Targa stava facendo la ronda insieme ai suoi uomini per evitare che
qualche squadra di guerriglieri venisse a far danni a Torena, perché era appena iniziata l'invasione della
Vall d'Aran da parte del maquis, ma sicuramente non sa di cosa le sto parlando. Sta di fatto che
l'infrascritto candidato a Venerabile, il martire servo di Dio Oriol Fontelles Grau, era impegnato in un
lavoro a scuola. Era molto tardi, ma non trovava mai il momento di abbandonare l'aula, che era
diventata per lui una forma di vita. Tutti i bambini di Torena, tutti i genitori dei bambini di Torena
possono testimoniare l'abnegazione con cui egli si dedicò alla propria attività di insegnare le verità
della vita e della religione cattolica alle creature del paese. Da quando era arrivato, l'ambiente era molto
cambiato, perché egli fu capace di incitare alla concordia le famiglie in lite a causa della guerra. Altresì
testimoniamo e corroboriamo l'ordine e la successione dei fatti che portarono al martirio il succitato
candidato a Venerabile, il Servo di Dio Oriol Fontelles Grau. Che sono i seguenti: Erano le ore venti
del diciannove ottobre millenovecentoquarantaquattro quando, dopo una faticosa giornata da maestro,
il candidato scorse della luce nella chiesa di Sant Pere. Il candidato si stupì in gran misura perché era da
due giorni che il signor parroco, il reverendo padre Aureli Bagà Riba, tenace Postulatore di questa
causa, era alla Seu d'Urgell in visita canonica dal signor vescovo. Mosso dal suo zelo, il candidato a
Venerabile andò a vedere che cosa succedeva. Non appena ebbe aperto la porta della chiesa, vide la
raccapricciante cruda realtà: una squadra di maquis, guerriglieri banditi, comunisti, separatisti e
anarchici, stava cercando di staccare il Tabernacolo con il Santissimo Sacramento al suo interno,
sicuramente per fonderne le poche parti d'oro che conteneva. Il candidato, indignato e inorridito da tale
atto, lanciò un gran grido che allertò i testimoni che avallano il presente documento, il signor Valentí
Targa Sau, a quei tempi sindaco della località di Torena, e la signora Elisenda Vilabrù Ramis, i quali
ebbero il tempo di entrare in chiesa e di assistere da un angolo impotenti, poiché non erano armati, al
martirio del succitato candidato. Secondo la testimonianza, quindi, dei succitati Targa e Vilabrù,
entrambi dovettero osservare, inorriditi e impotenti, come il Servo di Dio Oriol Fontelles si avvicinava
a petto nudo agli aggressori sacrileghi mentre li affrontava intimando loro di abbandonare tale nefasta
azione. I guerriglieri, lungi dal dargli retta, si burlarono di lui e lo minacciarono di morte. Il candidato,
malgrado le minacce fossero dirette e serie, non le ascoltò e continuò ad avanzare fino a situarsi davanti
al Tabernacolo.
Altresì i testimoni dichiararono che quanto videro e comprovarono è autentico come la verità e
affermano che il servo di Dio Oriol Fontelles, indignato per la manifesta irriverenza di quel gruppo di
perduti, ne allontanò un paio a spintoni e salì sull'altare. Sorpresi da quell'azione, ci misero qualche
istante a reagire, lasciandogli così la possibilità di abbracciarsi al Tabernacolo. Il capo dei facinorosi gli
intimò di abbandonare l'altare. Egli disse che non l'avrebbe abbandonato se non da morto. Che era
disposto a dare la vita per il Tabernacolo, per il Santissimo Sacramento e per la Santa Madre Chiesa
(testuali parole). Dopo alcuni tentennamenti, il capo dei banditi (ex contrabbandiere di triste memoria e
di cognome Esplandiu) mirò con sangue freddo contro il martire e sparò un colpo, che colpì la nobile
fronte del servo di Dio, provocandogli la morte quasi istantanea, secondo l'opinione del medico legale
don Samuel Sàez de Zamora che ne esaminò il cadavere. Il fatto più insolito che desideriamo mettere a
conoscenza di questo tribunale è che, dopo che egli ebbe dato la sua vita per la Chiesa Cattolica, per il
Tabernacolo e per il Santissimo Sacramento, i facinorosi, per quanto abbiano cercato di farlo con tutte
le loro forze, non riuscirono ad allontanare il corpo del martire dal Tabernacolo a cui si era abbracciato.
Non ci fu modo mortale di separarlo dal Tabernacolo. Tra bestemmie e improperi, rimasero lì un bel
pezzo a provarci, finché il capo ordinò loro di fuggire prima che arrivassero le forze dell'ordine. A
ricordo del loro nefasto passaggio per il paese, tirarono un paio di granate che scoppiarono
danneggiando tutto il lato nord dell'edificio del comune, ivi provocando un piccolo incendio.
Certifica la signora Elisenda Vilabrù Ramis che ella, con la sua poca forza e impressionata da
quanto aveva appena visto, allorché la chiesa rimase libera di blasfemi e assassini, si avvicinò al
martire Oriol e potè sciogliere senza alcuno sforzo l'abbraccio al Tabernacolo. Cosa che ratifica il
summenzionato Valentí Targa, la cui testimonianza alleghiamo alla presente. In allegato aggiungiamo
anche la preziosa testimonianza di padre August Vilabrù Bragulat che, subito avvertito, si presentò sul
luogo dei fatti e ne fece fede.
«Non ne avevo la minima idea. Mi lascia di stucco.»
La signora Elisenda aveva parlato con il capo chino, come se così i ricordi fluissero meglio
attraverso la memoria. Indicò le tazze di tè e solo allora Tina si accorse di non averlo neanche
assaggiato. Ne prese un sorso. Quindi disse che in una rivista dell'epoca ne davano una versione un po'
diversa.
«Sì, lo so. Ma non deve dargli retta. Loro non l'hanno visto.»
Con la qual cosa concludiamo questo Processus dichiarando, quale prelato di questa diocesi,
che il Postulatore della causa ha reso note la fama pubblica, le virtù e i miracoli del servo di Dio Oriol
Fontelles Grau. Item abbiamo la certezza che sia stato osservato il decreto di Urbano VIII sulla
proibizione di culto e formulo giudizio sui fatti tante volte citati. Quanto alle inchieste note come
processiculi diligentiarum dobbiamo far constare che, oltre ad alcune note personali senza valore, oltre
alla corrispondenza postale normale e innocua, non abbiamo trovato alcun tipo di documento,
confessione, diario, riflessione scritta, studio teologico o filosofico che possa accompagnare le prove
della causa a favore o contro il candidato a Venerabile. Pertanto, in data odierna, diciotto ottobre
millenovecentocinquantaquattro, dieci anni esatti dopo l'eroica morte del candidato, dichiariamo, per la
potestà che ci concede la Santa Madre Chiesa, che il signor Oriol Fontelles Grau ha esercitato, nel
momento della sua morte, le virtù cristiane in grado eroico, per la qual cosa lo possiamo considerare un
vero martire e lo dichiariamo Venerabile.
Certifichiamo in presenza del Postulatore, il reverendo padre Aureli Bagà Riba, parroco della
parrocchia dove si svolsero i fatti, e in presenza del Notaio Maggiore di questa diocesi, monsignor
Norbert Puga Closa, che l'intero processo preliminare è chiuso e sigillato come ordinano le disposizioni
ecclesiastiche sul processo di beatificazione che potrà avvenire in futuro a favore del Venerabile Oriol
Fontelles Grau. Tenore praesentium indulgemus ut idem servus Dei venerabilis nomine nuncupetur.
Joan, vescovo de La Seu.
«È tutta sua, signora Elisenda, la responsabilità di questa gioia» disse il sacerdote, con gli occhi
lucidi. Si rivolse poi a tutti i presenti: «Non immaginate che cosa darei per vivere abbastanza da
arrivare a venerare l'immagine di un santo che, se mi permettete, si è fatto proprio in questa chiesa.»
«Lei vivrà molti anni, padre» decretò la signora Elisenda.
Pere Cases di casa Majals sorrise amabilmente. Sorrideva a chiunque fosse necessario, perché
questa cerimonia era la sua prima apparizione ufficiale da sindaco e voleva mantenere la massima
distanza con il ricordo lasciato dal suo predecessore. Lui e la signora vedova Vilabrù, insieme a tutto il
consiglio comunale, ricevevano il sacerdote nella fatiscente Sala del consiglio per parlare del futuro
beato e santo del paese. Non proprio del paese, ma come se ci fosse nato, che accidenti.
«La causa di beatificazione non si può aprire finché non saranno passati cinquant'anni dalla
morte del Venerabile.»
«Millenovecentonovantaquattro» disse dubitativo il nuovo sindaco. Forse gli era passato per la
mente che avrebbe ancora presieduto il consiglio.
«Oggi è un gran giorno per la parrocchia, per la scuola e per il paese» declamò il sacerdote
ancora in preda all'entusiasmo.
«E per la Spagna.» Il sindaco guardò gli altri, silenzioso, diffidente.
«Sì, certo» disse qualcuno.
I presenti procedettero a spiluccare olive ripiene alla memoria del Venerabile e a discutere se il
futuro ponte del Boscarró dovesse avere il parapetto di pietra o di ferro, con tutti i pro e i contro.
Elisenda Vilabrù si era allontanata dal gruppo e, dalla finestra della sala, contemplava quello scorcio di
paese con la scuola e la piccola chiesa di Sant Pere: tutto sembrava calmo e smorto come quel giorno di
ormai qualche anno fa in cui era andata a confessarsi, come era solita fare una volta ogni quindici
giorni, e padre Aureli l'aveva fatta passare in sacrestia per spiegarle che aveva avuto lunghe
conversazioni con suo zio, padre August, a risultato delle quali ho deciso di far mia la sua ferma
intenzione di portare avanti la causa del maestro martire, che da quanto ho capito è anche la sua
volontà, signora; padre August mi ha raccontato alcuni particolari commoventi della vita esemplare di
quell'uomo e ho deciso di presentarmi quale Postulatore della causa con l'esplicito appoggio di padre
August. Confido nella sua collaborazione, signora, e in quella dell'altro testimone diretto. E insistette
sul fatto che, non ne era del tutto sicuro, ma se il miracolo dell'impossibilità di separare il corpo del
martire dal Tabernacolo che difendeva era accettato dal vescovado, si sarebbe potuto includere in una
futura causa di beatificazione. Padre Aureli era pieno di entusiasmo e la signora Elisenda, con voce
grave, disse certo, tutta la collaborazione di cui c'è bisogno, anche economica, padre. Per dimostrarlo
gli baciò la mano e, con quella sua particolare abilità, ci lasciò un biglietto ben piegato. Finalmente.
All'opera.
La sera la signora Elisenda Vilabrù l'aveva comunicato a Valentí Targa, nel suo ufficio del
comune, intimandogli di collaborare sotto tutti gli aspetti; tutti; mi capisci quando dico tutti? Poi
entrambi erano rimasti qualche minuto in silenzio, cosa che dava alla situazione una sfumatura di non
so che di liturgico, finché lei si scosse e disse, bene, hai sentito. E adesso, con Oriol diventato
Venerabile, nella Sala del consiglio comunale, Elisenda smise di guardare il paesaggio e quando si girò
le sembrò che il Valentí del ritratto su un lato della sala municipale schivasse il suo sguardo.
«Capisce, adesso, l'importanza che possono avere queste lettere per informare sul futuro
beato?»
«E se servissero esattamente per il contrario?»
«Possono servire a fare luce sulla verità. Me le lasci. Domani alla stessa ora potrà passare a
riprenderle.»
«No.» Per cambiare discorso: «Quindi l'altro testimone della morte di Fontelles è stato il
sindaco Targa.»
«Sì. Ma è già morto. È morto da più di quarant'anni.»
Si alzò e andò verso la consolle delle fotografie. Come se ci vedesse, indicò una fotografia posta
discretamente in disparte, vicino alla parete. In bianco e nero, come quasi tutte le altre. Dietro a una
scrivania importante, un uomo maturo, seduto, guardava con aria interrogativa l'obiettivo, come se
stesse parlando con il fotografo. Gli si intuiva una certa energia, forse per la postura, forse per lo
sguardo. Aveva i capelli scuri pettinati indietro e dei baffi sottili e dritti. Non era in uniforme: vestito
scuro ed elegante. Nel posacenere, una sigaretta fumata a metà. Dietro al sindaco Targa, una bandiera
spagnola; e più in alto, quasi fuori campo, il ritratto del generale Franco. Dall'altra parte, l'orologio a
parete segnava le nove. Di giorno o di sera. Una buona emulsione, pensò Tina, i particolari sono molto
nitidi, e sì che la fotografia è vecchia. Dalla posizione del braccio, sembrava che Valentí Targa avesse
appena messo giù quella carcassa nera che avevano come telefono. I suoi occhi chiari, penetranti, non
guardavano dritti nell'obiettivo, ma un po' più a destra, verso i morti.
«È Valentí Targa?»
«Sì.»
La prima volta che vedeva chiaramente il suo volto.
«Sembra che la gente del paese non lo ricordi con simpatia.»
«Che ne sa la gente.» Disse questa frase come sputando, con disprezzo.
«Pensavo che fosse più giovane.»
«Sì, questa fotografia risale a poco prima della sua morte.»
La signora di casa Gravat tornò alla sua poltrona senza bisogno del bastone. Tina guardò di
nuovo la fotografia per assorbire quei tratti.
«Doveva avere cinquanta o cinquantun anni.»
«Che anno era?»
«Il millenovecentocinquantatré.» Disse la data senza tentennare.
Valentí Targa non guardava verso Tina; guardava a destra, verso i morti, verso il punto in cui si
trovava Elisenda, dopo aver messo giù il telefono con un'espressione preoccupata e aver fatto un gesto
energico al fotografo. Elisenda Vilabrù, a cui era morto il marito da appena una settimana, aspettava
gelida, in piedi, vestita a lutto, davanti alla scrivania del sindaco. Aspettava che l'altro parlasse. Guardò
con la coda dell'occhio l'orologio sulla parete: le nove. Quando il fotografo ebbe chiuso la porta
dell'ufficio lasciandoli soli, guardò infuriata il sindaco.
«Allora, che c'è» disse alla fine.
«Una strana telefonata.»
«E mi hai fatto venire per questo?»
«Visto che non mi lasci mettere piede a casa tua...»
«Perché strana?» chiese la signora Elisenda, indicando il telefono con il mento.
«Qualcuno che non conosco mi vuole parlare della Tuca.»
«A te?» Pausa densa: «Chi?»
«Un certo Dauder. Mi ha telefonato la sua segretaria.»
«Lo conosci?»
«No. Dice di essere lui il vero proprietario della Vall Negra.»
«E perché non vuole parlare con me?»
«Dice che ha delle informazioni che...»
«Nessuno dovrebbe sapere che voglio comprare...» Lo guardò negli occhi: «Con chi sei stato a
pavoneggiarti?»
«Io non ne ho parlato con nessuno!» saltò su Targa, irritato.
«Tu con me non alzi la voce» disse lei in un sibilo. «Ricordatelo.»
Valentí Targa si passò la mano sulla faccia e si sedette sulla sedia, abbattuto.
«Con chi sei stato a pavoneggiarti?»
Silenzio. La signora Elisenda, invece di guardarlo, si girò verso la finestra. Cielo grigio di
novembre. Un altro giorno di freddo e di ghiaccio sulle strade. Il signor Valentí Targa, il boia di
Torena, aprì la bocca e la richiuse. Visto che non diceva niente, senza distogliere lo sguardo dal cielo
plumbeo lei disse chi ti ha dato il permesso di farti gli affari miei.
«Ma io...»
«No, no...» disse lei piano, pianissimo: «Ti chiedo chi ti ha dato il permesso.»
«Nessuno.» Valentí chinò il capo, sconfitto.
«Va bene. Adesso ti spiego una cosa.»
Lo guardò. Il sindaco era rannicchiato sulla sedia, come un bambino a scuola davanti alla
maestra Rufat. Elisenda parlò lentamente, come se spiegasse a un bambino:
«La stazione di sci è un investimento a lungo termine e se poi non va bene, pazienza. Quello
che mi interessa è la vendita della montagna della Tuca agli svedesi. Se questa va in porto diventerò
talmente ricca che...»
«Tutto questo lo so.»
«Tu guardami le labbra quando parlo» disse secca. «Per vendere una montagna, la devo prima
comprare a pezzi a basso prezzo. Tu mi aiuti e io ti pago generosamente. Va bene?»
«Sì, signora maestra.»
«Ma se le voci corrono, possiamo scordarci il prezzo basso.» In tono dolce: «Óra mi dici con
chi hai parlato di tutto questo o non fai la ricreazione.»
«Forse qualche accenno al... non lo so, al delegato provinciale di...»
«Sei un cretino, tu e i tuoi amici falangisti di merda.»
«Non mi insultare.»
«Faccio quello che voglio.» Indicò il grosso apparecchio sulla scrivania: «E poi non si può
parlare per telefono di queste cose.»
«Perché?»
«Perché la telefonista può ascoltare.»
«Cinteta è una ragazza molto...»
«È come tutti, una ficcanaso.»
Elisenda continuava a guardare fuori della finestra e rifletteva. Finché si decise a guardare verso
Targa.
«Benissimo. Vai a vedere cosa vuole questo Dauder e smentisci il fatto che io voglia comprare.
Soprattutto, digli chiaramente che tu non hai capacità di decisione. E ricorda al tuo delegato provinciale
che abbiamo una rivalutazione in sospeso, se non vuole che dica tutto al governatore civile...»
Valentí, ferito, si alzò, si mise cappotto e cappello e aprì la porta dell'ufficio.
«Tu non vuoi che io mi guadagni da vivere.»
«Per l'amor di Dio, Valentí!» Ora sì che era indignata, quell'uomo era proprio ottuso.
«Guadagna tutti i soldi che vuoi» gli disse, in tono volutamente didattico, «ma non parlare degli affari
miei né di me con i tuoi amici. Mai.» Prima che Valentí sparisse dalla porta, lei, guardando fuori della
finestra, disse ancora a bassa voce:
«Attento perché probabilmente questo Dauder è solo un intermediario.»
Valentí entrò di nuovo nella stanza e chiuse la porta dietro a sé. Con rabbia:
«Farò quello che ritengo opportuno.»
«No, mai. Con i miei soldi di mezzo, mai. Gli dirai che non sono interessata a comprare niente.
Con queste parole. E che si può mettere la montagna dove vuole lui.»
«Questo allungherà i tempi!»
«Sì. Per colpa tua. Perché ti piace pavoneggiarti. Non avrai più le commissioni.»
Valentí uscì sbattendo forte la porta del suo ufficio.
«Valentí» disse lei senza alzare la voce.
La porta si aprì di nuovo.
«Sai che non mi piacciono le porte sbattute.»
Il signor Valentí Targa, rosso di rabbia, chiuse di nuovo la porta, delicatamente. Lei non l'aveva
guardato mentre usciva; non poteva sapere che era l'ultima volta che vedeva vivo il sindaco di Torena.
Sulla strada che scende a Sort ci sono tre tornanti completamente in ombra. A novembre, di mattina
presto, se non si fa attenzione, la sbandata è assicurata per il ghiaccio. Fu il secondo tornante, quello del
Pendìs. Dovevano incontrarsi alle dieci a Sort e Valentí non voleva fare tardi a quel misterioso
appuntamento; secondo i periti andava a più di cinquanta e non ebbe il tempo di reagire. Andò giù per
il burrone, rotolando come un sasso, e si schiantò contro il muro che lui stesso aveva fatto costruire sul
confine del municipio per contenere le terre e per potercisi ammazzare al momento giusto.
«Sì, sì. Aveva solo cinquantun anni.»
«È stato un uomo molto... controverso» disse Tina, seria, mentre prendeva un biscotto.
«Sì. Ma almeno ha cercato di portare ordine nel caos» rispose la signora.
La signora Elisenda non aveva ancora assaggiato il tè. Stava pensando a quel giorno di
novembre del cinquantatré, quando Ernest Tremoleda Sancho, il sindaco di Sort, l'aveva chiamata e le
aveva detto signora Elisenda, è successa una disgrazia, e l'avevano fatta andare giù all'ospedale di
Tremp, aveva visto Valentí distrutto e, da parte di quel rompiscatole del governatore civile, le avevano
detto adesso che facciamo, perché nessuno vorrà essere sindaco dopo di lui. Dobbiamo forse pensare ad
annettere tutta la valle a Sort?
«Dite a don Nazario che domani avrà un volontario.»
«Grazie, signora.»
La signora Elisenda indicò il corpo malconcio di Valentí Targa:
«Cos'è successo?»
Le dissero del ghiaccio e del muro di cemento e lei pensò proprio adesso dovevi morire,
Valentí, senza potermi spiegare chi era questo Dauder così informato sull'acquisto della Tuca.
«Vorrei che lei confermasse l'identità del defunto, signora.»
«Come?»
«Niente, solo che il medico legale chiede se lei ne conferma l'identità. Formalità obbligatorie.»
«Ah, sì. E che vuole che gli dica?»
«Solo questo. Si tratta del signor Valentí Targa, vero?»
Sì, è Valentí, il mio errore, l'uomo che mi doveva riscattare, il mio Goel, il Goel della mia
famiglia. Ha compiuto il suo dovere e poi ha commesso un errore. Ha commesso un grosso errore.
Come ti ho odiato, Valentí, perché so che l'hai fatto apposta.
«Grazie, signora.»
La signora vedova Vilabrù, trentotto anni, espressione di dolore e abiti neri, mentre Jacinto la
portava di ritorno a casa, ringraziò il muro di cemento perché in un certo senso l'aveva resa vedova per
la seconda volta in una settimana e sentì un senso di liberazione: concludeva una tappa, chiudeva un
libro. Addio, Santiago. Grazie per la spinta iniziale. Addio, Valentí. Grazie per i servizi. Ora tocca a
me. E la massa corale rispose in saecula saeculorum.
«Perché dice che di santo non aveva proprio niente?»
«Beh... Tanto per cominciare, non credeva in Dio.»
«Questa è una calunnia.»
«E aveva un'amante.»
«Questo è assolutamente falso. Deve sapere che la santità di un martire si misura per il grado
eroico della sua morte.»
«Mi scusi, ma non sono venuta a discutere di teologia con lei; io voglio solo rintracciare i suoi
familiari.»
«Non ne rimangono.»
«Questa storia della beatificazione è una farsa. Oriol Fontelles merita un altro tipo di ricordo.»
La signora Elisenda si mise la mano sul petto, come se toccasse qualcosa. Si alzò. Benché
magrissima, benché cieca e con la pelle carica d'anni, la sua figura imponeva un non so che che impedì
a Tina di continuare la sua perorazione.
19
La tossetta di Elvira Lluìs era una tosse da tisica. Oriol non sapeva se poteva contagiare gli altri
bambini; ma era convinto che fosse più crudele dire ai suoi genitori non portatela più, lasciatela morire
a casa. Aveva quindi lasciato che continuasse a tossire a scuola, accanto alla stufa. La tossetta di Elvira
Lluìs era tutto quello che sentiva. Guardò i bambini. Ne mancavano tre, perché Miquel di casa Birulés
aveva mal di gola e non erano venute neanche Célia e Rosa Esplandiu di casa Ventura. Dopo aver
recitato il padrenostro ed essersi tutti seduti, facendo finta di non far caso ai due banchi vuoti delle
sorelle del Ventureta, i bambini lo avevano guardato fisso. E adesso sentiva solo quella tossetta di
Elvira Lluìs e lo ferivano gli sguardi silenziosi di tutti quei bambini fissi su di lui. Con i grandi doveva
parlare dei fiumi della Spagna (Mino, Duero, Tajo, Guadiana, Guadalquivir, Ebro, Jucar e Segura) e dei
loro principali affluenti (Sil, Pisuerga, Esla, Tormes, Alagón, Alberche, Genil, Gàllego e Segre). E con
i più piccoli doveva fare calligrafia, ma si era trovato con un mucchio di piccoli sguardi silenziosi
perché tutti i bambini pensavano ai banchi vuoti delle Venturetes, che non c'erano perché il loro fratello
non c'era perché il loro padre non c'era, e il signor maestro invece sì che c'era quando ieri sera hanno
portato via da casa sua Joan Ventureta; lo sapeva tutto il paese; ma non aveva l'uniforme della falange;
però c'era; era afflitto; ma non ha fatto niente; aveva una faccia che faceva pena; ossignore, sai che
pena la pena del signor maestro; fascista come gli altri. Non alzare la voce. Mi fa indignare non poter
neanche denunciarlo. Tu non ti immischiare. E per l'amor di Dio, non andare a parlarne al caffè.
Per tutto il giorno ci fu un grande silenzio perché in paese la gente si chiedeva che cosa avrebbe
fatto il sindaco se Ventura padre non si fosse presentato, che era la cosa più probabile. Certo, era
impossibile che uccidesse un ragazzino; ma allora, che cosa avrebbe fatto? Avrebbe permesso che i
soliti individui ridessero sotto i baffi a casa loro, perché Ventura non si era fatto vivo? Eh? Volete
tornare al disordine degli anarchici della FAI, eh? E poi forse Ventura verrà. In quel modo che tutti
sanno ma nessuno sa, erano state fatte correre delle voci perché arrivasse a Ventura la buona novella
annunciata agli uomini di buona volontà, che quattro giorni prima di Natale suo figlio era stato
incarcerato per ordine di Erode; ed erano tutti convinti che Ventura padre sarebbe stato sensibile al
richiamo, che si sarebbe messo in cammino per i sentieri della Palestina seguendo la stella, e che,
arrivato a Betlemme a mezzanotte, si sarebbe consegnato a Valentí Targa, originario di Altron come lui
ma sindaco di Torena. Per salvare la vita di suo figlio Joan Ventureta, che adesso riceveva la notizia, è
mezzogiorno e tuo padre non dà segni di vita, sai che vuol dire questo? che è meglio che inizi a
pregare, vuol dire, e il Ventureta chiese una sigaretta, per favore, una sigaretta, perché non voleva
farsela sotto e qualsiasi cosa andava bene per distrarsi dalla paura. Non hai fame, Ventureta? E quando
il pomeriggio i bambini fecero ritorno a casa, oggi più silenziosi che mai, oggi, ultimo giorno di
lezione, con la tristezza che cominciavano le vacanze di Natale con una pena in gola che non andava
giù perché tutti temevano per la vita del Ventureta, i più ritardatari poterono vedere la madre Ventura
che entrava di nuovo in comune, per la quarta volta, a implorare per la vita del figlio, e davanti al
sindaco chinava la testa e diceva prendete me ma lasciate stare il bambino, e Valentí Targa diceva con
sdegno sono un cavaliere, sono incapace di tenere prigioniere delle donne; se non hai da darmi notizie
di tuo marito è meglio che non torni. E sappi che io so, grazie a una fonte affidabile, che tuo marito
viene a casa di nascosto ogni tanto.
«Ah, sì?» fece la Ventura con disprezzo. «E chi ti ha informato di questa menzogna? Qualche
disgraziato che mi vuole male.»
«Il maestro non è un disgraziato e non ti vuole male» improvvisò senza immaginare le
conseguenze di ciò che diceva. O forse sì, perché in guerra tutto vale ed è meglio essere in compagnia
che soli nei grandi momenti in cui la vita si trasforma in Storia. E poi, gli amici sono per le grandi
occasioni. «Il maestro è solo un patriota.»
«Il maestro mente.»
Fece due passi indietro e guardò Valentí Targa negli occhi.
«Che tu sia maledetto per sempre» pregò con devozione mentre spariva dalla vista del sindaco
Targa.
Ciononostante, era tornata in comune altre due, tre, quattro volte. Valentí non la riceveva più,
ma le fece dire da quello con i baffi sottili e asciutti che se tornava a scocciarlo, se tornava a mettere i
piedi in comune senza trascinare il marito per l'orecchio, se tornava a cercar briga, eh, allora lo
ammazziamo davanti a te, hai capito? La Ventura tornò a casa singhiozzando e pensando è impossibile
che tutto questo succeda a me, che non sono una cattiva persona, e la gente la vedeva passare con una
pena immensa. Oppure no, perché sta pagando per suo marito, che accidenti. E c'era chi diceva
dovremmo andare a denunciarlo; ma dove vuoi andare, ingenua, che se lo denunci prenderanno te con
l'accusa di traditrice e appartenente al maquis? Dove vuoi andare? Dal generale Pinco-pallino? Adesso
a Torena comanda la falange e punto. E finché i maquis faranno i matti per queste montagne, a Torena
comanderà la falange. Ma mio marito non ha fatto niente, durante la guerra. Sì, certo. Te lo giuro;
perché pensi che non siamo fuggiti in Francia? Ma che volete che succeda? È impossibile. Non vedete
che è un bambino?
La sera Rosa si presentò da Valentí con la sua pancia e gli disse se lei è davvero un uomo con le
palle ammazzi me, ma lasci andare via il bambino. Valentí l'ascoltò in silenzio e non rispose, ma suonò
una campanella ed entrò uno degli uomini in uniforme, quello con i capelli ricci, lui gli disse qualcosa
all'orecchio e quello con i capelli ricci uscì. Valentí guardò Rosa dall'alto in basso, osservò la pancia e
la guardò di nuovo dall'alto in basso, poi disse che c'è? è forse arrivato Ventura e io non lo sapevo? Lei
espose vari argomenti validi per non ammazzare un ragazzo di quattordici anni: argomenti di base,
come ad esempio che a questa età sono tutti innocenti; abbiamo la certezza che non abbia fatto niente di
male; e argomenti laterali, come la cattiva coscienza di far ammazzare un bambino. Valentí la lasciava
sfogare, ma quando arrivò Oriol, spaventato, avvisato dal tipo con i capelli ricci, Valentí recuperò
l'energia e disse signor maestro, la sua signora sta blaterando da mezz'ora; mi faccia il favore di
portarsela a casa, che sta cominciando a rompere. Oriol la prese per il braccio dicendole sottovoce
andiamo, Rosa, ma lei scrollò il braccio per liberarsi della mano di suo marito e se ne andò a casa da
sola, mentre Oriol, compunto, non osava neanche guardare Valentí e questi gli disse ehi, perché alzasse
la testa e lo guardasse; Oriol lo fece e Valentí gli strizzò l'occhiolino: le donne, si sa, perdono subito il
controllo; devi mantenere la calma come hai fatto oggi a scuola.
«Lei che ne sa di quello che ho fatto a scuola.»
«So tutto. Ho degli ottimi informatori. Mi hanno anche informato che il Pisuerga è affluente del
Tajo.»
«Del Duero.»
«Io ci ho fatto il bagno, quando ero lì durante la guerra contro il comunismo che ora tua moglie
vuole che risorga mascherandolo da gesto di pietà.»
«Mia moglie non...»
«Te l'ho detto che con le donne, si sa.» Chiuse un cassetto con forza: «Ma non tollererò
nessun'altra interferenza nel mio lavoro di mettere ordine.» Gridando: «Forse non ti ricordi quanti
soldati dell'esercito spagnolo sono morti nell'imboscata? Eh?»
Oriol Fontelles tacque e nessun gallo cantò perché era già buio. Tuttavia ebbe ancora la forza di
dire la signora Elisenda non le ha detto di fermare tutto questo?
«La signora Elisenda è a Barcellona per risolvere alcuni affari con quel poco di buono di suo
marito. Sono affari relativi alle terre che i Vilabrù e i Vilabrù hanno qui vicino. Vuoi saperne di più?»
«Domando solo se non le ha chiesto di fermare tutto questo.»
«La signora Elisenda non è un'autorità di Torena.»
In tutto il paese c'erano solo due lampadine per l'illuminazione delle strade. Una era sulla
piazza, vicino alla finestrella da cui Rosa guardava ossessivamente per non dover girare la testa e
vedere suo marito. Lui sapeva che lei guardava fisso la piazza per non incrociare il suo sguardo.
La sera erano tutti convinti che Ventura stesse per arrivare; volevano credere che la notizia
l'avesse colto lontano e che per questo ci aveva messo così tanto. Per evitare problemi, mentre l'esercito
guardava dall'altra parte contando i propri morti e leccandosi le ferite dell'orgoglio, due drappelli di
falangisti avevano occupato Torena e avevano stabilito un sistema di contatto con la guardia civil più
giù, che ufficialmente non sapeva niente, casomai a Ventura venisse in mente di essere così pazzo da
tornare accompagnato e con le armi in mano. Valentí era nervoso, si sentiva lo stomaco vuoto e batteva
l'accendino metallico sulla scrivania del suo ufficio, incapace di fare qualsiasi altra cosa che non fosse
aspettare che Ventura arrivasse in ginocchio a supplicarlo per la vita del figlio, e lui gli avrebbe detto
che quando era stato il momento, lui, assassino porco schifoso, per quanto potesse negarlo, hai
ammazzato il signor Vilabrù senza domandarti se qualcuno voleva chiederti clemenza per un vecchio,
così adesso devi pagare con tuo figlio, pagherai con tuo figlio e pagherai tu, e io non avrò pace finché
non avrò eliminato tutti i responsabili della morte del signor Vilabrù e di suo figlio, che aveva solo
ventisei anni quando l'hanno ammazzato. Lui sì che era un bambino, a ventisei anni, e non questo che
sembra già un vecchio, perché aver passato una guerra fa invecchiare tutti, cosicché che ora è.
«Le nove passate.»
«Il Ventureta se ne va al creatore e non sarà per colpa mia. Preparatelo.»
Per percorrere i trecento metri che li separavano dal campo di Sebastià usarono l'automobile
nera e lucente. Sul sedile di dietro, il Ventureta in lacrime, vigliacco come suo padre, oh com'è lontano
dal coraggio con cui raccontano abbia affrontato la morte Josep Vilabrù, spagnolo esemplare, onesto
patriota, quando quelli della FAI lo hanno cosparso di benzina. Gli colava anche il moccio, al
Ventureta. Accanto a lui, Gómez Pié, quello con i capelli ricci, e l'andaluso con la faccia scura.
Davanti, Balansó con i suoi baffi sottili e un autista sconosciuto. E sopra al predellino dell'automobile,
reggendosi con una mano al finestrino e impugnando con l'altra la pistola, Valentí si lasciava dondolare
dal freddo di Natale, euforico per la risoluzione presa di cancellare un altro nome dalla lista degli
apostoli che dovevano cadere per imperativo biologico e rigorosa vendetta. Tutt'intorno al paese, i
gruppi di falangisti in allerta, si dovesse far vedere il maquis.
L'automobile sobbalzava lungo la strada per il campo, non è possibile che muoia così, e ad alta
voce disse non voglio morire; Valentí si chinò, infilò la testa nella macchina e disse che dice questo
qui? Vuole cantare?
«Dice che non vuole morire» fece Balansó. E Valentí rimise fuori la testa perché non si voleva
perdere le coltellate di vento contro la sua ansia di futuro e di progresso.
Il Ventureta vide i cinque uomini che facevano la guardia intorno al campo, e quella speranza
disperata che suo padre all'ultimo momento saltasse addosso ai cattivi cominciò a svanire, perché era
tutto scuro e freddo come l'oblio. Lo fecero scendere, lo portarono verso la parete esterna, accanto al
primo muro di cinta del cimitero, illuminato solo dai fari della macchina e scoppiò a piangere, a dire
non voglio morire, io non so dov'è mio padre. Piangeva ancora mentre lo legavano al ceppo, perché
stava imparando che il destino è irreversibile, e gridò forte ho paura, ho paura, ho paura!! Valentí frenò
la crisi isterica con un ceffone ben piazzato e gli sputò in faccia che era un vigliacco e che doveva
imparare una buona volta a morire come un intrepido, come muoiono gli eroi, porca puttana. Si
allontanò e gli puntò contro la pistola che aveva tenuto tutto il tempo in mano e poi disse non ti
ammazzerò, vigliacco, volevo solo sapere se saresti stato capace di resistere senza fartela sotto e il
Ventureta si mise a singhiozzare, disperato, contento, triste, felice, impaurito; abbassò lo sguardo e
chinò il capo. Allora Valentí mirò alla nuca che gli si offriva così bene e sparò due colpi di seguito nel
momento in cui il ragazzo alzava di nuovo la testa, e Joan Ventureta smise di singhiozzare, di piangere
e di avere paura, per diventare una buona volta, porco giuda, e grazie a me, un individuo coraggioso
guercio e morto.
Di notte c'è un lampione triste acceso sulla piazza. E un altro all'uscita del paese, sulla strada di
Sorre e Altron. Su tutti e due, una lampadina mal protetta da un paralume metallico piatto, che si
muove con il vento e non illumina niente. Dalla finestrella della casa del maestro, Rosa guardava la
strada, ferma, in silenzio, sperando che quegli scoppi che si erano sentiti dalla parte del cimitero non
fossero stati gli spari della morte, e senza volersi girare, perché seduto a tavola, quel vigliacco di suo
marito, che faceva palline con la mollica di pane, pensava di star sistemando la situazione. In quel
momento, un'automobile sconosciuta, sgangherata, si fermò sotto la lampadina. Un uomo che nessuno
aveva mai visto scese dalla macchina, aprì uno sportello e fece cadere a terra un fagotto. L'automobile
se ne andò tossendo giù per la strada. Pur trovandosi sotto la lampadina, si faceva fatica a distinguere
cosa fosse quel fagotto, finché Rosa disse sottovoce l'hanno ammazzato, hanno ammazzato un
bambino, e si portò la mano sulla pancia; Oriol le si avvicinò e le mise una mano sulla spalla per
consolarla, ma lei si scosse e disse a voce bassa ma molto energica, non mi toccare! Giù in piazza, sotto
l'anemica luce, la Ventura, in ginocchio, copriva con la mano disperata i fori del cranio e dell'occhio
destro di suo figlio, accertandosi che la disgrazia era entrata a casa sua per non uscirne mai più. Talità
kum, pensò Oriol. Talità kum, per favore, talità kum e dentro di lui la rabbia disperata e perplessa
cominciava a prendere il posto della paura.
L'automobile della signora Elisenda incrociò quella degli sconosciuti, che scendeva di gran
corsa in direzione di un altro lavoretto o di una meritata coppa di cognac. Quando Jacinto fermò la
macchina davanti a casa Gravat, era da cinque minuti che la famiglia Ventura aveva fatto ritirare il
corpo dalla piazza buia e fredda. Non c'era niente di strano, ma il silenzio aveva un suono diverso,
minaccioso, come se tutto il paese in blocco stesse sentendo il leggero mormorio delle acque fredde del
Pamano, e per questo decise di passare in comune a chiarire che cosa significasse quella specie di
calma.
Il signor Valentí Targa, con l'uniforme impeccabile, stava bevendo, avvolto dallo stesso
silenzio, in compagnia di tre o quattro sconosciuti, anch'essi in uniforme, e nel vedere la signora disse
camerati, andate nella sala del consiglio, sarò subito da voi. I camerati, con il bicchiere in mano,
passarono nella stanza dove si conservavano la polvere e le cianfrusaglie inservibili, ed Elisenda, che
sprizzava rabbia da tutti i pori, disse che cosa è successo o cosa sta per accadere. E Valentí, non so a
che ti riferisci. E lei, avete preso Ventura?
«No.»
«Che cosa hai fatto?»
«Giustizia.»
Elisenda, in piedi, calma, disse non so che hai contro Ventura, ma ti assicuro che non fa parte
del tuo lavoro.
«Tu che ne sai.» Lo sguardo di Valentí era leggermente velato dal cognac con cui si difendeva.
«Hai ucciso il bambino?»
Per tutta risposta, Valentí finì il bicchiere d'un sorso e fece schioccare la lingua. Allora la
signora Elisenda Vilabrù gli disse da adesso le cose cambieranno un po' tra te e me perché questo stile
non mi piace, e gli disse anche non so se ti ricordi che ho dato la mia parola che non sarebbe successo
niente e tu mi hai assicurato che non sarebbe successo niente, che volevi solo dare una lezione al paese
e ora si scopre che la lezione è quella di ammazzare bambini.
«Ehi, ehi, ehi: un bambino. Solo uno.»
«Questa è la più triste preparazione di una lapide di tutte quelle che ho fatto finora.
Millenovecentoventinove trattino millenovecentoquarantatré vuol dire quattordici anni. Stava per farne
quindici. L'assassino non merita il perdono di Dio. E tu, figlio mio, ricordalo sempre e quando il cielo
sarà più azzurro, se io sarò già morto, incidi una lapide nuova per il Ventureta. Per quanto male
possano andarti le cose, nessuno di casa Ventura dovrà pagare un soldo per la pietra che gli farai. Verrà
un giorno in cui il cielo sarà più azzurro, Jaumet, l'Umanità sorriderà e non sarà più peccato incidere il
nome vero delle persone sulle pietre. Allora dovrai tirar fuori il disegno che adesso ti faccio.»
«E adesso non gli possiamo scrivere nient'altro?»
«Solo Famiglia Esplandiu, e in spagnolo, senza accento. Non ci vogliono nient'altro. Non gli
lasciano scrivere nient'altro. Guarda l'ordine scritto. Neanche il nome di Joanet, neanche in spagnolo.
Solo Famiglia. E la croce.»
«E per la lapide vera?»
«Guarda che cosa ho preparato.»
«Accidenti, una croce di gamma alta.» «Certo. Se la merita.»
«Sai che puoi fare, papà? Puoi metterci un extra. Il sindaco, se non sarà ancora morto, non si
accorgerà neanche che è un extra. Così, per esempio:»
«Bravissimo, Jaumet: tu usi bene la testa. Ricordatene: lascerò il disegno preparato ma
nascosto. Mi raccomando, Jaumet, e quando sarà il momento faremo la lapide vera del Ventureta. Sai?
Inciderò un disegno dai calchi di Manel Lluìs.»
«Quale?»
«Non lo so, una cosa come... Guarda, questo.»
«È una colombella.»
«No. Una colomba. Un simbolo. Oh, Signore.»
«Non piangere, papà, che mi fai piangere.»
Terza parte
Stelle come spine
...Un pulviscolo di gesso,
che vola quando Dio passa il cancellino.
JORDI PÀMIAS
Le due ante della porta si aprono con decisione. Un gruppo di cinque uomini serissimi,
mascherati in modo grottesco, entra nella sala di Santa Chiara. Quello in mezzo al gruppo, con una
fascia da ambasciatore più larga degli altri, si dirige verso la dama in nero. L'avvocato Gasull si china e
sussurra qualcosa all'orecchio della dama. Lei alza la mano scarna con gesto controllato e
l'ambasciatore la bacia. L'avvocato Gasull è in piedi, nervoso, non sa bene che fare. L'ambasciatore si
sposta davanti a lui pensando sarà un familiare diretto della signora o che altro. Si scambiano dei saluti
generici. La dama in nero percepisce con disappunto i flash di un paio di fotografi che immortalano il
momento. Uno degli aiutanti dice che il signor vescovo è già arrivato e che si vedranno al ricevimento
ufficiale in programma per dopo. L'ambasciatore filosofeggia sulla gioia e l'orgoglio che pervade tutti
loro mentre un aiutante gli mette in mano un bicchiere con del succo di frutta. La dama in nero fa
cenno di sì con la testa e non riesce a strappare un sorriso dal suo intimo, che ha solo fretta perché tutto
si svolga al più presto, perché tutto arrivi prima della sua morte. Il nipote contempla cauto la scena
stando vicino al balcone. Appena vede che l'ambasciatore chiede una sigaretta a uno dei suoi aiutanti,
ne tira fuori una anche lui, finalmente tranquillo.
Marcel Vilabrù, intanto, parla con l'addetto dell'ambasciata a proposito delle nulle possibilità
commerciali del Vaticano riguardo agli sport invernali. È molto simpatico, molto gentile, perché chissà
che quest'uomo più avanti non venga mandato come ambasciatore in un paese dove, oltre a fare freddo,
nevica e ci sono delle montagne.
L'ambasciatore chiede alla dama il grado di parentela con la vittima e lei risponde che, a rigore,
non sono parenti diretti. Ma che sono da sempre le uniche persone a lui vicine, l'unica famiglia che
avesse. Certo, dice l'ambasciatore. Si sa che in guerra succedono tante cose e che molte famiglie
vengono distrutte, interviene Gasull per dare una mano alla dama. Certo, ripete l'ambasciatore
guardando il familiare diretto o che altro, l'unico che lo può guardare negli occhi, che angoscia.
Un uomo con i capelli corti, indignati e biancastri, ha appena portato via da dove è venuto il
gruppo di russi che sono polacchi, dopo aver scambiato qualche secca parola con la guida. Alcuni dei
polacchi si girano e guardano quelli del gruppo di don Rella, come se fossero alle porte di Treblinka e
dessero l'ultimo addio ai loro cari.
Il giovane invita quelli che si salvano dallo sterminio a proseguire lungo il corridoio, una volta
completato il gruppo. Non possono avanzare molto in fretta a causa delle numerose varici, il corridoio
non finisce mai. Ogni tanto, un quadro scuro e male illuminato, probabilmente di poco valore, che
nessuno guarda.
«Le varici anastomotiche sono quelle di tipo aneurismatico.»
«Qualunque sia il loro nome, sta di fatto che mi tormentano.»
Alla fine del nuovo corridoio, dopo un curioso zig-zag, la guida li fa entrare nel forno
crematorio che è una sala, questa volta ben illuminata, con pochissime sedie già occupate dai polacchi,
che evidentemente ci sono arrivati prima per una via segreta. In mezzo, su dei tavoli di legno rustici di
misure medievali, antipasti per gli invitati2.
Come passa in fretta il tempo, quando uno vorrebbe che questo glorioso giorno durasse tutta
una vita. È già da un po' che hanno portato via le cose da mangiare e le briciole di conversazione e
d'improvviso, quando già da parecchio si sono detti tutto, si sentono liberati dall'usciere che apre la
porta dall'esterno (in Vaticano le porte a due ante si aprono con particolare solennità) e li prega di
seguirlo, che ha l'onore di mostrare loro la strada. È in questo momento che l'ambasciatore dice quella
frase su come passa in fretta il tempo, quando uno vorrebbe che questo glorioso giorno durasse tutta
una vita.
La dama non gli risponde perché ha l'ansia stretta ai polmoni. Si alza per dissimulare il
turbamento che l'ha invasa con l'ingresso dell'usciere, così cerimonioso ed educato, e aspetta che il
resto della famiglia la scorti e che suo figlio la prenda sottobraccio. Così maestosa che l'ambasciatore
capisce finalmente che se in quella sala è presente qualche autorità, è senz'altro lei.
Il gruppo di don Rella entra nella basilica. Don Rella spiega al signor Guardans che credere
all'infallibilità del Sommo Pontefice nella canonizzazione di un santo è oggetto di discussione. San
Tommaso dice che dobbiamo credere devotamente che l'infallibilità è presente nel decreto pontificio di
ogni canonizzazione e la maggior parte dei teologi lo segue. Ma in generale si ritiene che la certezza
del fatto di quell'infallibilità sia di fede teologica; non è presente nelle Sacre Scritture e quindi non è di
fede divina; e non è neanche stata definita dalla Chiesa, quindi non è di fede ecclesiastica.
20
Per non sentire troppo la solitudine, decise di portare le sue quattro cose a scuola. Trasformò la
stanza dei materiali in una camera austera, quasi da monaco, perché era iniziato per lui il tempo della
penitenza per la sua vigliaccheria. Una branda nell'angolo, un armadio pieno di tarli e un banco
sconquassato che gli serviva da tavolo da lavoro era tutto quello che aveva. Per la sedia, doveva andare
a prendere la sua in classe, e di freddo, quanto ne voleva. Ma quando ebbe messo tutto in ordine non si
sentì soddisfatto, perché ogni giorno pensava a Rosa in modo ossessivo, andava a pranzo a casa Marés
e con il caffè, in silenzio, beveva un bicchierino di anice insieme a Valentí. La gente li lasciava soli al
tavolo delle autorità e finché entrambi erano lì non c'erano conversazioni nel locale; solo sguardi di
sbieco e fretta di uscire. Un giorno Valentí gli disse che era molto dispiaciuto per la storia di sua moglie
e Oriol, per tutta risposta, finì il sorso di anice che aveva nel bicchiere e fece schioccare la lingua. Per
distrarlo dalla sua pena, Valentí gli raccontò che ho sentito dire che l'esercito si ritira dalla zona e se ne
va verso l'Aragona.
«Nonostante gli attentati?»
«Da allora qui è tutto calmo, come il mare in bonaccia. Anche se le cose in Francia vanno male
per il glorioso Reich.»
Oriol non disse niente. Faceva troppa fatica a pensare.
Quello stesso pomeriggio, Cassià di casa Maria del Nasi, l'unico membro della famiglia che
poteva circolare perché non aveva tutte le rotelle a posto (Josep Mauri era fuggito e Felisa, afflitta e
ammutolita per la pena, viveva sola con gli anziani di casa, repubblicani inguaribili alla loro età), bussò
ai vetri dell'aula e gli fece segno che aveva una lettera per lui. I grandi stavano ancora ripassando la
lista degli affluenti, con la cartina della penisola sistemata sulla lavagna, e i piccoli facevano esercizi di
copiatura. Oriol uscì dall'aula con l'ansia nel cuore e prese la lettera dalle mani del postino
improvvisato, poi tornò in classe con l'intenzione di aprire subito la busta. Non c'era il mittente, ma
riconobbe la calligrafia di Rosa. Timbro postale di Barcellona. Se la mise in tasca e fece finta di
dimenticarsene mentre chiedeva a Ricard di casa Llates di quale fiume era affluente l'Alagón.
Non la potè aprire finché non furono usciti tutti i bambini; poi, accanto alla stufa, ruppe,
nervoso la busta. Nel quaderno Oriol aveva conservato anche la busta strappata male vicino alla lettera
brevissima che Tina aveva riletto cento volte:
"Oriol, mi sento in dovere di comunicarti che hai avuto una figlia e che sta bene di salute. Non
te la farò mai conoscere perché non voglio che sappia che suo padre è un fascista e un vigliacco. Non
mi cercare e non mi far cercare: non sono a casa di tua zia, io e mia figlia ci arrangeremo da sole. Non
ho più la tosse. Me la dovevi provocare tu.
Addio per sempre."
Com'è crudele, pensava Tina. E guardò distrattamente il dottor Zivago che, arrampicatosi sul
computer, contemplava assorto il paesaggio quasi primaverile pieno di luce e di illusioni che si
scorgeva dalla finestra. Che cosa starà facendo adesso Arnau. Forse, con le mani giunte e gli occhi
levati al cielo, starà pregando come noi non gli abbiamo mai insegnato a fare. Oppure starà cantando. O
maledicendosi per essersi andato a cacciare in un inferno da cui farà molta fatica a uscire. Oppure
niente di tutto questo. Quanto mi manca. Poi pensò a Jordi e dovette riconoscere che lei avrebbe fatto
come Rosa se avesse avuto il coraggio di Rosa.
Oriol, con le mani tremanti, rimise la lettera nella busta strappata male e in un primo momento
fu sul punto di aprire lo sportellino della stufa per bruciarla. Poi ci ripensò e se la rimise in tasca perché
gli faceva troppo male. Nel bagno della scuola, sempre freddo e con un odore acido che appestava l'aria
e gli forava le narici, stette cinque minuti a guardarsi nello specchio scheggiato, cercando di capire una
situazione che non aveva logica. Rosa se n'era andata da quindici giorni. Non aveva retto alla morte del
Ventureta. Non aveva retto al fatto che suo marito fosse considerato da tutti il braccio destro di Valentí
Targa, la sua eminenza grigia. Non aveva retto al fatto che la gente dicesse del maestro che
commetteva il nefando crimine di utilizzare i bambini per denunciare i genitori. Che li avvicinava
all'ora di ricreazione e che, con quella sua falsa dolcezza, li faceva parlare di quello che voleva. Che era
persino venuto a sapere chi era nascosto a casa Llovìs. Non si possono accusare le creature per questo,
poveri angioletti, è già molto che non muoiano dal panico. Non aveva neanche retto al fatto che per due
giorni di seguito Marçana, la fornaia, avesse già finito il pane quando lei arrivava. Il pane e le
chiacchiere. Le donne che si trovavano lì in quel momento d'improvviso tacevano o si ricordavano
della fretta che avevano e la lasciavano sola, ridicola, nel pittoresco paesino di Torena, nella Vall
d'Ássua, vicino a Sort, nella regione del Pallars Sobirà, con tre o quattro centinaia di abitanti registrati
all'anagrafe (più ventuno traditori rossi separatisti che avevano scelto l'esilio e trentatré morti durante la
crociata contro il marxismo, di cui due morti da eroi: il giovane Josep Vilabrù e suo padre Anselm
Vilabrù, proprietario di mezzo territorio comunale, passati per le armi da un gruppuscolo di anarchici
quindici giorni dopo l'insurrezione militare fascista). E sebbene tra le sue colture ci fosse abbondanza
di segale, di orzo e di grano per il consumo familiare, all'ora in cui Rosa andava a comprare il pane,
non ce n'era già più. E non ce ne sarebbe più stato. Anche per questo se n'era andata dal paese. E forse
anche per gli sguardi teneri che la signora Elisenda di casa Gravat rivolgeva a suo marito.
«Me ne darà mille.»
«Neanche se ti desse un milione. Tu non gli puoi fare un ritratto!»
«Perché no?»
«È un assassino.»
«Adesso è il momento di abbassare la testa. Poi l'alzeremo di nuovo.»
«Una cosa è abbassare la testa e l'altra... Ma non ti fa schifo?»
Si sentì il rintocco delle campane a morto che veniva dalla chiesa di Sant Pere. Rosa si irrigidì,
ma non si mosse da dove si trovava. Oriol lasciò il bicchiere di latte sul tavolo, indicò la pancia di Rosa
e insistette a bassa voce non voglio che ci ammazzino come quel ragazzino.
«Vigliacco.»
«Sì. Ho paura di morire.»
«Se ci pensi bene, vedrai che la morte non fa così male come sembra.»
Oriol non rispose, Rosa si alzò e abbandonò la cucina. Dopo un po' Oriol sentì dei singhiozzi
repressi provenire dalla stanza da letto. Allontanò il bicchiere di latte, come se gli facesse venire la
nausea, e si mise a pensare, guardando fisso da nessuna parte e con tanta voglia di essere diverso. Alzò
la testa: Rosa usciva dalla stanza tutta sistemata, con un vestito severo.
«Dove vai, adesso?»
«Al funerale.»
«Sarebbe più prudente che...»
«Approfittane per andare a fare il ritratto al tuo padrone.»
«Devo andare a Sort alla riunione dei maestri» rispose lui, ferito. Ma lei era già uscita senza
aspettare di sentire la risposta. Oriol non sapeva in quel momento che non avrebbe mai più parlato con
lei.
Rosa se ne andò da Torena il giorno prima di Natale, il giorno in cui seppellivano il Ventureta,
quando erano tutti al lavoro, quando Oriol si trovava a Sort per una riunione di maestri delle valli
indetta dal delegato della Falange Spagnola che li voleva esortare a iscriversi in blocco alla Falange,
camerati. Rosa se ne andò come fanno i fuggitivi, senza avvertire, sapendo che con la cesta e la valigia
piene si portava via tutto l'entusiasmo e tutti i che bello che sarebbero potuti essere. E lo fece perché
era una donna forte che non voleva che suo figlio vivesse con un fascista. Aveva tutta la speranza nella
pancia.
Tina non sapeva bene perché, ma conservava quella lettera dentro i quaderni come un tesoro,
perché mostrava chiaramente fino a che punto l'infelicità possa trapanare la carcassa delle persone e
annientarle. E pensare che Rosa aveva la speranza nella pancia, non come me, che l'ho persa in un
monastero pieno di correnti d'aria.
21
Davanti all'immagine di Nostra Signora del Coro, in presenza di una rappresentanza frugale ma
sceltissima di autorità e di gente dabbene (il Capitano Generale della Prima Regione presente in quei
giorni a San Sebastiàn, tre colonnelli, vecchi compagni d'armi dello sventurato capitano Anselm
Vilabrù, e una ventina di persone di quelle che contano e che, soprattutto, conteranno a Barcellona e a
Madrid), nella parrocchia riccamente adornata di Santa Maria, don Santiago Vilabrù Cabestany (dei
Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure) vuoi prendere la signorina Elisenda Vilabrù come tua sposa
in ricchezza e in povertà, nella salute e nella malattia?
«Sì, padre.»
«E tu, Elisenda Vilabrù Ramis (dei Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà
troia metà meglio non parlarne per rispetto del povero Anselm), bellissima ragazza che se io non fossi
il cappellano militare ti farei passare al setaccio qui e adesso, che ai tuoi ventidue anni hai saputo
muovere i fili tra i rifugiati a San Sebastiàn che aspettano con ansia che la Catalogna cada nelle mani
delle truppe franchiste per recuperare ciò che il marasma rosso ha tolto loro con la violenza e non hai
perso tempo perché ti sei cercata un marito vergognosamente ricco e sembra che anche tu fossi già
bella sistemata da parte tua. A proposito, questa storia di tua madre Pilar Ramis non so bene cosa sia
ma tutti ne parlano. Accetti don Santiago Vilabrù Cabestany (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany
Roure) come tuo sposo e come sinecura perpetua, in ricchezza e in povertà, nella salute e nella malattia,
nelle corna e nell'indifferenza coniugale? Perché a me, che di finocchio neanche l'ombra, non
dispiacerebbe mica sposarmi con questo Santiago seppure mi desse in culo una volta al mese, solo per
la sua fortuna. Di', figliola.»
In un banco della ventesima fila, Bibiana, che aveva il dono di conoscere la fine delle storie,
guardava con apprensione la nuca del signor Santiago e di Elisenda e diceva no, tesoro, di' di no e
comincia a correre.
«Sì, padre.»
«Nel nome di Dio, io vi dichiaro marito e moglie. Ciò che Dio ha unito l'uomo non lo separi,
perché solo la morte potrà separarlo. Viva Franco. Arriba España. San Sebastiàn 28 febbraio 1938,
Terzo Anno della Vittoria. Dovete firmare qui sotto. Tutti e due, sì. E anche i testimoni. Calmi, c'è
spazio per tutti. Vi chiedo un applauso per gli sposi. Ecco, bello forte. Viva Franco. E viva l'esercito
spagnolo.»
Era stata una decisione molto meditata. Il caro zio August le aveva insinuato che era destinata a
conoscere fortune europee ma lei aveva già accettato che la guerra scompiglia ogni cosa, persino i
sogni, e si decise per Santiago; aveva solo due anni di più, era un ragazzo gradevole, molto ben
educato, con una certa fama di scapestrato, ma era perdutamente innamorato di lei. Aveva inoltre il
buon gusto di chiamarsi Vilabrù. E, soprattutto, le ricordava suo fratello Josep, le ricordava l'immagine
che ne serbava di quella sera in cui a casa Gravat spiegava se le cose si mettono male ce ne andiamo
tutti dall'altra parte, a San Sebastiàn, passando per la Francia, conosco un contrabbandiere che ci
guiderebbe senza problemi. Suo padre lo ascoltava pensieroso e diceva sì, forse ci dovremo proprio
parlare. Chi è? Ventura, il marito della Ventura, che conosce valli e sentieri come nessun altro. Ma non
fecero in tempo, perché il gruppetto di Tremp, previa denuncia di tre carogne del paese, fece quel che
fece, una pallottola alla nuca di papà e poi hanno cosparso di benzina il mio povero Josep. E Santiago
le ricordava molto, moltissimo Josep. Sembrava quasi che si sposasse con il ricordo di Josep e non con
Santiago Vilabrù i Cabestany (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure).
Lei gli spiegò i suoi sentimenti e quello che aveva intenzione di fare quando sarebbero tornati a
Torena. Lui dissimulò una smorfia e disse benissimo, mia cara, ma adesso dovremmo pensare a noi,
che voleva dire andiamo a letto a consumare il santo matrimonio, che muoio dalla voglia di consumarlo
con tutte le mie forze; e dopo aver consumato il santo matrimonio come prescrivono le sacre scritture,
Elisenda insistette, voglio che tre persone del paese paghino per quello che hanno fatto. Santiago
Vilabrù si grattò la cocuzza e disse io, queste cose... Sai che ti dico? È meglio che andiamo a vivere a
Barcellona, che non ti ossessionerai tanto e quando vuoi potrai andare a Torena. Lei si mise a braccia
conserte e disse non consumeremo più il santo matrimonio finché non mi giuri che andremo a vivere a
Torena e lui disse come vuoi, mia cara.
«Sei disposto a vendicare la morte di mio padre e di mio fratello?»
«Certo. Fammi rivedere questi seni. Vieni qui, bellezza.»
«No. Giuramelo.»
Arrivarono a un accordo: lui le avrebbe indicato la persona adeguata, conosceva un uomo ideale
per questo lavoro: era della zona, conosceva la gente e aveva ciò che si deve avere quando uno vuole...
Slacciati la camicia, su, dai.
«Chi è?»
«Un conoscente. È di casa Roia, di Altron. Mi ha fatto alcuni servizi... Beh, è sbrigativo.»
«Dove lo posso trovare?»
«A Burgos. Vieni qui, mia delizia.»
Il secondo giorno di matrimonio, dopo quattro sante consumazioni, Elisenda Vilabrù Ramis (dei
Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio non parlarne per
rispetto del povero Anselm), con cinque minuti di conversazione e una busta piena, ottenne un
permesso specialissimo e prese un taxi che portò lei e Bibiana a Burgos. Già da qualche giorno aveva
cominciato a riordinare gli energici insegnamenti della madre Venància, perché si stava rendendo conto
che se non ti dai da fare, il mondo è per i cattivi, i malfattori, gli assassini, i comunisti, i rossi, gli
anarchici, gli atei, i massoni, gli ebrei e i catalanisti. Bisognava quindi fare un calcolo approssimativo
con i precetti morali e negoziare quali di essi potevano essere messi momentaneamente in riserva. La
confessione che aveva fatto prima delle nozze con il cappellano militare, il capitano don Fernando de la
Hoz Fernàndez y Roda (un po' risentito perché per la cerimonia era stato scelto il colonnello cappellano
Macìas), le aveva chiarito meravigliosamente le idee perché il gentiluomo, dopo aver pronunciato un
atto di fede entusiastico nei confronti della figura del Santo Caudillo che li avrebbe portati alla Vittoria
Finale, le aveva assicurato che qualsiasi attività, qualsiasi figliola, che tenda all'annientamento e alla
distruzione delle orde malvagie, malfattrici, assassine, comuniste, rosse, atee, massone, ebree e
catalanoseparatiste è gradita a Dio Nostro Signore, Padrone della Giustizia e Dispensatore del Castigo
Divino, nonché Garante della Sacra Unità di Spagna. Guarda la figura biblica del Goel, che nessun
teologo, santo padre o papa ha mai screditato. Questo per me vuol dire solo guerra ai rossi. In questi
momenti, figliola... (qui, il capitano don Fernando de la Hoz Fernàndez y Roda si era dovuto fermare,
asciugarsi con un fazzoletto la fronte e riprendere fiato, perché, malgrado la grata di separazione, era
assolutamente stordito dal tono di quella voce di velluto, dallo scintillio degli occhi che riflettevano la
fiammella del Santissimo e la trasformavano in passione, dal movimento innocente degli orecchini con
i brillanti e da quella fragranza così sensuale che mi sta facendo schiattare). Si era soffiato il naso per
calmarsi e aveva continuato a dire in questi momenti, dicevo, figliola, tutti gli Atti di Giustizia sono
ben visti dal Signore Cristo Re. E adesso di' con me un'avemaria. No, anzi, vai a dirla da sola davanti al
Santissimo, figliola, e affidati all'Immacolata Concezione, che è la patrona dell'esercito di terra. Ego te
absolvo a peccatis tuis et hic et nunc, domina, te moechissare cupio.
«Amen» aveva risposto Elisenda con devozione.
Sulla passeggiata dell'Espolón Viejo di Burgos, nella pensione dove erano andate a finire, si era
concentrato tutto il freddo dell'inverno avanzato, mentre Bibiana l'aiutava a mettersi il cappotto e osava
dirle attenta, tesoro, che forse è troppo grande per te tutto questo. Ma Elisenda non era in vena di
ascoltare consigli. Disse grazie, Bibiana, ma è la mia vita, e uscì dalla stanza per ritrovarsi nello
squallido atrio dove l'aspettava quell'uomo bassetto, con gli occhi blu ghiaccio e i capelli scuri, di
mezz'età, che le diede la mano tra l'incuriosito e l'ammirato. Intanto Bibiana, mentre metteva a posto i
cappotti scartati, pensava ma la mia vita è la tua vita, tesoro, non l'hai ancora capito?
«No, non voglio accanto muri con le orecchie, passeggeremo un po'» disse lei quando l'uomo
con gli occhi chiari le aveva accennato che potevano andare in un caffè che conosco che.
Erano vicini a Plaza de Prim, la nebbia che saliva dall'Arlanzón cominciava a coprire tutto il
quartiere. Attraversarono la piazza in silenzio. Dovettero lasciar passare una fila lunghissima di camion
dell'esercito nazionale carichi di pezzi di artiglieria media che si dirigeva verso la distruzione
inesorabile. Applaudirono entrambi, senza togliersi i guanti, come tutte le altre persone che si
trovavano in mezzo alla piazza al passaggio dei camion. Applaudirono per tre minuti e trentadue
secondi. Quando il camion con il faro rosso ebbe abbandonato la piazza, diretto verso le sue vittorie, lei
gli fece capire che voleva prendere verso Plaza de la Libertad, non per niente, soltanto perché era di
strada. Da lì, lungo la Calle de la Puebla, arrivarono alla piazzetta di San Lesmes e allora lei si girò
verso l'uomo dagli occhi blu ghiaccio e gli disse tu sarai il mio Goel.
«Che?»
Adesso le nuvolette di fiato, disorientate, uscivano dalla bocca dell'uomo dagli occhi blu
ghiaccio.
Nonostante l'uomo fosse più grande, lei sin dall'inizio gli aveva dato del tu perché fosse chiaro
sin dal primo momento chi dava gli ordini. Poi gli regalò un breve sorriso. Dalla bocca dell'uomo
uscivano ancora nuvolette disorientate. Con fare didattico, Elisenda gli raccontò quello che era
successo a suo padre e a suo fratello e si stupì del fatto che non ne avesse sentito parlare, ma lui rispose
che erano anni che non viveva più ad Altron. No, non aveva sentito parlare dei fatti, no. Terribili, eh? E
che cosa vuoi che faccia, io?
«Occuparti di vendicare la morte di mio padre e di mio fratello.»
«Cazzo.» L'aveva pronunciato tra i denti, ma poi gli dispiacque di averlo detto davanti a
quell'angelo.
«Si tratta di fare giustizia. Semplicemente giustizia. La giustizia di Dio che deve cadere sui veri
colpevoli.»
Lo sguardo blu ghiaccio diede un ripasso a quella donna così invitante e fu sul punto di dire se
l'ordine viene da lei, non mi tremerà il polso. Ma per fortuna si trattenne. Le diede un altro ripasso
stupito perché, pur con un freddo che gela i pensieri, lei qui, tranquilla, a parlare di uccidere.
«Qual è il tuo anelito?» fece lei, didattica.
«Il mio che?»
«Sogno.»
«Ah. Pulire il mondo dai comunisti e dai separatisti. Mi sono iscritto alla Falange.»
«Bene. Io ti dirò chi sono i comunisti e i separatisti di Torena.»
«Forse ne conosco qualcuno.»
«Joan Bringué di casa Feliçó, Rafael Gassia di casa Misseret e Josep Mauri di casa Maria del
Nasi. E qualcun altro che non l'ha fatto ma che rideva sotto i baffi quando hanno cosparso di benzina
mio fratello.»
Fecero qualche passo in silenzio. Calpestavano il freddo che faceva cric-cric sotto le loro
scarpe. Improvvisamente, lui si fermò e si mise davanti a lei. La trovò bellissima:
«E perché lo dovrei fare?»
«Firmeremo un contratto. Ti sistemerai per tutta la vita.»
«Conosco Josep di casa Maria.»
«Prima esamina il contratto che ti farò e poi dimmi se conosci ancora qualcuno.»
Gli spiegò nei dettagli, ma con un tono piuttosto meccanico, i soldi che avrebbe ricevuto a ogni
esecuzione e la situazione vantaggiosa in cui sarebbe vissuto per tutta la vita. E anche il tipo di rapporto
che ci sarebbe stato tra loro due a partire da quel momento. Se mi dici di sì, giuro che rispetterò la mia
parte del patto fino alla morte.
«Quando l'esercito arriverà là, correranno come conigli.»
«O no. Loro non sanno che sono disposta a tutto.» Inspirò aria gelida e disse: «Comunque,
spero che tu li prenda prima che fuggano.»
L'uomo pensò qualche secondo. Calcolava i guadagni, calibrava le circostanze:
«E se i soldati li fanno fuori prima che io arrivi?»
«Assolutamente no. Voglio infliggergli io il castigo. Un castigo personale. Mio. Del mio Goel.
Se li castighi tu è come se lo facessi io. Se lo fa un altro, non guadagni niente.»
«Capisco. Ma come...»
«Al come ci penserò io. Tu vai a Torena appena possibile e mi informi. Io deciderò quando
tornarci. Si deve preparare tutto con precisione.»
«Come per esempio cosa?»
«Ti devi fare onore al fronte. Poi ti farò sindaco di Torena.»
«Tu?» Pausa fredda: «Lei?»
«Puoi darmi del tu. Accetti di essere il mio Goel?»
«Che vuol dire Goel?»
«Accetti? Te la senti?»
«Se rispetti il patto che mi hai detto...» Ancora dubbioso, come se si togliesse un peso: «Che
vuol dire Goel?»
«La figura biblica del vendicatore di sangue. Accetti?»
«Se il patto che firmo è quello che mi hai detto, sono d'accordo. Ma...»
La guardò dritto negli occhi. Lei sostenne il suo sguardo.
«Ma cosa.»
«Accetto a una condizione.»
«Quale.»
«Una scopata.»
«Che vuol dire una scopata?»
Lui gli spiegò che fare una scopata vuol dire consumare il matrimonio, ma in questo caso senza
matrimonio. Consumare. Chiavare. Moechissare. Adesso. Conosco un posto dove possiamo stare tutto
il tempo necessario. Ti farò vedere il cielo.
Lei si fermò e l'osservò dalla testa ai piedi. Il cielo. L'uomo temette per qualche istante che se
ne andasse tutto a quel paese, il canonicato di Torena, lo stipendio e la scopata, per aver voluto tirare
troppo, e troppo in fretta, la corda. Ma, contrariamente a quanto sarebbe stato prudente, lei disse che era
giusto, che se gli faceva fare determinate cose, lui in compenso... Tacque perché davanti a loro stava
passando una coppia di mezza età e non voleva avere problemi, perché dicevano i Pitarch che dei tizi di
Calella erano stati severamente ripresi perché a quanto pare a Burgos non si poteva parlare in catalano
per strada né nei luoghi pubblici. Quando furono di nuovo soli davanti all'ingresso di San Lesmes, lei
sorrise, gli mise una mano inguantata sulla guancia e gli disse d'accordo, ma dobbiamo farlo proprio
adesso, perché ho una certa fretta.
Mentre si dirigevano al luogo che lui conosceva, lei gli spiegò che avrebbe parlato a uno degli
aiutanti di campo del generale Antonio Sagardìa Ramos perché già dal giorno dopo includesse nello
Stato Maggiore della sua sessantaduesima Divisione del Corpo dell'Esercito di Navarra, che stava per
entrare in Catalogna dal Pallars, il sergente... come ti chiami di nome?
«Valentí.»
Valentí Targa, originario di Altron, ex contrabbandiere, futuro esecrabile assassino nonché
ottimo conoscitore della zona e dei suoi abitanti, possibile perfetto informatore, patriota incorruttibile,
falangista, desideroso di far entrare, a qualsiasi costo, la luce, l'ordine, la legge e la religione
nell'invertebrata Catalogna. Lui le rispose meravigliato che si stupiva del fatto che una ragazza di
venti...?
«Ventidue.»
Che una ragazza di ventidue anni fosse in grado di organizzare le cose in quel modo, con quella
precisione. No, per favore, non ti togliere gli orecchini, no.
Fu una scopata dominata dagli ansiti di quell'uomo che si sbalordiva della fortuna che stringeva
tra le braccia, forse con la folle speranza che quell'episodio li avrebbe fatti diventare amanti per sempre.
Ma non appena egli ebbe scaricato la propria ansia nel corpo di lei, Elisenda si alzò e gli si mise di
fronte, nuda e snella, lui ancora ansante, e gli disse benissimo, questa era la tua condizione. Ma non mi
toccherai mai più. Questo è il mio prezzo.
Carmencita. Dopo un silenzioso viaggio di ritorno, in cui Bibiana aveva definitivamente capito
che la sua bambina stava tramando cose molto gravi e sapeva di non poterla fermare, Elisenda Vilabrù
Ramis (dei Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio non parlarne
per rispetto del povero Anselm) dovette venire a sapere che lei si chiamava Carmencita, che l'aveva
sostituita efficacemente durante la sua assenza e che usava un profumo disgustoso.
«Non cerchi neanche di nasconderlo» disse allibita a suo marito.
«Perché? Finiresti per scoprirlo. Io non posso stare più di un giorno senza scopare, questo lo
devi sapere, tesoro.»
Elisenda lasciò la valigia per terra mentre aspettava che Carmencita, confusa, si mettesse la
gonna e uscisse, ancora scalza, a finire di vestirsi sul pianerottolo.
«Domani mi dovrai firmare dei documenti.»
«Il divorzio non esiste. Non lo sapevi?»
«No. Sono i testamenti. Ne abbiamo già parlato.»
«Ah. Benissimo.» Santiago si sedette sulla poltrona accanto a lei: «Quindi non sei arrabbiata?»
Lei non rispose. Non lo guardò neanche. Iniziavano adesso probabilmente i tredici anni di
indifferenza. Lui insistette:
«Allora... se non sei arrabbiata... potremmo provare...»
Lei lo guardò, venendo da molto lontano, da carte firmate, dal Goel e dal suo corpo duro e
scuro, e non disse niente. Lui insistette:
«Allora... potremmo provare... tutte e due, lei, tu ed io. Ci divertiremmo...» Con lo sguardo
voglioso: «L'hai mai fatto, tu?»
22
Solo le donne di casa Ventura, Manel Carmaniu, cugino della Ventura, e alcuni scontrosi
anziani Esplandiu di Altron, con le rughe sul volto cariche di odio taciuto, le donne di casa Misseret,
altere, adesso che non avevano più niente da perdere dopo la morte di Rafael, Felisa di casa Maria del
Nasi, che aveva il marito non si sa dove, in fuga da qualche parte, Cassià Mauri, suo cognato dal
pensiero ottuso, una cugina dei Bringué di casa Feliçó e padre Aureli Bagà, che non sapeva dove
guardare e pensava Signore, quando finirà tutto questo, nonché Pere Serrallac, che oltre a essere il
becchino dei piccoli cimiteri di tutti i paesi del versante di ponente, aveva aperto da pochissimo
un'attività commerciale di lapidi, pietre, sculture industriali, tegole, lastre di pietra per soffitti e
pavimenti che per il momento non andava molto bene perché dava un gran da fare per riempire
documenti e poco margine di profitti. Chi l'avrebbe mai detto che alla fine avrei aperto un negozio, io
che ho passato la vita predicando la bona novajo de la frateco universala. Solo dodici persone
accompagnavano il Ventureta che era morto di una pallottola nell'occhio. Molta gente del paese
sussurrava che ci sarebbe andata, ma che non voleva passare davanti ai quattro uomini di Targa
appostati sul tornante stretto, vestiti con l'uniforme falangista, senza proibire il passo a nessuno ma
perquisendo con lo sguardo l'anima di tutti coloro che si avvicinavano al cimitero, segnandosi nella
memoria il loro nome e il loro volto, mentre il signor Valentí era a Sort, a Tremp o a Lleida,
raccontando ciò che era davvero successo, perché non dessero retta a tutti i si dice. Che Dio, se esiste,
ne tenga conto, per la miseria. Alcuni stavano a casa, ascoltando l'aria e pensando in fondo gli sta bene,
anche se Ventura non era né della FAI né di. Qualcosa doveva pure aver fatto; con il suo passato, prova
a immaginare. Quale passato? E quale, il contrabbando. Come te. Sì, ma lui ha iniziato molto prima;
una vecchia volpe, sì. Certo. È un peccato, perché era un bambino, ma vedrai come righerà dritto
adesso la gente, così. Su questo hai ragione. Hanno abbassato la cresta. Dice Bibiana di casa Gravat che
la signora Elisenda era a letto, con un'emicrania insopportabile. Povera donna. Povera? Magari potessi
piangere io con i suoi occhi. Io, invece, sapevo che non c'era, che ieri se n'è andata a Barcellona. Ce
l'abbiamo qui, dall'altra parte della piazza, e non sappiamo mai dov'è.
«Non so perché cazzo gli fanno il funerale in chiesa.»
«Beh...»
«No, no. Il prete si dovrebbe rifiutare. Ventura è un miscredente.»
«Senti, forse è meglio che.»
«Una cosa è il padre e un'altra il figlio, o la moglie.»
«No, no. Io trovo che... Sai che ti dico, se mi salta il grillo lo vado a denunciare.»
Il prete risolse tutto in latino e a nessuno dei presenti venne in mente di chiedergli una
cerimonia più lunga, perché sentivano solo la pena, così tanta che il cuore non mi basta. Prima che le
donne coraggiose e i pochi uomini audaci sparissero dal cimitero in direzione delle proprie vite
desolate, Pere Serrallac si avvicinò alla Ventura, che aveva due occhi duri come il diamante, e le disse
all'orecchio sto facendo una croce di pietra per tuo figlio; di tasca mia. E quando qui si potrà respirare
avrà la sua lapide, regalo della casa. Lei gli rispose senza guardarlo Dio te ne renda merito, Serrallac, e
se ne andò anche lei verso la propria vita amara, verso la denuncia alla guardia civil, l'accusa a Valentí
Targa, le lunghe attese su una panca di legno della caserma, i risultati delle minuziosi indagini della
polizia che concludevano che il ragazzo era stato l'infelice vittima di un delinquente di questi che si
nascondevano nel bosco e basta di accusare impropriamente persone con cui ha dei conti in sospeso. O
perché pensa che lei e la sua famiglia hanno il divieto di assentarsi dal paese senza permesso?
«È il signor Valentí che odia mio marito. Per la Malavella.»
«Vuole andare in prigione per calunnie? Eh?»
La Ventura non sapeva più dove andare a reclamare se non a Dio; per questo prese la
cappelletta di sant'Ambrogio, che le toccava per turno, andò in chiesa e l'abbandonò all'ingresso, a cielo
aperto. Forse il santo non ne aveva colpa, ma Dio onnipotente sì. Fece il segno della croce e a partire da
questo momento non ci parlò mai più.
Serrallac, dopo aver coperto la fossa e aver battuto la terra con la pala piana, sapendo che era
solo, frugò in un vecchio secchio che aveva lasciato vicino al muro e ne tirò fuori delle viole del
pensiero fresche, di colore giallo vita e blu intenso del cielo, e le piantò nella terra appena smossa,
sapendo che al signor Valentí, se lo avesse ripreso per questa manifestazione floreale inappropriata,
doveva dire senta, io sto tutto il giorno chiuso in bottega, non so se mi spiego. Ma non potè evitare un
sussulto di panico quando sentì che la porta arrugginita si apriva e non era il vento. Si alzò e si trovò di
fronte la moglie del maestro che invece di accusarlo di apologia del terrore, con viole del pensiero
gialle e blu, portava anche lei un mazzetto di fiori di bosco colorati, colti alla svelta, ma scelti con
delicatezza. Per la faccia che faceva, anche lei aveva sicuramente pensato che sarebbe stata sola. Si
chinò davanti alla tomba e dentro di sé pensava Ventureta, non sono venuta prima perché sarei stata
mal vista dalle donne coraggiose che oggi ti hanno portato qui. Ma ti lascio questi fiori e perdonami,
perdonami, perdonami.
«Quattordici anni» disse Serrallac, in tono d'accusa.
«È un crimine.»
«Lei dice questo?»
«Me ne vado dal paese» disse lei.
«E suo marito?»
Ma lei si era già raddrizzata per andarsene. Guardò Pere Serrallac e gli disse grazie per aver
messo queste viole così belle.
Poi ci pensò su un momento, frugò nella borsa e tirò fuori una banconota.
«Per favore» disse «non gli faccia mancare i fiori... finché durano questi pochi soldi.»
Ma Serrallac rifiutò i soldi con gesto risoluto e le assicurò che alla creatura non sarebbero mai
mancati fiori. Lei fece qualcosa che da lontano sarebbe potuto sembrare un sorriso e disse lei è un
brav'uomo. E si mise la mano sulla pancia gonfia, come se fosse un venerabile canonico.
«Dove se ne va?»
«Non lo deve sapere nessuno. Non sono amata qui.»
«Non hanno niente contro di lei. Immagino.»
«Sì, e chi vuole che ci creda.» Lo indicò all'improvviso: «Mi posso mettere in contatto con lei,
se ne avessi bisogno?»
«Mi può scrivere in bottega. Meglio. Lettera commerciale.»
Dal fondo di una tasca fece apparire dei foglietti spiegazzati e sporchi. Il ritratto di Bakunin con
dietro le prime frasi tradotte in esperanto di Dieu et l'État, come una preghiera fervorosa, un vecchio
calendario, una foto di suo figlio e di sua moglie e una dozzina di bolle di consegna stropicciate. Con le
mani gonfie per il lavoro sulle pietre, sfogliò delicatamente le bolle di consegna finché venne fuori un
biglietto da visita. Lo diede a Rosa senza dire una parola.
Lei fece una smorfia di ringraziamento e si incamminò verso la porta. Pere Serrallac la seguì
con lo sguardo. Si accorse, allora, che all'ingresso del cimitero c'era il taxi di Evarist di Rialb con una
valigia pesante sul tetto, e dentro di sé augurò buona fortuna alla moglie del maestro che se ne andava
senza avere avuto il tempo di bagnare i piedi nel Pamano.
23
L'infallibilità pontificia in materia di canonizzazioni è di fede teologica e non divina né
ecclesiastica.
«E questo che vuol dire?»
«Vuol dire, cara signora, che né se ne parla nelle Sacre Scritture né il Codice di Diritto
Canonico ne stabilisce l'essenza. Si sofferma, invece, sui passi da compiere.» Lasciò la tazza di tè
esattamente dove una settimana prima l'aveva lasciata Tina Bros e fece una battuta: «Conosciamo tutti
lo spirito eminentemente regolamentista del Codice della Chiesa.»
Cercò complicità nelle pupille morte della dama che aveva davanti. Ma la dama non reagì, e
tanto meno le sue pupille. Si girò invece leggermente e, trascurando la forma, disse spiegamelo, Romà,
e l'avvocato Gasull le disse da quanto ho capito, se il santo padre considera che le prove addotte dal
postulatore della causa sono sufficienti, può dare corso alla causa. All'illustre ecclesiastico:
«È così, no?»
«Esattamente, grazie mille. Anzi, quasi.»
«C'è stato un secondo miracolo.»
«È vero, signora. Il problema è che la Sacra Congregazione dice che forse è meglio aspettare un
altro anno o due.»
«Assolutamente no.»
L'ecclesiastico tirò fuori dalla cartella un pacchetto di sigarette e guardò Gasull con aria
interrogativa. Questi, inorridito, fece cenno di no con la testa e l'uomo dovette metter via il pacchetto.
Facendolo si guardò intorno, rassegnato. Pittura cara, mobili nobili, aria immacolata, silenzio elegante.
«Bisogna riconoscere che il primo postulatore, padre Bagà...»
«L'ex parroco del paese» disse lei inclinandosi verso Gasull.
«...e anche monsignor August Vilabrù, vostro zio... hanno svolto un lavoro preciso e
meticoloso. Soprattutto vostro zio.»
«Era un uomo che curava molto i dettagli» ammise lei, continuando a guardare dritto davanti a
sé.
«Lei è credente?»
Millenovecentosettantacinque. Tina Bros e Jordi Bofill, sul treno che li portava in Europa a
respirare, mettevano in comune tutti i soldi che avevano e arrivavano alla conclusione che con quello, a
Parigi, non ci pagavano neanche un ostello. Si baciarono per confermarlo. Cinque anni prima avevano
preso lo stesso treno ma si erano fermati a metà strada, perché la loro destinazione era Taizé, con una
candela in mano e la fede nella comunione ecumenica in testa e sulle labbra. Avevano conosciuto dei
grandissimi amici per tutta la vita, provenienti da ogni angolo del mondo, che non avevano mai più
rivisto perché, anche se ti sei giurato amicizia eterna, vivere uno al Cairo, a Helsinki o a Lubiana e tu a
Barcellona, rende difficili i contatti, e poi finisce sempre per imporsi la noiosa routine quotidiana.
Millenovecentosettantacinque. All'altezza di Lione si misero a parlare di Taizé, del concilio dei giovani
e di quanto è lontano tutto questo, ti ricordi di quella ragazza araba, chissà cosa fa. Ah, sì, come si
chiamava. E quel tipo quasi albino. Svedese. No, finlandese mi sembra. Sì, credo di sì. Accidenti, con
un nome stranissimo, sì. Eravamo davvero molto giovani e credevamo in tutto. Sì. Concilio dei giovani,
ma ci pensi? Passata Lione, mano nella mano, guardando il paesaggio che costeggiava il Rodano, si
dissero io Tina, io Jordi, persone libere, decidiamo in piena libertà e coscienza, di abiurare qualsiasi
fede religiosa di cui, in un momento o l'altro della nostra vita, abbiamo potuto avere esperienza. Perché
siamo donne/uomini liberi. Che sollievo, Jordi. Oh, a me veramente... In effetti me n'ero già allontanato
in modo molto naturale. Dovremmo scrivere un documento. Non ce n'è bisogno, dai. Ma a partire da
adesso, che sollievo. Allora Jordi disse quella cosa così bella, che essere brave persone non vuol dire
andare a messa ma essere leali e onesti. Ti prometto che ti sarò leale tutta la vita, Tina, e Tina si sentì
orgogliosa del suo compagno, alla periferia di Lione, sul treno per Parigi.
«No, padre. Non sono credente.»
Però ho un figlio che è monaco benedettino.
«E perché si vuole confessare?»
«Non è proprio questo che voglio fare. Desidero consultarla su una questione e vorrei che fosse
sotto il segreto della confessione.»
«Vediamo, figliola: il segreto della confessione... Vabbè, è lo stesso: parli, e se posso aiutarla lo
farò. E niente di ciò che dirà uscirà di qui.»
«Me lo giura?»
«Come vuole che giuri una cosa del genere, per l'amor di Dio?»
«Sì, ci vedo un inconveniente ed è per questo che ho raccomandato di rinviare la causa del
Venerabile Fontelles.»
«Quale inconveniente?» Silenzio rotto dalla signora Elisenda. «Avanti. Sinceramente.»
«Beh, che lei è l'unico testimone vivo della sua morte.»
«Quanti e quante martiri» intervenne l'avvocato Gasull «avrebbero pagato, insomma, si fa per
dire, per avere lei come testimone. Quanti! Quante!»
«È vero. Ma...»
La signora Elisenda si chinò verso Gasull, che fece lo stesso gesto per accostarsi a lei,
emozionato perché da tempo la signora non ammetteva queste confidenze. Il profumo di tuberosa,
Gasull ormai non lo avvertiva neanche. Fu sul punto di darle un bacio. Un bacio sulle pupille morte.
«Offrigli dei soldi» sussurrò lei, al posto di un bacio.
«Può essere controproducente.»
«Non per la persona che abbiamo davanti. Offrigli un bel gruzzolo.»
«Quanto?»
«Che ne so! Spetta a te stabilirlo.»
Sorrisero entrambi e l'avvocato Gasull cominciò a spiegare che non potevano aspettare oltre,
che il candidato Fontelles doveva entrare nel processo di marzo come gli era stato promesso in
Vaticano. Poi pronunciò la quantità, esorbitante, a voce alta.
«Perché una persona sia beatificata deve aver esercitato delle virtù in grado eroico. Si dice così,
vero?»
«Dove vuole andare a parare?»
«Si immagini che la Chiesa stia per beatificare una persona non credente.»
«È un'ipotesi assurda.»
«No. È la realtà.»
Il sacerdote, nel buio del confessionale, si agitò sul sedile, a disagio. Lasciò che le parole
sparissero inseguite dalla loro breve eco verso qualche angolo buio dell'immensa navata della
cattedrale. Quando non ne rimaneva più traccia, continuò:
«E tu come sai... Lei come sa che le cose stanno così?»
«Credo di non poterglielo dire. Che cosa mi consiglia di fare? Mando a monte la festa o me ne
infischio di beati e santi?»
«Figliola... Quello che dici è così irreale...»
«Quindi il Papa si può sbagliare.»
«Vedi, figliola: l'infallibilità del Papa in materia di canonizzazioni non è confermata da nessun
testo delle scritture.»
«E questo che vuol dire?»
«Che non è di fede divina. E neanche di fede ecclesiastica, perché la Chiesa non ha stabilito una
dottrina sulla materia.»
«Quindi il Papa si sbaglia e non succede niente.»
«Non direi proprio così.»
«In questi giorni mi sono documentata: ci sono dei santi che erano delle vere e proprie
canaglie.»
«Figliola, mi faccia il favore di moderare il linguaggio.»
«San Cirillo di Alessandria. Santo Stefano di Ungheria. San Ferdinando di Castiglia, Josemarìa
Escrivà, san Vicenzo Ferreri, san Paolo... Erano tutti individui violenti o accaparratori di potere, onori e
ricchezze.»
«Mi rifiuto di continuare a parlare in questo tono.»
«Perfetto. Non siete cambiati per niente. Denuncio una delle prossime beatificazioni?»
«Perché la dovrebbe denunciare?»
«Perché vogliono fare beato un signore che non credeva né in Dio né nella Chiesa. E che dicono
sia morto martire.»
«Un bel morire...»
«Mi ha capito, padre. Non credeva né in Dio, né nel cielo né nella redenzione, non credeva nella
comunione dei santi, né nell'autorità della Santa Madre Chiesa. Né in santi né in inferni.»
Tacquero entrambi. Come se stessero misurando le loro rispettive forze. Tina ribadì ancora una
volta quanto aveva detto:
«È stato un eroe, ma non certo un martire della Chiesa.»
«E tu perché chiedi il mio parere, figliola?»
«Perché lo voglio impedire.»
«Perché, se non credi in niente di tutto questo?»
«Perché la persona in questione non merita che la sua memoria sia travisata in questo modo.»
Silenzio. Buio nel confessionale. Passò tanto tempo che per qualche istante Tina pensò che il
sacerdote fosse fuggito portandosi dietro i suoi dubbi. Ebbe persino il tempo di riconoscere che si era
intestardita su quella faccenda perché sono offesa con la Chiesa, che mi ha rubato il figlio senza
chiedermi il parere, di nascosto, di notte, io che non credo né in Dio, né nella comunione dei santi né
nelle transustanziazione, come Oriol Fontelles, il maquis che vogliono mascherare da beato.
«Il mio consiglio è di non rimestare merda, figliola» disse dopo anni, con voce secca.
«Grazie, padre.»
«Lasci che le cose dei credenti le risolvano i credenti.»
«Ma è proprio qui il problema, il mio amico non credeva!»
«Le ho detto di non continuare a rimestare. Voleva un consiglio, no?»
Don F. Rella, lesse sulla targa della parte frontale del confessionale. Don Rella mi consiglia di
non rimestare la merda, pensò Tina mentre usciva dalla cattedrale e rimaneva abbagliata dal chiarore
freddo e indeciso del pomeriggio. Aveva mal di testa. Dovette fare il viaggio di ritorno a Sort con le
catene, perché il passo del Cantò era imbiancato. Il cielo era già scuro quando parcheggiò davanti casa
ed era appena metà pomeriggio. Guardò su, verso le finestre, e pensò Jordi non è ancora tornato.
Mentre chiudeva la macchina le si avvicinò un uomo alto e magro con l'espressione infreddolita,
nonostante portasse un giubbotto pesante, che le chiese, facendo uscire una nuvola di vapore, se era lei
Tina Bros, la maestra.
«Sì. Cosa vuole?»
«Possiamo parlare a casa sua?»
«Di che si tratta?»
«È importante.»
«Ma di che si tratta?»
Jordi ha avuto un incidente. Arnau è precipitato in un burrone all'hora tertia; Juri Andreevic è
salito su un albero e non riesce a scendere. No, mamma...
«Di Oriol Fontelles.»
«Cosa?»
«Oriol Fontelles. Possiamo salire?»
«No. Che cosa vuole?»
«So che ha dei documenti che non le appartengono e...»
«Io? E posso sapere lei come lo sa?»
«...e mi offro di farli arrivare al vero destinatario.»
«Sa qual è il destinatario?»
«Sì. Sua figlia.»
«Mi è stato detto che non ha avuto nessuna figlia.»
«Potrei esaminare le carte?»
Tina si diresse verso il portone del suo palazzo. Una volta arrivata, si girò verso l'uomo con
l'espressione infreddolita che l'aveva seguita:
«No. E dica alla signora Elisenda che non si disturbi, non le darò mai le carte.»
«Quale signora Elisenda?»
«Arrivederci.»
Entrò e chiuse il portone a chiave davanti allo sconosciuto. Quindi infilò le scale con un senso
di angoscia addosso. Arrivata a casa, chiuse la porta a chiave a guardò Juri che meditava steso
rilassatamente sulla poltrona di Jordi. Nonostante avesse molta fame perché non aveva potuto mangiare
a pranzo, si mise davanti al computer con tutta l'intenzione di terminare la trascrizione dei quaderni di
Oriol Fontelles perché non sapeva come né perché, ma sembrava che a partire da quel momento
sarebbe dovuta andare coi piedi di piombo. Dietro a lei, sentì che il dottor Zivago, disturbato nel suo
travagliato riposo, faceva uno dei suoi sbadigli e provò invidia per lui.
24
Lo decise alla seconda seduta di pittura. Il sindaco Targa seduto alla sua scrivania, lo sguardo
fisso sul pittore, come se volesse decifrarne i segreti, il volto duro, gli occhi di un azzurro ghiacciato,
da fare impressione.
«I grandi uomini sono stati dipinti più che fotografati» stabilì.
«Sì.»
«Ti deve venire meglio di quello che hai fatto alla Vilabrù.» Secondo decreto.
«Ogni ritratto è diverso dall'altro. Non si muova.»
«Tu non sei nessuno per dirmi cosa devo fare.»
Oriol buttò il pennello nel barattolo di acquaragia, si asciugò le mani con lo straccio sporco e
sospirò. Con un'irritazione che egli stesso ignorava disse qui comando io, e se non le piace se ne cerchi
un altro. Era il passo necessario. Senza aver detto questo, era impossibile persino immaginarsi il resto.
Silenzio. Una certa perplessità negli occhi di Valentí Targa. Finché decise di scoppiare a ridere,
rompendo la posizione, allentando la tensione, e disse hai ragione, camerata, hai ragione. È come
quando vai dal medico. E unì i polsi a significare che era prigioniero nelle mani dell'artista. Lui era solo
il grande uomo.
Allora gli venne in mente, come fosse la conseguenza logica della prima ribellione. Certo,
pensava al Ventureta. Ma anche a Rosa e alla figlia che non avrebbe mai conosciuto. E alla madre
Ventura, che si era trovato davanti quel giorno al Raval. In realtà, si era trovato davanti il suo sguardo
pieno di perplessità e di disprezzo, pieno di perché, di che infame che sei, maestro. E quando lui stava
per dire non è come si dice, io non c'entro niente con, lei aveva abbandonato in mezzo alla strada il
secchio che portava e si era allontanata in direzione di casa sua tremando di puro dolore; e Oriol si era
sentito immensamente miserabile, fino al punto che la paura iniziò a essere accantonata dietro a
sentimenti più urgenti. E adesso, davanti al grande uomo, si era reso conto che se uno ha il coltello
dalla parte del manico, ha il coltello dalla parte del manico. Che se era capace di tenere il coltello dalla
parte del manico non doveva aver paura di niente. O quasi niente. Sorrise condiscendente alla risata del
sindaco e riprese il pennello in mano. Ma lui non era più lo stesso Oriol. Se ne accorse subito, nei tratti
sicuri con cui disegnò le cinque frecce falangiste sulla tasca della camicia blu di Targa. Tutto sta nel
conservare l'iniziativa. Credo. Insomma, immagino. E nel non pensare alla morte.
A Torena, normalmente, si poteva sentire solo il muggito di una mucca, il pianto improvviso di
un bambino, il crepitare del legno stanco del carro che torna dal campo verso sera e il respiro asmatico
di Elvira Lluìs seduta al banco in prima fila, che faceva le moltiplicazioni della tabellina del nove con
la tranquillità di chi non sa che gli rimane pochissimo tempo di vita, guardandolo con quegli occhioni
disperati che invece sapevano che non è vero che nella vita c'è tempo per tutto. Al Carrer de Fontanella
di Barcellona, invece, gli arrivavano contemporaneamente il campanello insistente di una bicicletta, la
tosse del camion del ghiaccio che sputava un fumo impossibile, le porte del filobus che si aprivano e si
chiudevano davanti a lui sbattendo allegramente e il fischietto imperioso del vigile urbano che un po'
più verso Plaça de Catalunya faceva avanzare una fila di taxi con il motore roco. Ma lui non mollava un
istante l'ingresso del palazzo, facendo finta di aspettare il filobus, guardandosi intorno, nel caso
qualcuno lo seguisse e si accorgesse che stava effettivamente inseguendo qualcuno. Quando Valentí
Targa uscì dal negozio mettendosi un pacchetto in tasca, guardando a destra e a sinistra come se si
aspettasse un'imboscata o come se cercasse lui o come se semplicemente guardasse a destra e a sinistra,
Oriol si mise a camminare sull'altro marciapiede, qualche passo dietro a Targa. Ma poco dopo, per
paura di perderlo, attraversò la strada facendo lo slalom tra alcuni taxi che avanzavano lenti. Si abbassò
la tesa del cappello e si mise dietro alla sua futura vittima. Passò davanti alla moto tubercolosa che lo
aveva portato da Torena in un periplo notturno, gelato e interminabile e ne distolse lo sguardo come se
così facendo assicurasse a chi eventualmente lo stesse spiando che non aveva niente a che vedere con
quella moto accusatrice né con il folle piano che aveva stabilito nell'istante in cui il signor Valentí,
durante una pausa della seduta pittorica, quando lui aveva detto che visto che lunedì era festa potevano
continuare il ritratto, aveva risposto vivacemente di no, che lunedì sarebbe sceso a Barcellona (e qui
aveva abbassato la voce, come se a qualcuno avesse potuto interessare spiarli) per incontrare un
fiorellino che mi fa perdere la testa. Valentí Targa aveva scosso distrattamente il capo davanti alla tela,
lo sguardo perso, come se non gli interessasse il risultato del ritratto, o forse pensando al fiorellino.
«E tu dovresti fare lo stesso» decise dopo qualche istante, indicandolo in mezzo al cuore. «Se
n'è andata, no? Allora divertiti, cercati una femmina che ti faccia impazzire.»
«Forse ha ragione» disse mentre prendeva il pennello per pensarci meglio. «Perché non si siede
e continuiamo ancora un po'?»
Mentre dipingeva la gloriosa camicia blu, pensò che Targa lunedì sarebbe andato a Barcellona
da solo perché non voleva testimoni e nessuno avrebbe saputo che sarebbe stato tutto il giorno in
viaggio per una scopata con un fiorellino di Barcellona. Fu allora che si mise a macchinare per davvero
e a sudare di paura e di ammirazione per quel genere di pensieri.
Ma fu solo di notte, ricordando lo sguardo brillante di Valentí, che gli venne in mente il come.
Forse poteva davvero pescarlo con la guardia abbassata. Almeno, senza il tizio con i capelli ricci e
quello con i baffi sottili attaccati a lui come zecche. Se devo essere sincero, e ho già detto che voglio
esserlo in queste pagine, figlia mia, non capivo come quell'uomo potesse fare otto ore di viaggio per
una, beh, per un, per incontrarsi con una donna. Non ti offendere. Ma erano troppe le notti passate in
veglia pensando al Ventureta, allo sguardo silenzioso della madre Ventura, al rimprovero muto di metà
paese, all'approvazione non richiesta di alcuni, alla paura di tutti e, soprattutto, al disprezzo di tua
madre e a te, la figlia che non conosco perché mi sono comportato da vigliacco... È stato allora, mentre
finivo di dipingere le ombre della camicia blu da falangista, con gli occhi spalancati per la scoperta, che
ho deciso che l'unico modo di non essere vigliacco era non pensare alla morte se non come a un
passaggio. Non è che questo ti renda coraggioso, però aiuta. Allora ho ordito un piano perfetto. Beh,
credevo che fosse perfetto.
Alle tre del mattino, dopo essere passato in comune a impossessarsi della Browning che il
signor Valentí teneva nel terzo cassetto, dopo aver capito approssimativamente come doveva
funzionare quell'arnese e dopo essersi accertato che c'erano dei proiettili nel caricatore, uscì da Torena
trascinando la Guzzi in silenzio e sentendo su di sé gli sguardi diffidenti di tutto il paese che lo
accusavano ancora di essere un vigliacco e di cercare di chiedere clemenza con un atto demenziale.
Fece il primo chilometro di strada con il motore spento e senza fari, pregando che a nessuna coppia di
guardia civil venisse in mente di fare la ronda da quelle parti. Prima di arrivare a Sort aveva già le mani
congelate, nonostante i guanti, e gli mancavano ancora quattro o cinque ore di viaggio.
Le deve aver comprato una penna stilografica, pensò, cinque passi dietro al signor Valentí. Si
dovette portare il fazzoletto sul viso, spaventato, facendo finta di soffiarsi il naso, perché
improvvisamente Valentí Targa si era girato come se lo sguardo dell'altro gli avesse punto la nuca.
Oriol si maledisse per essersi azzardato così tanto. Fece segno a un taxi, che si fermò. Gli disse di
scusarlo, che voleva solo chiedere come faceva ad andare fino alla statua di Colombo. Il tassista mandò
qualche accidente ai morti di Colombo e partì senza risolvergli l'enigma. Allora guardò con la coda
dell'occhio, appena in tempo per vedere il signor Valentí che entrava in un portone all'inizio del Carrer
de Llùria.
Se Valentí Targa stava passando la mattinata di quel lunedì festivo tra le braccia di una donna
che gli faceva perdere la testa e sognare, vivere nella bambagia della tenerezza, molti uscivano a
indagare se il sole dominava ancora lì in alto, nel cielo freddo, e si organizzavano per andare al
frangiflutti o al Tibidabo a far sfogare i figli ben coperti. Oriol passò la radiosa mattinata guardando il
portone, accarezzando la pistola che portava in tasca, pensando sei stata troppo dura con me, Rosa, ne
dovevamo parlare prima, Rosa, io non sono un fascista, Rosa, sono solo pauroso, Rosa, ma adesso sto
cercando di rimediare, Rosa; lo so che è troppo tardi, ma la rabbia che sento per il fatto che è troppo
tardi è ciò che mi permette di controllare in parte la paura. Come si chiama nostra figlia? ho fame,
Rosa, ma non volevo staccare gli occhi dal portone. E se non ne esco vivo, Rosa, e Ventura, voglio che
un giorno sappiate che il signor Valentí Targa si è davvero meritato il proiettile che farò in modo gli
entri nell'occhio, come lui ha fatto con il Ventureta. In nome della giustizia di Dio, se pure esiste, ma
credo proprio di no. Accidenti, insomma, non esiste. Dillo a nostra figlia, Rosa. Tutto questo pensavo,
figlia mia.
Tina smise di scrivere e avvicinò il quaderno di Oriol alla luce. Una specie di cancellatura su un
paio di righe. Era impossibile distinguere che cosa aveva scritto e poi cancellato Oriol Fontelles in
quell'ora in cui prendeva decisioni e le comunicava ai quaderni perché non fosse così dura la solitudine.
In quel momento sentì un'altra fitta ed ebbe paura del dolore, della morte, di Dio se pure esiste, ma
credo proprio di no, come Oriol; del disamore con Jordi e, soprattutto, della fitta al seno, di quella
minaccia pronunciata dalla dottoressa, che se non tagliavano era come una specie di bomba a
orologeria attaccata al corpo. Per non avere paura si concentrò sulle due righe cancellate. Che cosa
doveva succedere quel lunedì freddo di gennaio a Barcellona, si disse per non pensare alla fitta.
Successe che all'ora di pranzo il signor Valentí Targa uscì dal portone con il Fiorellino per
mano. Il fiorellino era una donna tra giovane e matura, in effetti abbastanza attraente. Successe che li
seguì fino all'Arco di Trionfo, lungo il Carrer de Trafalgar. Successe che le vittime entrarono in un
ristorante molto vicino al Parc de la Ciutadella; dietro a loro entrò anche Oriol, trattenendo il respiro,
dopo aver tolto la sicura della pistola.
È facilissimo uccidere. È così facile uccidere qualcuno. Ancor più se la forza che muove
l'omicida è l'odio puro e, importantissimo, se si ha il coltello dalla parte del manico. Per questo Oriol,
una volta entrato nel locale (ristorante Estació de Vilanova, le due di pomeriggio, cinque tavoli pieni,
quello riservato, nell'angolo, appena occupato. Un'ombra ha oscurato la vetrata dell'ingresso e ha aperto
la porta), dopo che i suoi occhi si furono abituati alla luce più debole rispetto alla strada, distinse
Valentí Targa e si diresse verso il suo tavolo con profonda decisione, procurando di tenere sempre
davanti a sé il viso del Ventureta e quello della sua figlia sconosciuta. Il Fiorellino si era seduto di
spalle alla parete e diceva qui va bene, tesoro? e il signor Valentí, mentre diceva sì, sì, si sedeva di
spalle alla morte. Oriol era arrivato davanti alla nuca di Valentí e aveva estratto la pistola. Allora,
mentre la donna che aveva davanti apriva la bocca senza capire che cosa stesse succedendo, Oriol
pensò al signor Valentí Targa, di casa Roia di Altron, sindaco di Torena, ignobile, assassino, disonesto,
ardito, arrogante, un metro e settantasei, amico dei suoi amici e solo dei suoi amici, nemico dei suoi
nemici, e la mano gli si mise a tremare da sola perché uccidere non è così facile come credeva,
soprattutto quando sai il nome della vittima; soprattutto quando odi chi devi uccidere ma non hai
ancora imparato a disprezzarlo. E la mano gli tremava in modo così ridicolo che alcuni clienti dei tavoli
vicini guardarono distrattamente in quella direzione e lui dovette stringere la pistola con tutte e due le
mani, mentre il signor Valentí si chinava sul tavolo per meglio offrire la nuca e stava per dire con voce
vellutata sei fantastica, dopo pranzo ricominciamo, ma interruppe la frase appena iniziata perché aveva
visto che il Fiorellino apriva la bocca e guardava un po' sopra e dietro la sua spalla. Gli era parso strano
che non avesse reagito, perché il Fiorellino era molto sensibile ai complimenti, ma poi
improvvisamente si rese conto, perché come vuoi che reagisca se ancora non le. In quel momento sentì
la brutale esplosione accanto all'orecchio.
Oriol sparò un colpo, due colpi e basta, perché già al terzo il proiettile non uscì, e lo fece senza
smettere di pensare un attimo al Ventureta e al suo occhio adolescente trasformato in un foro di
piombo. Poi si rimise l'arma in tasca e uscì senza correre e senza vedere i due uomini pietrificati
all'entrata del ristorante. Sentì però che uno dei due diceva porca puttana, ma non si fermò a chiedere
spiegazioni perché aveva la fretta degli assassini. Mentre la porta a vetri si richiudeva dietro di lui, sentì
lo strillo del Fiorellino e rumore di sedie spostate, ma non si girò perché stava già scendendo, quattro a
quattro, i gradini delle scale della metro a Triomf e pensò che per una volta nella vita le cose filavano
lisce per lui perché in quel momento arrivava il convoglio. Forse non l'avrebbe pensato se avesse
saputo che un uomo bassetto, con una faccia da signor nessuno, l'aveva seguito dal ristorante ed era
salito sullo stesso vagone della metro. Una fermata dopo Oriol era già al Carrer de Fontanella e l'ombra
bassetta era dietro a lui. Mezz'ora dopo correva già sulla strada, in direzione di Molins de Rei, con il
respiro ancora selvaggiamente agitato e pensando l'ho ammazzato, ho ammazzato un uomo per
vendetta, ho ammazzato, ho ucciso Valentí Targa e non ne vado certo orgoglioso, figlia mia. Ma
mentre lo facevo pensavo a tua madre; e alla madre del Ventureta. Sulla moto ebbi la sensazione di
cominciare a togliermi di dosso la pelle da vigliacco che mi ricopriva tutto e non me ne importava nulla
di sapere che se mi scoprivano nessuno mi avrebbe potuto salvare dalla garrota. Tornato a Torena, di
sera già con il buio, per prima cosa ho lasciato la pistola al suo posto, scarica perché non sapevo dove
teneva i proiettili il defunto, e sono entrato a casa Marés a prendere un caffè, buttando lì che ero appena
tornato da Lleida, e Modest, dopo aver passato lo straccio sul marmo immacolato disse ah, un momento
fa le ha telefonato il signor Valentí.
«Che?» con il panico che premeva sul pomo d'Adamo.
«Niente, quello che ho detto. Caffè corretto?»
«Il signor sindaco?»
«Sì. Circa un'ora fa. Ha chiesto di lei.»
Oriol, terrorizzato, con l'anima che gli sudava dalla paura, fece finta che la cosa non lo
interessasse granché.
«Sicuro che era lui?» disse.
«E perché non doveva esserlo?» disse, mettendogli davanti il bicchierino: «Lo chieda a Cinteta,
la telefonista.»
Invece di cominciare a correre verso la Tuca Negra per trasformarsi in abete, invece di
addentrarsi nella foresta e fondercisi, iniziò a prendere il caffè. Gli dispiaceva solo di aver rimesso la
pistola a posto. Gli dispiaceva di averlo fatto talmente male che se solo avessero interrogato qualche
cliente, o lo stesso Fiorellino, avrebbero già avuto la sua descrizione e Valentí Targa e i suoi uomini gli
sarebbero già stati con il fiato sul collo. Gli dispiaceva che gli rimanessero così poche ore di vita. E gli
dispiaceva così tanto di non avere avuto il coraggio di tornare a casa di Elisenda per rinfacciarle mi
avevi assicurato che non sarebbe successo niente al Ventureta, e per dirle è da così tanto che non ti
vedo, e tuffarsi in lei, farsi abbracciare da quelle braccia che aveva dipinto nei particolari. Un desiderio
impossibile con una donna impossibile. Finì il caffè in un sorso e, strizzando l'occhio a Modest, fece
schioccare la lingua, come se fosse soddisfatto.
Quando uscì da casa Marés, la Stella della Notte regnava nel ponente freddo e lui sentì il
brivido della morte.
Alla stessa ora, nella cucina di casa Gravat, Bibiana strappava in pezzetti minuscoli la lettera
arrivata quella mattina, e che era riuscita a intercettare, in cui un certo Joaquim Ortiga comunicava al
signor Anselm Vilabrù i Bragulat che la mia amata moglie è appena spirata e, osservando le sue ultime
volontà, le scrivo queste righe per farle sapere che Pilar non si pente di essersi allontanata in tempo
dalla sua persona, poiché vi ha sempre trovato indifferenza, disprezzo e cattiva volontà, e desidera dirle
che l'unica cosa che le è dispiaciuta, dopo che ci siamo felicemente sistemati a Mendoza (dove, tra
parentesi, ho avuto continuamente lavoro sui palchi), è stata quella di perdere i contatti con la piccola
Elisenda e con Josep, che ormai devono essere cresciutelli. La prego di trasmettere loro questi
sentimenti perché, dopo tutto, erano figli suoi. Come può, pensava Bibiana, come può parlare così
questa donna se all'alba di quella domenica ventosa lei stessa l'aveva scoperta mentre, con una valigia
in mano, cercava di aprire la porta del vicolo con la sua consueta poca abilità e lei, svegliata dal fragore
del vento, vedendo quello che stava succedendo le aveva detto signora, pensi che i suoi figli sono
ancora delle creature, ma la signora, guardandola con durezza, le aveva detto non t'impicciare di ciò
che non ti riguarda, sono stufa di ragazzini piagnucolosi e stanca del disinteresse e del disprezzo di mio
marito, quindi spostati e lasciami seguire il richiamo dell'amore per una volta nella vita, e Bibiana
aveva dovuto farsi da parte perché non poteva avvertire il signore, che da dieci giorni stava inseguendo
mori. Non può fare questo alla bambina, signora, aveva esclamato come ultima risorsa. E la mia vita,
Bibiana? Con voce rotta l'aveva minacciata, aprimi la porta o ti ammazzo, e Bibiana aveva aperto la
porta del vicolo dicendo sia maledetta per sempre, signora. Pilar Ramis, dei Ramis di Tìrvia, era
scomparsa così da casa Gravat e dalla vita di Bibiana, da quella della bambina e di Josep, che stavano
dormendo al piano di sopra, e da quella del signore, occupato ad ammazzare mori in Africa. Bibiana
non fu capace di mettersi a gridare e di allertare l'angelo custode. Mentre chiudeva la porta riuscì solo a
pensare a come lo avrebbe detto alla piccola e a Josep.
Bibiana raccolse i pezzetti di lettera e li buttò nella brace dei fornelli, assicurandosi che il
ricordo di quella donna venisse cancellato per sempre, senza che potesse arrecare ulteriore danno
all'infelice creatura o alla memoria del povero Josep e dello sfortunato signor Anselm.
«Che fai?»
«Niente, mi preparo una tisana» rispose la donna. «Ne vuoi un po'?»
Elisenda non seppe mai che l'infusione che bevve quella sera era stata scaldata con le ultime
notizie della madre dal ricordo sfumato.
25
Passò la notte in bianco, nella scuola, aspettando l'arrivo del signor Valentí e della sua banda di
falangisti. Avrebbero bussato forte alla porta? Avrebbero rotto i vetri dell'aula? No: sarebbero entrati
con la forza, sparando. Le ore di quella notte scorsero lentissime. Quando il gelido sole si svegliava
ormai al passo del Cantò, nessuno aveva turbato la pace della scuola-rifugio del proscritto Oriol
Fontelles, ex vigliacco e recente eroe incompetente di cause perse.
Il signor Valentí passò di lì in tarda mattinata, quando i bambini erano già andati a mangiare.
Vivo. Senza fori nella nuca. Con la sua sigaretta deforme tra le labbra e lo sguardo liquido, più blu e
freddo che mai, che perforava tutto quello su cui si posava. Oriol si chiese mi liquiderà qui, adesso, o
farà una messinscena. È capace di farlo in piazza. Oppure no, certo: nel campo di Sebastià. E saranno
diciotto.
Il signor Valentí entrò nell'aula in silenzio e rimase a guardare Oriol per qualche secondo come
se pensasse tu quoque. Poi tolse la mano di tasca e lo indicò:
«Oggi facciamo una seduta, voglio vedere il quadro finito.»
«Ma...»
«Alle sei.»
Nient'altro. Nemmeno un accenno. Seduta di pittura. Neanche un pensa che cosa mi è successo
ieri. Niente. Da quel momento, Oriol non ebbe più la forza di guardarlo negli occhi. Giuro che miravo
alla sua nuca, si scusò.
Quando più tardi, all'ora del bicchierino dopo pranzo, Oriol sedette obbediente, come ogni
giorno, al tavolo del signor sindaco, questi, come per caso, gli chiese dove sei stato tu ieri?
«A Lleida. Perché?»
«A puttane?»
«Beh...» Aspettò che Modest lo servisse e quando furono di nuovo soli disse a bassa voce sì, a
puttane.
Allora Valentí Targa, come se si fosse aspettato quella risposta, svuotò il bicchiere in un sorso e
si alzò. Se ne andò senza dire niente, come se i suoi pensieri lo trascinassero con troppa forza. E Oriol
si sentì indifeso.
Tina sentì di nuovo sbadigliare il dottor Zivago e lo invidiò ancora una volta perché quando
sbadigliava pensava solo allo sbadiglio e poi a leccarsi i baffi, e invece lei, adesso che stava
trascrivendo al computer un momento culminante della via crucis di Oriol Fontelles, la via crucis che lo
aveva portato alla crocifissione, pensava al dottor Zivago, all'invidia di non poter essere Juri, a Jordi,
traditore di tutte le speranze, non ti ricordi il bacio che ci siamo dati all'ingresso di Taizé, eh, e il
giuramento di fedeltà, eh, non te lo ricordi, Jordi; e il tuo proclama di lealtà, sul treno diretto a Parigi? e
pensava anche a cosa starà facendo adesso Arnau. Mio dio, fa che non stia levando gli occhi al cielo in
quel modo e che non parli con quella voce impostata, liturgica, falsa e rituale, che possa continuare a
essere sempre un bravo ragazzo, amen. Dopo aver visto sparire l'ultimo alunno, con la lavagna
meticolosamente cancellata e la brace della stufa ravvivata, Oriol andò in bagno a lavarsi le mani per
togliersi il gesso accumulato durante tutto il giorno. L'acqua, fredda quasi quanto la sua anima, gli
faceva un male insopportabile, tuttavia ce le lasciò un bel po' per fare ammorbidire i resti di gesso ed
evitare che gli si screpolassero. Mentre si asciugava lentamente, energicamente, con l'asciugamano
sporco, osservò il suo sguardo nello specchio pieno di macchie senza sapere cosa dovesse fare, se
aspettare il plotone di esecuzione o andare di corsa a cercare Rosa chissà dove, inginocchiarsi davanti a
lei e dirle ho provato ad uccidere per te e per la memoria del Ventureta, voglio che tu sappia che mi
sono tolto di dosso la pelle del vigliacco; ma ho una paura pazzesca, amore, e ho bisogno di vederti.
Così conoscerò anche la mia figlioletta, la figlia di uno che era vigliacco e che adesso non lo è più
tanto. Dopo essersi asciugato le mani tornò nell'aula dove, nonostante fosse buio, notò una presenza
estranea. Rimase immobile in mezzo alla sala cercando di distinguere i fantasmi dalle ombre. Fuori era
già scuro e dentro non era ancora svanito del tutto l'odore dei bambini. Ma era entrata anche aria nuova,
di aroma di bosco e di sguardo scuro come il carbone.
«Chi c'è?» disse.
Un'ombra si staccò dal muro. Al chiarore anemico della lampadina della strada che gli
illuminava il profilo attraverso i vetri sporchi, Oriol intuì che quell'individuo impugnava qualcosa,
probabilmente una pistola, e pensò è fatta, è la fine e io non ho potuto dire a Rosa che non sono più un
vigliacco. Poiché l'ombra non si muoveva, Oriol accese la luce. L'uomo indietreggiò di nuovo fino alla
parete e lui potè vederlo meglio: sporco, con la pelle scurita dalle intemperie, un giubbotto logoro. E in
effetti: una Browning in mano che lo guardava con il suo occhio nero.
«Spegni la luce» ordinò l'intruso.
«Chi sei?»
L'uomo rimaneva attaccato al muro, lontano dagli sguardi di fuori, senza abbassare la mira.
«Che fai ogni giorno a quest'ora?»
«Correggo qui. Perché?»
«Allora fai finta di lavorare e parliamo. Deve venire qualcuno?»
«Di cosa dobbiamo parlare?»
«Aspetti qualcuno?»
«No.»
«Lavora.»
L'uomo non aveva ancora abbassato l'arma. Oriol iniziò a mettere in ordine la cattedra, piena di
quaderni degli alunni grandi, quelli che avevano fatto l'esercizio di geografia fisica: tredici quaderni;
undici, se calcolava che quelli delle Venturetes erano rimasti in bianco.
«Chi sei?» fece un po' disorientato. Lui aspettava le uniformi blu scuro dei falangisti.
L'altro rimase zitto e Oriol, per fare qualcosa, aprì il cassetto in alto e ci mise il righello di
legno. Andò verso la lavagna e ci scrisse mercoledì sedici gennaio millenovecentoquarantaquattro,
esattamente nello stesso punto in cui, quasi cinquantasette anni dopo, Tina avrebbe scritto mercoledì
tredici dicembre duemilauno, con la stessa chiara scrittura da maestra, poche ore prima che
distruggessero la lavagna, demolissero la scuola e saltassero in aria tutti i segreti rimasti qui prigionieri
tanto tempo.
«Perché hai voluto uccidere Targa?»
«Io?» Silenzio, e il pensiero mio Dio che faccio, che dico. «Io?»
«Tu» lo accusò lo sconosciuto continuando a tenerlo sotto mira.
«Non è vero. Quando?»
«Ieri.»
«Ieri ero a Lleida. Sono andato a puttane.»
«Ma non sei amico di Targa?»
«E tu chi sei?»
«Se devi scrivere le tue cose, fai finta di scrivere.»
Oriol si sedette alla cattedra e aprì un quaderno. La stufa cominciava a raffreddarsi e presto
l'aula sarebbe diventata un blocco di ghiaccio. D'improvviso alzò la testa e guardò l'ombra.
«Tu sei del maquis.»
«Perché volevi ucciderlo?»
«Perché ha assassinato un bambino del paese. Avrebbe potuto essere un mio alunno.»
«Però non ci sei riuscito.»
Oriol rimase in silenzio. No, non c'era riuscito perché è diffìcile uccidere quando si ha la
coscienza attorcigliata alle dita.
«Che vuoi da me?»
«Hai mandato a monte un attentato che invece sarebbe andato in porto.»
«Io?»
«Perché pensi che nessuno ti ha inseguito?»
«Non capisco.»
«Abbiamo mandato qualcuno a far finta di inseguirti.»
«Che ci facevate lì?»
«Lo stavamo aspettando. Una volta al mese Targa va a scopare a Barcellona e pranza al
Vilanova. Fa sempre lo stesso. Lo stavamo aspettando, sei entrato tu e hai mandato tutto all'aria.»
«Ma...»
«Tu sei falangista.»
«Beh, io...»
«Tu sei il grande amico di Targa. Lo dicono tutti.» A questo punto abbassò l'arma e la mise via:
«E dicono anche che tua moglie se n'è andata con un altro.»
«No.» Con rabbia: «Non è vero! Mi ha lasciato... ma non se n'è andata con nessuno.»
«Perché ti ha lasciato?»
«Non ti riguarda.»
«Sì, invece.»
«Mi ha lasciato perché sono un vigliacco.»
«Un vigliacco che si gioca la vita per vendicare il Ventureta.»
«Conoscevi il ragazzo?»
L'uomo non rispose. Oriol guardò la strada e la piazza in fondo. Non distingueva niente perché
la luce dell'aula era più potente di quella di fuori. Magari aveva davanti alla finestra la macchina nera
del signor Valentí e quattro uomini in uniforme con le mani sui fianchi ad aspettare che uscisse per
crivellarlo di colpi, loro sì, con una smorfia di disprezzo.
«Cosa vuoi da me?»
«Sapere da che parte stai.»
«Perché?»
«Perché ci devi aiutare.»
«Io? Chi siete voi?»
«Vogliamo che ci passi tutte le informazioni che ti darà Targa.»
«Io non sono... La mia posizione...» Chiuse il quaderno che teneva aperto davanti, nauseato:
«Quello che dovrei fare è fuggire prima che il signor Valentí...»
«No. Tu rimarrai qui e continuerai a essere per tutti l'amico di Targa, ma lavorerai per noi.»
«Chi siete?»
«Tra l'altro, il comando ha deciso che la scuola di Torena è un luogo ideale come stazione di
posta e punto di collegamento. La soffitta andrà bene.»
La scuola di Torena, che tu forse non vedrai mai, ha un lato relativamente vicino alla piazza, ma
dalla parte del cortile, dove escono a giocare i bambini, si affaccia sulle montagne; è l'ultimo edificio di
un paese che si sporge per intero sul paesaggio della valle.
«Come sapete che qui c'è una soffitta?»
«Dormi a scuola, non è vero?»
«Sì.»
«Verso la fine di questa settimana nasconderai dei fuggitivi. Vengono dall'Olanda e sono diretti
in Portogallo.»
«E se rifiuto?»
L'ombra aprì leggermente il giubbotto in modo che Oriol potesse vedere la culatta della pistola.
«Devi anche controllare sempre Valentí Targa. Ci dirai tutto quello che ti racconta e ci
comunicherai i suoi movimenti.»
«Io non sono un uomo d'azione» disse quasi piangendo.
«Infatti per gli altri non sarai un uomo d'azione. Continuerai a essere il figlio di puttana del
maestro, falangista e grande amico del boia di Torena. Ma lavorerai per noi.»
«Il signor Valentí sa che l'ho voluto ammazzare.»
«Noi crediamo di no.»
«Non sono un uomo d'azione.»
«Io neanche lo ero. Nessuno lo era, prima della guerra.»
L'uomo lasciò passare qualche secondo e poi, con una certa solennità, disse da questo momento
sei un soldato del maquis. Lavori anche per l'esercito alleato nella sua lotta contro il nazismo e il
fascismo.
«Ma io...»
«Non hai scelta.»
Ed è così che ho iniziato a lavorare con il maquis, figlia mia. A malincuore, perché non sono
coraggioso, ma con l'ansia di poter farmi perdonare dal Ventureta, che era morto a quattordici anni
forse perché io non ero stato abbastanza energico davanti a Valentí Targa. Il comando mi ha ordinato di
continuare a fare la stessa vita, esattamente la stessa, a fare lezione, ad andare al caffè a bere il
bicchierino insieme a Valentí, ad accompagnarlo nelle sue incursioni, a collaborare con la Falange
facendo in modo che nessuno, in paese, nutrisse alcun dubbio sul fatto che io fossi un vero fascista.
Il primo lavoro sono stati degli olandesi in fuga dall'Europa nazista perché ebrei. Poi, tre uomini
che fuggivano dal regime franchista verso nord, verso un altro orrore, che hanno passato una domenica
intera su in soffitta, finché è scesa la sera. Successivamente, un gruppo di sei uomini che qualche ora
prima avevano attraversato il confine e si dirigevano a sud. Due erano aviatori britannici. Tutte persone
dure, taciturne, che sapevano a cosa andavano incontro perché da tanto, troppo tempo la loro vita era in
pericolo. E ho saputo che la loro sicurezza è a rischio anche in Francia perché se il governo di Vichy li
scopre li consegna ai nazisti. Gli unici luoghi di vero riposo sono le isole - le chiamano isole - come la
mia scuola, luoghi dove sanno che nessuno li potrà trovare perché nessuno sa che esistono.
«Come sapete che qui c'è una soffitta?»
«Non fare domande.»
«Come posso sapere che mi stai dicendo la verità? E se sei un agente di Valentí Targa?»
«Questa sera ci sarà movimento a Sort. È la prova del fatto che non ti sto mentendo.»
«Che tipo di movimento?»
«Sai il ponte che abbiamo fatto saltare in autunno dalla parte di Isil?»
«Sì. Sei stato tu?»
«Sai il ponte della strada di Rialb?»
«A Sort, sì.»
«Bum.»
«Ah.»
«Domani, quando vedrai il disastro, indignati. Targa si deve fidare molto di te. Ti deve voler
bene, amare, lascialo flirtare, se credi. Purché ti racconti tutto. Finché lo ammazziamo. Ce lo devi.»
«Posso riprovarci io.»
«Tu stai fermo, controllalo e basta.» E dopo una pausa insistette: «Tiragli fuori tutte le
informazioni che puoi finché è in vita.»
La cosa più difficile, figlia mia, non è rischiare la vita: quando sai che al massimo la puoi
perdere, la paura, che non scompare mai, rimane in secondo piano. Una cosa del genere me l'aveva
detta tua madre poco prima di fuggire da me. Per qualche giorno ho vissuto con orgoglio la mia nuova
realtà interiore: cominciavo a non essere più un vigliacco. La cosa più difficile non è rischiare la vita:
fa più male la paura del dolore, della tortura. Ma c'è una cosa che mi fa ancora più male: essere un
fascista dichiarato agli occhi di tutti. Perché due giorni dopo aver ricevuto quella visita, ho giurato a
Valentí Targa che avrei ammazzato tutti i maquis del mondo e gli ho chiesto perché non avevo ancora
la divisa della falange. Valentí era sconvolto per il colpo ad effetto del maquis: il ponte dell'Hostal
Nou, sulla vecchia strada per Rialb, è volato in aria sotto il naso dell'esercito. Il maquis non aveva mai
fatto azioni tanto a sud e questo faceva imbestialire i militari e di rimbalzo i falangisti. Da quel giorno
Valentí mi considera indiscutibilmente uno dei suoi perché tra l'altro, il giorno dopo, mi hanno fatto la
foto ufficiale in uniforme. Ora comprendo che esiste una cosa ancora più crudele che essere un fascista
agli occhi di tutto il paese: è esserlo ai tuoi occhi, figlia mia. E a quelli tuoi, Rosa.
«Per motivi di sicurezza. Quando sarà tutto finito verrà il momento delle spiegazioni.»
«Ma è mia moglie.»
«No. Impossibile. E poi non vivete più insieme.»
«Allora mi rifiuto di collaborare con voi.»
A quel punto, l'uomo tirò fuori la pistola e gli disse con voce neutra allora ho l'ordine di
liquidarti in questo istante.
«Stai trasformando la mia vita in un inferno.»
«Pensa all'inferno che vive la Ventura, per esempio. O Tònia di casa Misseret. O le famiglie
delle migliaia di soldati del maquis. Pensaci.»
Io gli ho fatto notare che la guerra era finita da anni e lui mi ha risposto che l'Europa era in
fiamme, che i nazisti non erano stati sconfitti e che qui c'era ancora molta gente in guerra. Che cosa
decidi. Oriol rimase un quarto d'ora in silenzio facendo finta di correggere i compiti mentre l'uomo
scuro lo osservava impassibile dall'angolo che lo nascondeva da occhi indiscreti. Nella testa di Oriol si
svolse una specie di Passione con Via crucis e Crocifissione e lui pregava padre, allontana da me
questo calice e gridava Elì, Elì, lemà sabactàni, mentre lo sconosciuto là, rannicchiato, si giocava ai
dadi la sua tunica, contemplava la sua agonia e aspettava la sua decisione.
Quando gli ho detto che accettavo, l'ho fatto perché non avevo altre vie d'uscita e poi, dentro di
me, pensavo addirittura alla possibilità di denunciare più tardi la situazione. Ma una sorta di vergogna,
una voglia di conservare i resti della mia dignità, mi ha fatto essere sincero quando ho detto d'accordo,
accetto, ma non posso vivere così, senza dirlo a mia moglie.
«Vedremo cosa si può fare» disse vagamente. E con più energia: «Grazie, compagno.»
«Non mi chiamare compagno. Mi chiamate tutti come vi pare. I falangisti mi chiamano
camerata, anche se non sono ufficialmente un militante; sul giornale, la mia fotografia è quella del
camerata Fontelles. Non voglio essere chiamato camerata né compagno. Mi chiamo Oriol Fontelles.»
«Va bene. Va bene. A me, mi chiamano tenente Marcò.»
Ebbene, figlia: da qualche settimana, gran parte della comunicazione tra l'interno e l'esterno
passa per le mie mani. Sono iscritto alla Falange, Valentí mi tratta da pari a pari e dice di essere
orgoglioso di me mentre io preparo con cautela la nuova data della sua esecuzione. Io sì che sono
orgoglioso di me stesso, pur vivendo con la paura in corpo. So che scrivendo questa lettera trasgredisco
tutte le norme e gli ordini che mi hanno dato. Ma se mi ammazzano non vorrei che tu continuassi a
pensare che sono un vigliacco. Leggerai quello che ti scrivo solo se sarò morto e se tua madre sarà
capace di ricordare il nostro nascondiglio segreto, dove le ho detto che un giorno avrebbe trovato un
tesoro. Se le cose vanno a finire bene, figlia mia, sarò io in persona, se me lo permetti, a spiegare a te e
a Rosa, se mi vuole ascoltare, la verità della storia che stiamo morendo.
Dopo aver detto che accettavo ho aggiunto che per aiutarmi a rispettare l'impegno avrei pensato
al Ventureta come se fosse stato alunno mio, anzi, figlio mio. L'uomo con la barba e lo sguardo duro
come il carbone, dopo aver controllato che la piazza fosse deserta, mi si è avvicinato e mi ha messo una
mano sulla spalla. Fino a quel momento non mi ero accorto che quelle mani deformate erano mani da
contadino e non da militare.
«Buona idea» mi ha detto. E ha aggiunto: «A me, per continuare a lottare, mi aiuta sapere che,
per disgrazia mia e di mia moglie, il Ventureta era il mio figlio maggiore.»
Sparì in silenzio, così come era venuto, come se si fosse immerso nel buio. In quel preciso
momento ho saputo dentro di me che non avrei mai tradito quella causa e sono diventato un maquis
leale, invisibile, ho continuato a bere il bicchierino di anice con Valentí e ho capito che è così strano
provare amore per una persona che prova odio per me, Rosa... E altre cose che forse non capirai mai,
figlia mia, ma che credo ti racconterò. O forse no.
Il giorno dopo sono venuto a sapere che quella notte un nutrito gruppo di maquis aveva fatto
saltare il ponte dell'Hostal Nou. Era la prova che Ventura mi aveva promesso. Dalla rabbia, al generale
Yuste per poco non gli viene un infarto. Quel giorno nessuno ha pensato alla seduta pittorica.
Non ti stupire di questi quaderni di scuola. Era l'unica carta che avevo sotto mano. Sono i
quaderni nuovi di Célia Esplandiu, una delle sorelle di Joan Ventureta di casa Ventura, che dopo le
vacanze di Natale non è tornata a scuola e mi odia a morte.
Oriol spense la luce dell'aula e, al buio, spostò la lavagna per rimettere i quaderni della
Ventureta nella scatola di sigari. La verità della sua vita dentro una scatola di sigari.
26
Mertxe Centelles-Anglesola i Erill.
«Come?»
«Mertxe Centelles-Anglesola i Erill.»
Marcel sedette in poltrona con il bicchiere di whisky in mano. Pensava, come se quel nome gli
evocasse altri momenti. Nel salotto immenso dell'appartamento di Pedralbes, dove di fatto abitava
quando non era a Torena, da quando si era iscritto a Giurisprudenza, improvvisamente si sentì solo il
tic-tac dell'orologio da parete, dal suono più nobile, dal legno più esotico, dal meccanismo più solido di
quello dell'orologio da parete di casa Gravat a Torena. Un tic-tac molto tranquillo, perché il tempo, per
un orologio così importante, scivolava via più lento. «Chi è?»
«La piccola dei Centelles-Anglesola. Che hanno quella casa a Viladrau, vicino ai Dilmés.»
«Ah, sì. E quando hai detto che verrà?»
«Oggi pomeriggio.»
«Salutamela. Non potrò esserci.»
«No. Tu ci sarai.»
«Ti ho detto che non posso, mamma!»
La signora Elisenda Vilabrù si alzò e andò verso il balcone. A voce più bassa, guardando fuori,
verso Barcellona, verso quell'ammasso di case lontane dove la gente, piccola come un puntino,
transitava portando la propria vita sulle spalle, ripetè, infinitamente stanca, tu starai qui, e sarai gentile
con lei.
Marcel bevve un sorso di whisky. Mai, in tutta la sua vita, aveva pensato che fosse possibile
contraddire i desideri di sua madre. Almeno, non apertamente. Erano necessarie delle mosse da
guerriglia per cercare di fare di testa propria. E a volte non ci si poteva fare niente. Quel giorno scelse
la fuga in avanti:
«Vuoi che mi ci sposi?» Tutto il sarcasmo del mondo nel sorso di whisky che bevve a
continuazione.
Elisenda si girò verso suo figlio. Tic-tac lento. Il grido insolito di un facchino in quell'elegante
strada di quiete. In sottofondo, il gemito di un'ambulanza lontana che trasportava una vita sul punto di
spezzarsi. Distante, come uno scenario teatrale, la città palpitante.
«Voglio farvi conoscere.»
«Ho una ragazza.»
«Ah, sì?» Seppe mettere un velo di ironia nel tono: «Questa mi giunge nuova.»
Prima di pranzo Marcel aveva già riconosciuto davanti alla madre che in effetti no, non ho una
ragazza, è un'amica.
«Ne hai molte di queste amiche.»
«Che c'è di male?»
«Niente. Ma arriva un momento che bisogna metterci un punto. Non puoi essere un adolescente
tutta la vita. Hai già ventisei anni.»
«Non li ho ancora compiuti.»
«Hai finito l'università da due anni. È arrivato il momento di pensare alle cose serie.»
Doveva arrivare. Tutto ha un limite nella vita e Marcel sapeva che il suo limite per continuare a
fare la bella vita sarebbe stato il giorno in cui sua madre gli avrebbe detto è arrivato il momento di
pensare alle cose serie, bisogna metterci un punto e adesso basta con i divertimenti. Era un momento
duro e Marcel si aiutò con un altro whisky: il secondo? il terzo? Chinò la testa con una certa
rassegnazione. Vediamo la proposta di mamma. Il quarto.
Il punto da mettere che la signora Elisenda aveva disposto per suo figlio consisteva nel
conoscere Mertxe Centelles-Anglesola i Erill, sposarcisi, unire il patrimonio, darle dei nipoti ed essere
molto felici; e Marcel si sentì come i re o come i principi ereditari, ma senza i vantaggi della corona.
«Cioè, non mi sposo con chi voglio, ma per ragioni di Stato.»
«Con chi vorresti sposarti, allora?» Elisenda schivò l'amarezza del tono della domanda.
«Non mi voglio sposare. Sono abbastanza grande per deciderlo.»
«Tu dici?»
«Ho ventisei anni.»
Madre e figlio in silenzio. Lei, sulla porta del balcone; lui, con il bicchiere vuoto in mano.
In ventisei anni aveva avuto tempo in abbondanza per sfogarsi, conoscere la vita, sperimentare
vari eccetera. La madre gli disse se non l'hai fatto è perché sei scemo. E se l'hai fatto, basta, adesso devi
mettere la testa a posto, devi sposarti e venire ogni giorno a lavorare al mio fianco o al fianco di Gasull,
non puoi più passare le giornate a disegnare nuovi impianti e nuovi tracciati di piste nere. Tu sei
avvocato e devi lavorare qui a Barcellona, negli uffici. Tutti i giorni.
Fantastico. Fantastico. Ascoltare il tic-tac dell'orologio lo calmò un po' e gli evitò di lanciare
qualche brusca frase controproducente. Fine di una tappa. Per qualche istante, mentre decideva che
aveva già bevuto abbastanza whisky per essere appena mezzogiorno, gli passò per la testa l'idea di
ribellarsi: no, fuori, basta, ça suffit, stop, chiuso, finito, finish, mamma, mi rifiuto, sono un uomo libero
e mi sposo quando mi gira e con chi mi gira, punto e basta. E verrò a lavorare quando mi sentirò di
farlo. È una cosa che non si può forzare. Che bella la ribellione, il Che e tutto il resto, assolutamente.
Ma prima di aprire bocca per proferire il primo no, l'angelo del giudizio gli passò davanti lo striscione
delle conseguenze immediate di un atto di questo genere e lui, pensando che la vita era davvero
faticosa, preferì aspettare il pomeriggio, pensa se questa Mertxe è una che. No?
Appena la vide gli piacque. Bella, intelligente, ben fatta, splendente, simpatica, discreta,
bellissima, vivacissima, un angelo, Mertxe, è di quelle per cui forse farei pazzie, più che bellissima, che
voce deliziosa e che eleganza, con il suo spagnolo nasale, snob, assolutamente. Abbronzata per lo sci.
Beatrice. Laura. Teresa.
Marcel non seppe mai con quale pretesto Mertxe si fosse presentata da sola a casa loro. Né ebbe
bisogno di saperlo, perché ne fu immediatamente estasiato e non furono necessari pretesti. La invitò al
cinema, la invitò a prendere gli sci e a passare il fine settimana a Torena, non mi dire che non ti piace
sciare!!!!! Per qualche istante tutto il piano sembrò andare all'aria, come se si stesse lamentando
dell'articolo con la madre: io pensavo che con questa abbronzatura. No? La madre non diceva niente e
Mertxe Centelles-Anglesola i Erill dovette chiarire no, è del mare, a dicembre sono stata alle Canarie e
io mi abbronzo subito. Che fortuna, disse la madre, cercando di risistemare la situazione. La crisi
momentanea si risolse perché lui disse che tra una pista nera e l'altra sarebbe passato per l'area adibita
alle famiglie per aiutarla ad abituarsi agli sci, assolutamente.
«Glielo può insegnare Quique, è il suo lavoro.»
«No, neanche per idea.»
Il no, neanche per idea secco di Marcel fece scoprire due cose alla signora Elisenda. La prima,
che se Marcel non si fidava di Quique era perché Quique gli aveva dato motivi per non fidarsi di lui,
visto che passano le giornate a sciare e a parlare di donne, immagino. Se Quique non era una persona di
cui fidarsi per un viveur come Marcel, voleva dire che questa è una cosa da chiarire al più presto. La
seconda, che a Marcel piaceva Mertxe e che quindi, come al solito, lei aveva indovinato scegliendo
Mertxe Centelles-Anglesola i Erill, dei Centelles-Anglesola imparentati con i Cardona-Anglesola dalla
parte Anglesola, e degli Erill de Sentmenat, perché la madre di Mertxe è figlia di Eduardo Erill de
Sentmenat, il proprietario della ditta di importazione di legname Maderas Africanas, che è presidente
del consiglio di amministrazione della Banca de Ponent. Sì, pensava lui, d'accordo, ma che labbra e che
occhi. Che eleganza.
«Perché Quique no?» pungolò la madre.
«Non è in malattia?»
«Sì, ma non ci starà per sempre.»
La signora Elisenda aveva capito, con solo quattro sguardi e quattro gesti, che suo figlio era
innamorato fino alla punta dei capelli. Marcel, invece, nascose davanti alla madre l'entusiasmo per la
ragazza; la signora Elisenda lo capì e non volle essere crudele con lui. Fece la vaga, si allontanò due o
tre volte, informò che Mertxe aveva ventidue anni e una casa praticamente a disposizione a Parigi e
propose loro, in un modo che sembrasse che a proporlo fosse Marcel, di uscire a fare una passeggiata,
assolutamente, non so, al centro, a vedere la Rambla, no? Marcel allora si rese conto che erano mille
anni che non andava a passeggiare per la Rambla, pensò che penserà Mertxe di me e si sentì desolato,
perché per la prima volta in vita sua si sentiva piccolo davanti a una donna che non era sua madre, si
sentiva indifeso, sentiva il bisogno di dimostrarle qualcosa, come fosse la madre. Elisenda, contro tutti i
canoni, propose loro così, en passant, di andare qualche giorno a Parigi; e al ritorno lui avrebbe potuto
cominciare a lavorare. Parigi. L'accecamento era così intenso che neanche allora gli venne in mente
Ramona che doveva diventare scrittrice. Marcel, invece di protestare per l'imposizione materna, pensò
ci pensi qualche giorno a Parigi con Mertxe. Aveva abbassato la guardia, era indifeso. Marcel Vilabrù i
Vilabrù (dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure da parte Vilabrù e dei Vilabrù di Torena e dei
Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio non parlarne per rispetto del povero Anselm, da
parte Vilabrù) questa volta si era innamorato di chi doveva.
Quando la coppietta lasciò l'appartamento diretta alla Rambla, o diretta dove la portasse il vento
dell'entusiasmo, la signora Elisenda fece una telefonata al Ministero dell'Industria per risolvere una
questione, che poteva risolvere solo il ministro in persona, sull'importazione delle maledette macchine
per fabbricare palle, che non ho alcuna intenzione di comprarle già fatte dieci volte più care. Casomai,
le venderò io agli altri fabbricanti. Voglio fabbricare palle, Enrique. Aspetto notizie, eh? Ah, stasera
sono a cena a Madrid. Con chi? Con Fontana. E riattaccò mentre il ministro sorrideva ancora al
telefono ricordando quel pomeriggio incantato con la signora Vilabrù e il suo profumo di non so cosa
ma che ammalia, e provava invidia per il Fontana dei miei coglioni. Elisenda informò Gasull della
telefonata e, visto che aveva ancora qualche ora di tempo, fece venire Jacinto con la macchina. Si tolse
la catenella dal collo, la baciò e la mise nella scatoletta d'avorio. Per un momento sentì nostalgia di
Bibiana, ma la allontanò dalla mente perché i vivi non possono pensare sempre a tutti i loro morti.
Bravo, Jacinto, così mi piace.
Ma nel tragitto fino al centro non gli disse niente dietro la nuca. Nulla. Non fiatò. Quando non
dava ordini era segno che stava pensando, sì. Se stava pensando era perché doveva pensare. Se doveva
pensare era perché aveva un problema. Io vorrei risolverle tutti i problemi, ma non mi lascia fare. Mi fa
intervenire solo per pulire le vomitate di quello stupido di suo figlio. Solo questo. Io che darei la vita
per. Io che ho dato la vita per. Io che.
«Fermati qui, Jacinto.»
In mezzo a Plaça de Catalunya. Questo vuol dire che non vuole che io sappia dove va.
«Vieni tra un'ora. No, due.»
Adesso prende un taxi e se ne va a casa di quel figlio di puttana di Quique Esteve.
«Sì, signora.»
Quique va con gli uomini. E con le donne. Con qualsiasi cosa che si muova. Lo sa, signora?
La signora Elisenda scese dall'auto e chiuse piano lo sportello. Aspettò che Jacinto sparisse
dalla vista, chiamò un taxi e disse a casa di quel figlio di puttana di Quique Esteve, presto.
«Che sorpresa.» La fece passare. «Non ti aspettavo proprio.»
«Stavo facendo dei giri a Barcellona e ho pensato...»
«Benissimo. E se non mi trovavi?»
«E se stavi con un'altra?»
Quique chiuse piano la porta e la portò via dall'ingresso.
«Perché mi guardi così?»
Per diverse ragioni. La prima, perché erano amanti già da tredici anni e sebbene lui all'inizio
fosse un semplice strumento per sfogare la rabbia che aveva contro il mondo, a poco a poco ci aveva
preso un certo gusto, interrotto solo da alcune settimane di distanziamento provocato da una
confessione troppo focosa, sempre in una chiesa diversa, sempre con sacerdoti sconosciuti, e non
perché lottasse contro il peccato, ma perché cercava di tenere a freno la propria debolezza; non è
possibile che un ragazzino belloccio come Quique. Non è possibile. E invece era. La seconda, perché
avevano più di vent'anni di differenza e questo aspetto, che all'inizio era anche divertente, diventava
sempre più difficile da sopportare, perché io divento vecchia e lui è ancora un uomo con un sorriso
senza neanche un capello bianco. La terza, perché fino a poco fa, finché non era entrata Mertxe a casa
sua, era come se avesse vissuto in una nuvola, pensando che il compenso economico che gli offriva
impedisse qualsiasi tipo di infedeltà; e poi lui era sempre pronto quando lei ne aveva bisogno. La
quarta, perché al rendersi conto che era arrivato il momento di sposare il figlio, si era sentita
improvvisamente vecchia e molto ridicola e aveva capito che sarebbe stato logico sentirsi gelosa di
Quique. La quinta, perché era tutto molto complicato: per quale ragione avrebbe dovuto essere gelosa
di Quique se non lo amava e se sapeva che lui, più che amarla, le ubbidiva. Cosa corroborata dalle
pochissime espressioni di affetto che si erano scambiati in quei tredici anni. La sesta, perché anche se
non si amavano il patto era di esclusiva. E la settima, perché era convinta che se frugava in casa ci
avrebbe trovato un paio di amanti e non era disposta a passare per quella umiliazione.
«Vuoi perquisire la casa? Eh? Vuoi vedere quante donne ci nascondo? Eh?»
«Sì.»
«Avanti, allora. Fallo.»
Con un tono che voleva celare un dispiacere, che lei non sapeva se inventato o no, Quique disse
non avrei mai immaginato che avessi così poca fiducia in me. Aprì le braccia a indicare l'appartamento
e disse è tutto tuo.
La signora Elisenda Vilabrù i Ramis, che la sera doveva andare a cena con il ministro Fontana
per ricordargli che voleva una risposta immediata di monsignor Escrivà de Balaguer sul tema del
Processo; che avrebbe ricevuto con indifferenza le dimostrazioni educate di adulazione del ministro a
cui doveva ricordare di rammentare a monsignor Escrivà che suo zio, padre August Vilabrù, seppure
con parecchi acciacchi, poveretto, era ancora vivo e qualche giorno prima le aveva ricordato l'aneddoto
della prelatura domestica di monsignor Escrivà, a cui padre August Vilabrù aveva in gran parte
contribuito, perché papa Paolo nutriva qualche diffidenza nei confronti di monsignore; che sarebbe
stata addirittura capace di suggerire al ministro Fontana l'opportunità di pensare a cambiare il
governatore civile di Lleida perché è un uomo senza cultura, senza il senso dell'educazione e mi ha
rotto le scatole quanto ha potuto quando gli ho accennato che ho intenzione di ampliare le piste,
avendone peraltro tutto il diritto (e il ministro Fontana avrebbe aperto il quaderno degli impegni e con
quella scrittura piccola da formica si sarebbe scritto un promemoria, perché non voleva certo deludere
quella gran dama. E per far vedere che stava dalla sua parte, annuiva schioccando la lingua mentre
diceva sappiamo tutti com'è, Garcìa Ponce. Le assicuro che mi interesserò della questione); che dopo
essere andata a cena con il ministro Fontana avrebbe dato appuntamento ai fratelli Garrigues nella suite
dell'hotel per vedere di attivare con decisione lo sdoganamento delle tre tonnellate di materiale sportivo
che lei voleva piazzare in Messico, Colombia, Costa Rica e Cile; che il giorno dopo, probabilmente,
prima di rinchiudersi di nuovo a casa Gravat, avrebbe incontrato l'ambasciatore argentino per aiutarlo a
riflettere sulla possibilità di far sì che la racchetta Brusport Champion gamma alta per l'America Latina
si chiamasse Guillermo Vilas senza pagare un peso all'erario pubblico argentino e ricevendo, quale
equo compenso, una quantità che Sua Eccellenza ed io possiamo stabilire oggi stesso a vantaggio di
entrambe le parti (e se l'ambasciatore non fosse stato del tutto convinto, gli avrebbe detto che la
racchetta si sarebbe chiamata Falkland e addio succulenta commissione), fece un passo in avanti nella
sala da pranzo dell'appartamento di Quique che lei stessa finanziava, con il cuore che le faceva bum
bum, pensando se trovo qualcuno mi metto a piangere ma sono disposta a scoprire tutte le amanti che
tiene nascoste negli armadi.
«Avanti» continuò Quique con lo stesso tono ferito mentre andava verso la cucina. «Mentre
guardi sotto i letti ti preparo un caffè.»
Elisenda, l'amante furtiva, si guardò intorno. Nessun indizio. Era desolata per lo spettacolo, ma
lo doveva fare. Nessun indizio. Le sei coppe, due di slalom, una del supergigante del Sestriere e un'altra
di discesa libera agli Internazionali della Tuca Negra, dove Quique se l'era giocata correndo a più non
posso contro Magnus Enqvist in persona ed era riuscito a strappargli otto decimi d'oro solo perché
conosceva il terreno, la neve e l'aria, visto che, se non era a Barcellona a scopare, stava scendendo le
piste come un ossesso. Invece di andare verso la stanza di Quique a guardare sotto il letto e beccare
quella puttana di Mamen, si sedette sul divano, davanti alle coppe. Quique uscì dalla cucina. Si
asciugava le mani con uno straccio di discutibile pulizia:
«Hai già fatto la ronda? Letti? Armadi? Finito?»
Lei distolse lo sguardo. Prese una sigaretta a tastoni dal tavolino, dalla scatola di cuoio che gli
aveva regalato all'indomani della notte dei cinque orgasmi di seguito. Mancavano ancora dieci anni
abbondanti perché diventasse un'ex-fumatrice militante. Quique si sedette al suo fianco e le mise la
mano sulla spalla, dolcemente, come da tanti anni desideravano farlo l'avvocato Gasull, Jacinto Mas e
un paio di ministri. Elisenda aveva ancora lo sguardo fisso oltre la parete di fronte.
«Che hai?» fece lui con una voce più seducente. «Perché mi provochi così?»
«Non posso sapere se mi sei fedele.» Adesso sì che si metteva a nudo, la signora Elisenda, con
tutta la vergogna del mondo, implorando fedeltà a un istruttore belloccio.
«La mia parola non conta?»
«No. Veramente, no.»
«Beh, devi sapere che sono il tuo amante fedele dalla testa ai piedi. Che senso avrebbe tradirti?»
Tacquero. In cucina, la caffettiera cominciava a protestare, come se non fosse d'accordo con la
dichiarazione di Quique, l'amante fedele. Allora Quique capì che bisognava reagire, disse perché tu
sappia che sono un uomo fedele, il tuo amante leale, prese la signora e la fece alzare con una rudezza
calcolata, le tolse la giacca e le strappò la camicia, mentre lei si occupava del gancetto della gonna.
Mamen Vélez de Tena (la signora di Ricardo Tena, della Export-Import, SL), con cui Elisenda
Vilabrù, di tre anni più giovane, aveva un'amicizia basata sulle reciproche confidenze, spiando
sconvolta attraverso lo spiraglio della porta della stanza vide che Quique, l'uomo come si deve, lasciava
brontolare la caffettiera e tirava via la gonna di quella troia della Vilabrù, facendola sparire con quella
brutalità che faceva rabbrividire Mamen, si spogliava in quattro e quattr'otto e la faceva stendere
delicatamente sul divano. Notò che il gran maiale, amante fedele, si collocava in modo che lei, dallo
spiraglio della porta, potesse contemplare tutto, e il David di Michelangelo montò quella vedova
ardente di cinquantacinque anni suonati, non avrei mai detto che la Vilabrù fosse capace di farsela con
questa bestia di Quique, mai. Più sono sante, più sono troie. Avevo sempre pensato che Elisenda fosse
superiore a queste cose ed eccola qua che scopa con Quique e chissà con chi altro, la gran. Mamen
Vélez de Tena si sentì eccitata, molto eccitata da quello spettacolo e soprattutto da quel segreto che
aveva appena sgraffignato al destino, quella troia della Vilabrù, che scandalo quando si saprà. E che
voglie che c'ha. Come sbuffa, la gattamorta. Ha le gambe molto belle, per avere la mia età, bisogna
riconoscerlo. Che chiappe, Quique, mio Dio, Signore. David. Apollo. Narciso.
Quique, l'amante fedele, fece viaggiare la signora Elisenda molto lontano, così lontano che
quando ebbero finito lei rimase per un po' nuda, seduta sul divano, a guardare dalla finestra ma
pensando a qualcosa di ancora più lontano, fumando una sigaretta tranquilla mentre Quique entrava
nella sua stanza e non so che ci faceva. Quando schiacciò il mozzicone nel posacenere, guardò verso la
stanza e con voce roca gridò dovrai andarmi a comprare una camicia nuova. Quique? Mi senti? Devo
prendere l'aereo.
Dalla cucina arrivava l'odore appiccicoso e triste del caffè ribollito e bruciato.
27
Marc. Adesso puoi lanciare la bottiglia.
I diciassette bambini della seconda, dopo aver passato un po' di tempo a raccogliere ciottoli di
fiume, si erano sistemati intorno a lei per fare la fotografia prima della cerimonia del lancio della
bottiglia con il messaggio che, con un po' di fortuna, sarebbe arrivata dove stavano i bambini della
seconda della scuola di Ribera de Montardit, tre chilometri più a valle, all'interno delle attività dedicate
al centro di interesse sul fiume e il suo ambiente. La giornata radiosa, di pieno inverno, invitava a non
tornare al laboratorio a sviluppare il lavoro, e neanche in classe, a pensare, pensare, pensare anche
senza volerlo, e a rimuginare e valutare se era il caso di assumere un detective per indagare sull'identità
della donna che le stava rubando la serenità, proprio adesso che aveva assunto la dottoressa Cuadrat per
indagare sull'identità del gonfiore che ogni tanto le procurava delle fitte. Due indagini in corso. È
possibile tornare ad essere felici?
«Adesso puoi lanciare la bottiglia. Attento.»
Marc Bringué, il bambino scelto non perché fosse il migliore tra i migliori, ma perché era il
numero dodici, pronipote di Joan Bringué di casa Feliçó di Torena, che era il numero tre della lista nera
di Valentí Targa, che era la lista nera segreta della signora Elisenda, diede un bacio alla bottiglia di
plastica (come gli aveva detto di fare Pep Pujol) e la lanciò in mezzo alla corrente della Noguera.
Osservarono tutti con sollievo come la bottiglia evitava i mulinelli della riva, se ne andava in mezzo
alla corrente e cominciava a scendere, comportandosi come doveva, animata come se avesse fretta di
arrivare al mare, seguendo lo stesso percorso del corpo inerte di Morrot, con i documenti in tasca,
chiusi in una scatola di metallo nascosta sul petto, i documenti che rivelavano alle autorità che lo
avrebbero trovato che le squadre di maquis si ritiravano dalla valle di Sort e dalle valli di Àssua,
Ferrera, Cardós e Àneu per concentrarsi dalle parti di Figueres, un chiaro indizio militare che si stava
tramando ciò che poi si sarebbe chiamato Grande Operazione e che il trambusto sarebbe stato da
un'altra parte.
«Sono Tina Bros, sì. La bottiglia è appena partita. Calcola almeno mezz'ora.»
«Come la pescheranno? Tina, ehi! Come la pescheranno?»
«Con un retino per farfalle» rispose Pep Pujol, che sapeva sempre tutto.
Lo fecero con un uncino per rompere il ghiaccio, quello con il manico lungo, perché si era
avvicinato a sufficienza alla riva, come se non avesse capito del tutto quale fosse la sua meta. Lo
girarono a faccia in su per vedere se lo conoscevano e si guardarono tra loro.
«Non so chi sia. Non è di qui.»
«È proprio morto.»
«Dovremo avvisare la guardia civil.»
«Ci porterà problemi. Vorranno sapere...»
«Non lo possiamo lasciare così.»
«Perché? Lo puoi forse riportare in vita?» Gomitata e segno di seguirlo sul carro: «Dai, vieni,
prima che ci veda qualcuno.»
Pieno di dubbi e di paura, il più reticente, il giovane, usò la pertica del ghiaccio per spingere di
nuovo il corpo morto di Morrot in mezzo alla corrente perché seguisse il suo corso e fosse trovato dalla
pattuglia della guardia civil di Ribera, la sua vera destinazione. Il giovane salì sul carro ed entrambi
evitarono di parlare di quella macabra scoperta con chicchessia, anche con la propria moglie, perché
non erano tempi adatti alle confidenze. Come previsto, la pattuglia della guardia civil trovò il corpo di
Morrot, lo tirò fuori dall'acqua, lo perquisì e scoprì la scatola metallica: l'aprirono sul posto, ansiosi di
rendersi meritevoli agli occhi dei superiori, presero il foglio e il più bassetto, agitato, lesse ad alta voce
in modo che tutti, sassi, ciottoli, barbi e trote, Morrot e il compagno di pattuglia, lo sentissero:
"Ciao, compagni della seconda della scuola di Ribera de Montardit. Questo messaggio dimostra
che se scendessimo a valle sul fiume arriveremmo fino al mare. Abbiamo visto su una cartina che
dovremmo attraversare molti paesi come il vostro, alcune chiuse, entrare nel fiume Segre a Camarasa e
poi nell'Ebro a Mequinensa. Da lì, dritti verso il mare. Dopo Pasqua facciamo una gita di tre giorni al
delta dell'Ebro. E voi?"
La guardia civil dalla pelle più scura ripose il foglio nella scatoletta di metallo, rimise questa
nella tasca del giaccone e mormorò questo lo deve sapere il sergente.
«Che ne facciamo?» Indicando l'annegato.
«Adesso avvisiamo per farlo venire a prendere.» Diede qualche colpetto con la mano sulla
scatola metallica. «La mia scoperta può essere molto importante.»
«Il morto l'ho visto io.»
«Lo scriverò sul rapporto» disse magnanimo. E per qualche istante si permise di sognare di
avere i meritati galloni da caporale cuciti sull'uniforme.
«Miño, Duero, Tago, Guadiana, Guadalquivir, Ebro, Jùcar e Segura.»
«Benissimo. Adesso tu, Helena. Qual è questo?»
«Il Guadiana.»
«Benissimo. E questo, Jaume?»
«Il Tago.»
«E la Noguera perché non la diciamo?» voce dal fondo.
«O il fiume Pamano» intervenne Jaumet Serrallac.
«È un fiume piccolo.»
«Mio padre dice che la Noguera è più grande del Mino, del Jùcar e del Segura.»
«Tuo padre ha ragione.»
«E invece no. Il Pamano è più importante. Ci si può pescare.»
«Dov'è la Noguera?»
«Qui. Vedete, questo è il Segre. E questa sarebbe la Noguera. E qui c'è Torena.»
«Vediamo, dove?»
Malgrado tutto l'orrore, le ore di lezione sono una specie di isola lontana dai pericoli. Le
fotografie di Franco e di José Antonio, l'onnipresente cartina della Spagna, lo sguardo torvo del signor
Valentí, che mi sembra passi davanti alla scuola più spesso di prima, come se mi vigilasse da vicino,
come se sapesse perfettamente che cosa ho fatto il giorno in cui lui portava un Fiorellino sotto braccio.
Dicono persino che potrebbero mandare un altro maestro per poter lavorare meglio. Mi piange il cuore
al pensiero che le Venturetes non sono tornate a scuola. Io non posso andare dalla Ventura e dirle
quando hanno ammazzato tuo figlio sono stato un vigliacco ma sto cercando di redimermi, se non ci
credi chiedilo a tuo marito che non vedi mai perché è imboscato. Per fortuna i bambini mi guardano
senza odio. Forse qualcuno ha paura, come Jaumet, un bambino che può arrivare lontano se continua
gli studi, il figlio di Serrallac, quello delle pietre, un anarchico sognatore e solitario che,
incomprensibilmente, non entra nei piani di vendetta del signor Valentí. Sai una cosa, figlia? Oggi ho
iniziato a preparare il terreno in vista di qualcosa che non so cos'è e di cui saprò al momento opportuno.
Stanotte non ho dormito, sono sceso con un drappello al fiume, sotto Rialb, a lasciare un morto con
informazioni false. Faccio fatica ad abituarmi al dominio dei sentimenti che hanno alcuni di questi
uomini. Il comandante del drappello era fratello del morto che trasportavamo. Sono galiziani, ma il
morto aveva un soprannome di qui, Morrot. Era morto per una cancrena causata da una ferita mal
curata e non ho visto una lacrima sul viso del fratello, non l'ho visto vacillare un istante, neanche
quando abbiamo abbandonato il corpo nel fiume gelato e abbiamo pregato, ognuno a modo suo, perché
lo trovassero, a Sort o più a valle, e perché quella crudele sepoltura del soldato non risultasse inutile. Il
drappello, di ritorno alla base, è rimasto tutto il giorno a scuola, in soffitta, aspettando il buio per
riprendere il cammino. Mi fa una paura profonda, tellurica, avere due, tre o anche venti uomini su in
soffitta mentre spiego ai bambini che cosa vuol dire aggettivo qualificativo. Me ne fa ancora di più
vedere Valentí Targa o i suoi uomini passeggiare per il paese o guardare da lontano verso la finestra
dell'aula, come se sospettassero il mio doppio gioco. Sai? Scrivo per farmi passare la paura. E per non
scoppiare d'angoscia: più che salvarmi, vorrei riuscire a raccontarti tutto quello che sto facendo. E che
quando sarai grande potrai capire. Non voglio che tu conosca alcuna guerra, figlia mia. Insomma. Se
dovessi rinascere, vorrei essere scrittore o pittore. Disegnare e scrivere mi fanno sentire vivo.
Poco fa, ho avuto in soffitta per dieci notti di seguito una famiglia ebrea che scappava da Lione
in compagnia di un cane molto giudizioso di nome Achille. Tranquilli, educati, silenziosi. Erano tutti e
quattro distrutti. Attraversare le montagne è spossante per un avvocato di quarant'anni che non ha mai
fatto sforzi fisici, o per una casalinga di trenta e qualcosa e, soprattutto, per i due bambini. Hanno avuto
fortuna che la guida che doveva dare il cambio all'altra sia arrivata un po' tardi; è stato provvidenziale
per fargli riprendere le forze. Le nostre guide sono contrabbandieri del posto che conoscono la
montagna molto meglio della propria stanza da letto. La maggior parte di loro si è formata
professionalmente facendo il passo di Salau. Sono di qui o francesi. Ma sono tutti fatti con lo stesso
stampo: schivi, taciturni, di mezz'età, dallo sguardo vivo, con una resistenza fisica straordinaria, gli
occhi fissi sui soldi che guadagneranno accompagnando un aviatore o due bambine ebree con le trecce,
giocandosi anche la pelle se è necessario. È vero che si giocano la vita, ma non riesco a fidarmi del
tutto di loro perché vengono dal contrabbando. Qui tutti quelli che si sanno muovere oltre le montagne
del proprio paese vengono dal contrabbando.
I due bambini. Mi ha impressionato la disciplina dei due piccoli, due creature di sei e sette anni,
Yves e Fabrice, gli unici nomi che ho conosciuto oltre a quello del cane, con gli occhi sempre ben
aperti, a sottolineare la loro condizione di perennemente spaventati e perplessi perché doveva costargli
molta fatica capire che un orco voleva ucciderli, come nelle favole, e mangiarseli. Achille, come se
capisse i misteri insondabili della vita delle favole, passava tutto il giorno attento a ogni rumore, in
silenzio, guardandomi quando salivo in soffitta con il cibo e ne riscendevo con le evacuazioni. Pur
dando la sensazione di stare sempre in guardia, non ha abbaiato un solo momento e non ha neanche mai
ringhiato. Capiva che ero dei suoi. Può capire un cane che esistono uomini più selvaggi delle fiere e che
lui doveva proteggere i suoi? Achille certamente sapeva che dal suo silenzio dipendeva la vita dei
bambini. La seconda notte, Achille ed io siamo diventati molto amici: mentre tutta la famiglia dormiva
noi due abbiamo perlustrato ogni angolo della scuola, abbiamo messo il naso fuori della finestra e ci
siamo scambiati delle confidenze. Gli ho parlato di te e ha scodinzolato. Gli ho detto che non hai
ancora un nome e ha scodinzolato con più entusiasmo, come se lui invece lo sapesse... Mi ha leccato le
mani e la faccia come se mi avesse capito. Dopo vari giorni di tensione e di attesa, una nuova guida,
anche questa ritrosa e taciturna, li ha portati a Barcellona, attraverso La Pobla, in transito per il
Portogallo, in quella che doveva essere una tappa fisicamente non così dura come la precedente ma
altrettanto pericolosa. Quando il gruppo stava per addentrarsi nella notte fredda, Achille mi ha lanciato
uno sguardo che ancora adesso ricordo. Fabrice e Yves mi hanno dato un bacio silenzioso. Il padre, con
quello sguardo sempre triste, voleva darmi il suo orologio come compenso, poveruomo. Il mio
compenso, figlia cara, è l'orgoglio che sento per aver contribuito a salvare un'intera famiglia. Cercherò
di fare un ritratto del cane perché te lo possa immaginare quando leggerai queste righe. Ti voglio bene,
figlia mia. Di' a tua madre che voglio bene anche a lei. Non vedo l'ora che tutto questa finisca per
venirti a trovare, mettermi in ginocchio e raccontarti come sono andate le cose! E se non lo potrò fare,
rimarranno questi quaderni, la lettera più lunga che mai ti avranno scr
Tina osservò stupita quell'interruzione. Come una scrupolosa studiosa, scrisse la lettera più
lunga che mai ti avranno scr e si sentì stanca. Mentre stampava il lavoro, fece uno sforzo per
immaginarsi Rosa, di cui praticamente non si parlava nella lettera, che aveva avuto il coraggio di
ribellarsi. Non aveva fotografie sue; di lei conosceva solo il viso senza occhi e senza labbra della fine
dei quaderni. E il profondo disprezzo che stillava dalla scarna nota in cui annunciava a suo marito che
non era più tale e che non avrebbe mai visto sua figlia. Cercava di immaginarsi la forma e il tono di
quel disprezzo e lo comparava a quello che lei sentiva per Jordi.
«Juri Andreevic, via di qui, rompiscatole.»
Sull'ultimo foglio, stampato con quella nitidezza del laser, c'era scritto e se non lo potrò fare,
rimarranno questi quaderni, la lettera più lunga che mai ti avranno scr
Tina non poteva sapere che mentre il venerabile martire Oriol Fontelles stava scrivendo queste
righe la sera, solo, seduto alla sua cattedra sulla pedana, d'improvviso si era aperta la porta e il tipo con
i capelli ricci era entrato nell'aula senza chiedere il permesso, come gli avevano insegnato a fare i capi
della Falange, conquistando lo spazio che gli apparteneva per diritto divino, e aveva detto dice il signor
Valentí di andare subito in comune. Oriol nascose il quaderno interrotto tra quelli degli alunni e pensò
che era un'imprudenza lasciare la propria vita e quella del maquis così a portata di mano del nemico.
Un ordine è un ordine, così Oriol dovette chiudere la scuola, mettersi la giacca e andare in
comune senza aver potuto nascondere il quaderno dietro la lavagna, osservato dallo sguardo ironico del
falangista dai capelli ricci. Ora mi dirà sono dieci giorni che stiamo indagando e siamo arrivati alla
conclusione che sei tu il figlio di puttana dalla pessima mira.
«Sono dieci giorni che stiamo indagando su un caso» gli disse appena entrò nell'ufficio. Oriol
rimase in silenzio, con l'anima soffocata dalla paura. Il signor Valentí indicò il cavalletto, rimasto in un
angolo e coperto con un lenzuolo pieno di macchie di pittura. «Oggi ho un momento» aggiunse, senza
chiedergli se gli andava bene o se ne aveva voglia.
Era la prima volta che facevano una seduta dopo il fallito attentato. Era la prima volta che si
trovava da solo con Valentí dopo che il Fiorellino lo aveva guardato negli occhi mentre puntava la
pistola, o almeno così era sembrato a lui, contro la nuca del sindaco di Torena. Valentí, con disciplina
quasi militare, si mise nella posizione corretta e Oriol era così nervoso all'inizio che non c'era verso di
trovare un mogano simile a quello della scrivania.
«Che caso?» si sentì dire Oriol. «Su cosa indagate?»
«Cose» fece Valentí. Senza chiedere il permesso, si arrotolò una sigaretta. «Tu conosci un certo
Eliot?»
«No.» Per la sigaretta: «Non la tenga in bocca.»
Valentí diede una boccata e, obbediente, lasciò la sigaretta nel posacenere. La colonna ipnotica
di fumo saliva attorcigliandosi su se stessa verso il mistero del soffitto scuro dell'ufficio.
«Sei curioso, eh?»
«Io?»
Dovette fare un respiro profondo perché il cuore stava per saltargli contro la tela e
impiastricciare tutto deplorevolmente.
Non sanno niente. Sembra impossibile, ma non sanno che sono stato io. Dieci giorni con il
cuore in ansia; ed era anche diventato il nuovo contatto per il maquis, con l'ordine severo di non fuggire
perché, secondo il maquis, Valentí e i suoi non sapevano niente. Allora era vero: non sapevano niente
di niente. Il tenente Marcò aveva ragione.
Dipinse un pezzo di scrivania della parte frontale per calmare la mano e abituarla al movimento
delle pennellate. Quando si fu un po' rasserenato, cambiò il pennello e si dedicò alle sopracciglia. Folte,
con un principio di grigio, quasi senza soluzione di continuità tra l'una e l'altra.
«Vuoi che ti racconti un segreto?»
A questo punto sì che il cuore sobbalzò e si schiantò contro la tela ancora umida.
«Non si muova» disse per nascondere i guai combinati.
«So una cosa che ancora non sanno al comando.»
Valentí Targa era felice quando si ergeva a portatore di notizie. Era il potere allo stato puro,
l'informazione contro l'ignoranza, la verità contro il caos. Prese la sigaretta e, contravvenendo agli
ordini, la tenne tra le dita mentre indicava Oriol.
«La vuoi sapere?»
Oriol non rispose né sì né no. Se diceva sì, sì, me la dica, l'altro poteva diffidare di tanta ansia.
Se diceva non ne voglio sapere niente, poteva risultare sospetto perché chi non vuole sapere un segreto,
ancor più in tempi di penuria. Quindi fece un gesto ambiguo, accennando un inizio di sorriso e facendo
finta di concentrarsi sulle sopracciglia. Valentí non ce la faceva più:
«Il maquis si ritira dalla zona» disse fissandolo negli occhi per coglierne ogni minima reazione.
«E come lo sa?» Tornò alla tela per far vedere che gli interessava ma non gli interessava. E poi
non voleva trovarsi a dover sostenere lo sguardo di Valentí.
«Segreto» rispose soddisfatto. «Ma lo so da un'ottima fonte.»
Il maquis si ritira dalla zona. Addio, Morrot, amico che non ho potuto conoscere vivo. Ma
neanche un accenno a sai che l'altro giorno hanno cercato di farmi fuori e sei stato tu. Neanche un
accenno a figlio di puttana, dieci giorni fa mi volevi assassinare con un colpo alla nuca. Al ristorante
Estació de Vilanova, mi spiego? Gli raccontò, invece, come avesse incrociato per caso quella coppia di
guardia civil mentre veniva dalla Pobla e come quei due gli avessero consegnato il rapporto su un fatto
molto importante, e così il colonnello Salcedo, che crede di comandare quassù, vedrà che dovranno
venire da Tremp a raccontargli che cosa succede qui. È un incompetente che crede di potermi dare
lezioni di patriottismo e mettermi i bastoni tra le ruote quando non c'è il povero Yuste, che si sta ancora
riprendendo dall'arrabbiatura.
Rimasero un altro po' in silenzio. Valentí finì la sigaretta e la disintegrò contro il posacenere.
Forse stava pensando al colonnello Salcedo.
«Ah, e domani vieni a cena con i camerati della zona.»
«Io?»
«Sì. Ci fa visita il camerata Claudio Asìn; voglio che tu lo conosca.» «Chi è?»
«Un santo e un guerriero. Il mio maestro.» Indicandolo: «Uniforme completa.»
Tentennò qualche secondo. Poi lo guardò:
«È impossibile che sia pronto per domani, vero?»
«Il quadro?»
Oriol aprì le mani per far vedere che non imbrogliava:
«Neanche se passassimo la notte in bianco e io non andassi a scuola.»
«Puoi prenderti un giorno di festa. Ti do io il permesso.»
«Ma neanche così potremmo finirlo. E ne risentirebbe la qualità.»
«Ah, questo no.» Rifletté un momento e scosse la testa: «Peccato.»
«Lei vuole diventare vicecapo provinciale del movimento.»
Forse adesso aveva esagerato. O no. Lo sguardo del signor Valentí, nascosto da una cortina di
fumo logoro, gli fece paura. Adesso mi dice, figlio di puttana, dieci giorni fa eccetera.
«Tu sei molto sveglio. Come lo sai?»
«Indizi.»
«Se mi aiuti, ti giuro che ti nomino mio segretario personale.»
Sta giocando con me?
«Sarà un onore, signor Valentí. E come la posso aiutare?»
«Cominciando a farmi dei lavori mettendo a posto delle carte, che tu per scrivere sei portato
mentre io, veramente, mi ci perdo un po'. Ci sono dei documenti del comune che...»
«Una mano al comune.»
«Esatto. Finché non avremo un segretario comunale...»
Silenzio di Oriol. Cosa poteva dire.
«Ti darò una gratifica.» Come se fosse già tutto deciso: «E poi mi puoi scrivere un rapporto su...
Aspetta, sai una cosa? per oggi basta ritratti. Adesso ti dirò che cosa puoi fare per me...»
Ed è così che ho scritto un panegirico che, se non avessi avuto la fortuna di incontrare il maquis
sulla mia strada, avrei scritto lo stesso, ma come uomo vinto dalla paura, e che invece ho composto
sapendo di rendere un servizio alla causa della libertà. Un rapporto patetico, in cui si diceva che per
fortuna c'era il sindaco Targa che metteva ordine in una zona particolarmente colpita dalle azioni del
maquis, i cui abitanti sono persone senza alcun tipo di istruzione e con tutti quei difetti che anarchici e
comunisti hanno messo loro in testa all'epoca del caos. E cose del genere. Ma, soprattutto, dobbiamo
ringraziare il signor Targa che ha la mano ben salda quando si tratta di difendere la Patria. Ci sarebbe
da pensare che un giorno potrebbero fare santo il signor Valentí Targa, l'assassino di Torena. E finiva
con un lunga vita a questo insigne patriota che è Valentín Targa Sau. Viva Franco. Arriba España.
Doppio gioco vuol dire doppia lama affilata sul coltello. Se non stai attento ti puoi far male. Ho
tanta paura dentro, figlia.
28
Nevicava di nuovo e Tina Bros accarezzava il dottor Zivago mentre osservava i fiocchi di neve
che cadevano stanchi, senza fretta, stendendo un tappeto in tutto il paese. Aveva passato il pomeriggio
telefonando a vari ospedali, con una voce gentile e decisa, inventandosi una tesi di dottorato sugli anni
Quaranta, mentendo a tutto spiano come fosse Jordi, dando nomi a metà, promettendo citazioni
nominali nei ringraziamenti sulla tesi per l'inestimabile aiuto ricevuto, e adesso si sentiva spossata,
convinta di non aver fatto alcun passo in avanti, pensando che probabilmente era assurdo voler
indagare e ficcare il naso laddove tutto era già decretato dalla rigorosa implacabilità della verità storica
stabilita. Chiuse l'agenda, piena di appunti frettolosi scritti con una grafia inintelligibile, e cominciò a
distrarsi guardando fuori dalla finestra la neve che imbiancava le cose in un silenzio quasi riverente.
Davanti a lei, le cento fotografie ordinate che formavano il libro sulle case, le strade e i cimiteri del
Pallars, quasi finito, quasi perfetto; ma nella sua mente, i quaderni di Oriol Fontelles, pieni di lacune, di
punti interrogativi, pieni di dove posso trovare la figlia di Oriol Fontelles che non ha un nome per suo
padre e neanche per me. Lasciò Juri per terra, prese l'agenda e uscì decisa dalla stanzetta. Era la prima
volta che entrava in camera di Arnau da quando lui se n'era andato. La prima volta che ci entrava per
starci un po'. Tutto in ordine, come se fosse andato fuori per il fine settimana, tutto a posto, da dove ci è
uscito un figlio così, con una vita che non sospettavamo neanche potesse esistere.
Si sedette sulla sedia di Arnau. Scrivania pulita e libera, tutto fatto al momento opportuno,
niente lasciato in sospeso, Arnau non ha in sospeso una conversazione con il marito per chiedergli
spiegazioni sulla sua mancanza di onestà. Se Arnau ci si fosse trovato, l'avrebbe già fatto; ha sempre la
scrivania pulita, splendente. Aprì un cassetto. Cose, ricordi, quella penna che gli avevano regalato lei e
Jordi quando aveva compiuto dieci anni. Matite colorate, puntine da disegno, mi manchi, Arnau, figlio
mio. Quando aprì il cassetto di sotto sentì un tonfo al cuore perché non capì. E non lo accettò.
Prese l'album e lo mise sulla scrivania. L'album di fotografie che gli aveva regalato la sera
prima della sua fuga al monastero, con varie fotografie sue, di suo padre e di lei, quando eravamo tutti
onesti ed eravamo felici, fotografie di periodi diversi, gli aveva fatto molto piacere, me l'hai detto, ce
l'ho stampato qui, grazie per le foto, mamma, mi hanno fatto molto piacere. Mi hai detto questo e
adesso ecco che le hai lasciate nel terzo cassetto della scrivania di questa stanza dove non hai
intenzione di tornare mai più perché vuoi seppellirti per tutta la vita in un monastero freddo, dal soffitto
alto e pieno di correnti d'aria. Che pena, figlio mio, che pena.
Ripassò le foto una a una, indagando su che cosa potesse non essergli piaciuto per abbandonarle
in quel modo, ma non trovò alcun indizio che la illuminasse. Il dottor Zivago entrò silenzioso come un
fiocco di neve, saltò sul letto e rimase a osservare con compassione la perplessità di Tina.
«Che te ne pare, Juri Andreevic?» Gli mostrò l'album. «Non se l'è voluto portare.»
«Forse non voleva portarsi via niente che potesse portarlo ad avere nostalgia» rispose il dottor
Zivago. E subito dopo si leccò una zampa davanti per nascondere la commozione. Non volle guardare
Tina negli occhi.
Allora Tina capì, in parte, che Arnau aveva rinunciato persino ai ricordi della vita che aveva
abbandonato, in favore della nuova vita. Sei un gran disgraziato, pensò: se rinunci all'album vuol dire
che rinunci a me. Perché sei così crudele. E ricordò che il crudele Gesù disse seguimi, abbandona i tuoi
genitori e i tuoi fratelli e lascia che i morti seppelliscano i loro morti, che era il contrario di ciò che lei
stava facendo con la memoria di Oriol Fontelles e la vaga traccia di Rosa, che la portava a cercare
l'ospedale in cui la moglie di Oriol Fontelles era morta cinquantasei anni prima. Io non sono
intelligente, ho quattro chiletti di troppo, non ho una grande cultura, ma cerco di non essere crudele
come te, dio dei monasteri, che trasformi i figli in pescatori di uomini senza chiedere il parere alle
madri. Beh, sei chiletti.
Chiuse l'album e lo rimise nel cassetto. Chiuse senza fare rumore, come se si dovesse muovere
di nascosto. Si accorse allora che in un angolo della scrivania c'era l'agenda. Anche la tua agenda, lasci,
figlio mio? Così profondo deve essere il taglio? L'aprì senza permesso, cosa che non aveva mai osato
fare. L'ultima settimana, gli ultimi giorni: lunedì, dedicato a Mireia, a caratteri grandi e una riga che
occupava tutta la pagina. Mireia. Lleida. Chi è Mireia. Chi è questa ragazza che non è riuscita ad
allontanarlo dalle grinfie dei monaci. Mireia, vorrei conoscerti per farmi raccontare qualcosa di mio
figlio. Lo conoscevi sicuramente meglio di me. L'hai amato? Avete fatto l'amore? Mio figlio ha mai
fatto l'amore? Io non glielo posso più chiedere. Quando aveva, non so, forse dieci anni, durante quella
gita nella Vall Ferrera, gli spiegammo a cosa gli sarebbe servito il pene da grande e lui disse io allora
avrò sicuramente molti figli. E noi avevamo deciso definitivamente solo da pochi giorni che non ne
avremmo avuti più, Arnau e basta. Mireia. Lleida. Un giorno intero per salutare Mireia. Doveva essere
molto importante nella sua vita. Martedì, Ramon ed Elies alle quattro. Cervera, comunità di base.
Mercoledì sedici, coordinamento di base, pomeriggio, parrocchia. Tremp. Sera: Saluti papà e mamma,
cena. Ai genitori, una cena. Lo sapevano già tutti tranne i genitori, che sono sempre gli ultimi a sapere.
Ai genitori dedica solo una cena. A Ramon ed Elies, un pomeriggio. A Mireia, un'intera giornata.
Sanno già tutti che Jordi mi mette le corna? Lo sapevano tutti tranne me? Sono stata l'ultima a saperlo?
E giovedì diciassette gennaio duemiladue, con tratto vigoroso, quasi esultante, c'era scritto alle nove,
ingresso in monastero. Il suo buon gusto innato gli aveva impedito di mettere alcun segno di
ammirazione. Ingresso in monastero e basta. Nient'altro. L'aveva previsto da così tanto che non aveva
scritto niente più in là, in un'agenda quasi vuota. O no, ad aprile... A Tina saltò fuori una lacrima
imprevista quando lesse, il trenta aprile, compleanno di mamma. Sì, l'aveva segnato, ma aveva lasciato
l'agenda. La richiuse triste. La lasciò nell'angolo, come se facesse molta attenzione perché quando
Arnau sarebbe tornato dopo una vita non si accorgesse che lei aveva frugato tra i suoi segreti. E pensò
perché mai avrebbe dovuto volere un'agenda in monastero, se mattutino, lodi, prima, terza, sesta, nona,
vespri e compieta si recitano sempre all'ora di mattutino, lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e
compieta. Povero ragazzo, che passerà la vita seguendo il rintocco di mattutino, lodi, prima, terza,
sesta, nona, vespri e compieta e penserà di essere felice.
29
Quella notte era stata particolarmente delicata: verso sera, mentre soffiava un vento tagliente e
sgradevole che avvolgeva in un sudario di brina i versanti del Montsent, arrivò il pacco che aspettava
da due giorni: un uomo dagli occhi spaventati e le mani tremanti, una donna della stessa età, taciturna,
quasi rassegnata a fuggire, e due bambine con le trecce, pallide di stanchezza. Un'altra famiglia, no,
pensò. Per fortuna non avevano un cane. E la guida, un uomo di Son, che mi ha detto all'orecchio
lasciali dormire per un giorno intero, sono stremati.
«Da dove vengono?»
«Dall'Olanda. Anch'io passo qui la notte.»
«Non è una buona notte per tenere gente.»
«Non è mai una buona notte. Ma non ce la faccio più.»
Li dovetti spingere su per la scala della soffitta perché proprio in quel maledetto momento
arrivava Valentí Targa in compagnia di un paio dei suoi uomini, come mi aveva annunciato. Questo è
ciò che mi fa più paura: che quando ci sono orecchie indiscrete nell'aula, qualcuno starnutisca in
soffitta o semplicemente impazzisca. Perché c'era di che impazzire. Più tardi la donna olandese mi ha
raccontato la sua storia: anche loro erano ebrei. Lei era la madre delle bambine. L'uomo era un
matematico che gli alleati volevano avere a Lisbona nel giro di quindici giorni; lei non lo conosceva
affatto e lo odiava perché aveva preso il posto di suo marito, che era dovuto rimanere a Maastrich ad
aspettare un altro pacco. Mi ha detto che le bambine avevano imparato a stare in silenzio e a trattenere
la paura. Mi hanno ricordato Yves e Fabrice, con gli stessi occhi di muto spavento. La donna mi ha
detto che le bambine avevano imparato anche a non parlare della scomparsa dei nonni avvenuta una
notte in cui le SS avevano setacciato Haarlem e a forza di grida e strepiti avevano riempito due treni
interi: era l'unico modo di sopravvivere all'orrore. Ma la donna soffriva, perché il silenzio a lungo
andare gli avrebbe fatto male all'anima e non so più che fare. Io non sapevo che dirle, povera donna,
ma ho capito che c'è sempre qualcuno che probabilmente sta peggio di te.
Ho la sensazione che Valentí Targa cominciasse a fiutare qualcosa. Altrimenti, perché proprio
quella sera ha deciso di venire a scuola a prendere i documenti che si doveva portare a Lleida per
parlare, come mi voleva far credere, dell'asfaltatura della strada fino a Sort? Perché non mi ha fatto
andare in comune? La sua revisione dei documenti è stata particolarmente lenta, come se lo facesse
apposta. E con lunghi silenzi, come se stesse aspettando di sentire un colpo di tosse in soffitta, sfuggito
al controllo di una bambina ebrea con le trecce. Quando è uscito, ho fatto finta di prepararmi per andare
a dormire nella stanza che adesso occupo a scuola, ho spento tutte le luci e ho aspettato mezz'ora
buona. Poi, al buio, ho portato su il fornelletto a benzene e gli ho preparato una minestra che li ha
riconfortati. Erano dodici giorni che non mangiavano niente di caldo. Era qualche settimana che io
dormivo poco. Era la guerra, bambina mia. La guida mi ha detto che questo gruppo olandese non
veniva dall'Arieja attraverso Montgarri e il Pla de Beret, e neanche attraverso il passo di Salau, ma
dalla parte di Andorra. Avevano fatto un giro lungo e strano per la valle di Tor e la Vall Ferrera. Ti
chiederai perché me li facevano arrivare a Torena; la ragione è molto semplice e drammatica: non c'è
nessun altro posto sicuro in tutto il Pallars perché nessuno vuole collaborare fino a questo punto. La
scuola di Torena è l'unico magazzino sicuro per i pacchi: la gente in queste valli e su queste montagne
ha molta paura, quasi quanto me.
Tina si avvicinò il quaderno agli occhi e lo lasciò di nuovo sul leggio. Si tolse gli occhiali e si
sfregò gli occhi. Faceva fatica a leggere quella scrittura accurata ma eccessivamente piccola. Sullo
schermo del computer, l'ansia di Oriol Fontelles, con corpo dodici, font helvetica, si leggeva più
comodamente. Tina si chiedeva se quelle bambine silenziose con le trecce fossero riuscite ad arrivare a
Lisbona o se il destino avverso le avesse sorprese a metà strada. Di Fabrice e Yves aveva notizie, ma
delle bambine con le trecce non sapeva nulla. Era da cinquantasei anni che le bambine ebree olandesi
erano bambine con le trecce e la paura negli occhi che mandavano giù una minestra calda nella soffitta
della scuola di Torena, che da un mese era stata demolita. Come mi piacerebbe poterle... Come mi
piacerebbe aver parlato di più con Arnau e aver conosciuto i suoi sogni. Aver saputo se ha negli occhi
la paura di qualcosa. Come mi piacerebbe non dover andare dal medico giovedì. Come mi piacerebbe
che Jordi non mi avesse mai mentito. Dio mio, che cosa ho fatto di male in questi ultimi quarant'anni
della mia vita.
Il giorno era iniziato coperto di nuvole e tutto sarebbe stato coperto di nuvole a cominciare da
questa cazzo di uniforme che ho detto che doveva essere pulita e splendente come uno specchio.
Questo era il dramma del sindaco di Torena, che non aveva una casa a Torena ma ad Altron,
dove viveva quel poco di famiglia che gli era rimasta e che non voleva sapere niente di lui perché erano
in lite da anni, da quando era successa quella storia della Malavella. Un sindaco che stava diventando
ricco, molto ricco, ma che non aveva neanche una stramaledetta casa dove riposare, con moglie e figli e
un orticello sul retro, perché neanche a casa Gravat, di cui sono il Goel privato, vogliono che metta
piede. Come se appestassi. Come se il lavoro che faccio per la Patria facesse sentire tutti in imbarazzo.
Pieno di pesetas fino al collo, ma alloggiato a casa Marés con i miei uomini; solo a pensarci mi fa male
lo stomaco. Quando avrò terminato il mio lavoro di Goel mi costruirò una casa dalle parti di Arbessé,
che guardi verso il paese, che lo guardi costantemente; allora uscirò alla finestra e piscerò su Torena.
Giuro che lo farò.
Eh? Non avevo detto che questa cazzo di uniforme doveva essere splendente come uno
specchio? Eh?
«Mia madre non m'aveva detto niente.»
«Quello che dice tua madre...» Inspirò lentamente due volte per rasserenarsi: «Quello che dice
tua madre va benissimo, ma anch'io dico delle cose. E pago per vivere qui.»
Modest, al bar, sentiva le bestemmie del sindaco e a bassa voce diceva se almeno pagasse...
«Che c'è?»
«Niente, mamma, il signor Valentí...»
«La lavo subito.»
«Non t'affannare. Adesso puoi pure buttarla la camicia, se vuoi, perché sto facendo tardi, porca
puttana. Siete un branco di inutili. Tutte.»
«Se il signor sindaco pagasse la sua pensione... forse avrebbe il diritto di gridare...»
Silenzio. Calma. Al bar, Modest si porta le mani dell'anima alla testa ed esclama Maria tu sei
matta, tu ci vuoi fare ammazzare.
«Che vuoi dire, Maria?»
«Che non ha ancora pagato un solo giorno della sua pensione. E sono tre anni che sta qui.»
«I miei uomini pagano, però.»
«Parlo di lei.»
Ma porca puttana miseria, ti pare che un eroe di guerra con la gran croce al merito militare con
distintivo rosso (due frammenti di mitraglia nel culo sul fronte d'Aragona, tre giorni prima di entrare a
Tremp), rispettato dagli amanti dell'ordine pubblico, capo locale e distrettuale della Falange, discepolo
spirituale di Claudio Asìn, amico personale del generale Sagardìa ingiustamente allontanato dalla zona,
conoscente del generale Yuste (debole successore dell'energico Sagardìa), nemico intimo del
colonnello Salcedo, possibile vicecapo provinciale del movimento se avesse saputo muovere bene le
pedine, proprietario di due negozi a Barcellona e di un fantastico Fiorellino che ogni tanto lo aspettava,
sempre a Barcellona, dove aveva ancora degli affari da risolvere, con un bel mazzo di soldi, ha solo due
maledette camicie blu regolamentari. Pardon: due gloriose camicie blu regolamentari. Perché non ce
n'erano più; perché erano ancora in epoca di economia di guerra e le camicie cachi passavano davanti
alle camicie blu e per quanto ne avessi chieste sei o sette, no. E se poi abiti in una casa di inutili.
Scese le scale fino al bar con passo pesante, pestando forte a terra, di modo che Modest si mise
a far finta di lavare quello che aveva tra le mani. Il signor Valentí, vestito in borghese, uscì da casa
Marés senza salutare, con il cappello in testa, le mani nelle tasche dell'impermeabile chiaro e il
pensiero cupo perché si presentava una giornata dura. Disse a Gómez Pié e a Balansó che non c'era
bisogno che lo accompagnassero, che andava in una zona sicura, state tranquilli, ma non era per questo,
quanto perché non voleva testimoni di un'eventuale umiliazione, visto che l'incontro con il colonnello
Ramallo Pezón sarebbe stato molto duro, e so di cosa parlo perché a me nessuno può dare lezioni di
amore per la Spagna dopo tutto quello che ho fatto per la patria, eccetera. Perché tutto quello che faccio
è per amore della patria, per incorruttibile fedeltà al Caudillo, per scoprire i traditori che pullulano su
queste montagne e per scoprire i nidi di sporcizia dei soldati nemici che infestano i Pirenei.
Mentre parlava, Targa lanciava ogni tanto un'occhiata all'ufficio, immacolato come il
colonnello, con il Generalissimo e il martire José Antonio che sovrastavano la parete principale e, da un
lato, una cartina dei Pirenei Orientali a scala uno cinquantamila. Nell'aria, la puzza del fastidioso sigaro
di quell'imbecille di Ramallo Pezón, che stava zitto, stava zitto e lo lasciava parlare. Allora guardò
prevenuto il silenzio del colonnello, che si toccava distrattamente le basette bianche e ritagliate al
millimetro. Finalmente il militare guardò verso la finestra, poi rivolse uno sguardo stanco a Valentí
Targa.
«Nei Pirenei non ci sono soldati nemici» puntualizzò. Il sigaro che appestava l'aria si
consumava nel posacenere. «Non siamo in guerra. Ci sono solo banditi.»
«È quello che dicevo anch'io, colonnello. Ma questi banditi conoscono la zona perché tra di loro
hanno gente di qua, i traditori. Contrabbandieri, pastori, contadini.» Non potè resistere a battere un
pugno sul tavolo: «E io so chi sono!» Si batté la mano sul petto come un penitente: «Io sono di là! Sono
nato là! Li conosco tutti!»
«Non si possono fare le cose in questo modo.» Il colonnello Ramallo Pezón lo disse con calma,
mettendosi al di sopra dell'impazienza dell'altro: «Come può capire, non me ne importa niente di quello
che vuole fare lei. Quegli individui sono certo colpevoli di una cosa o dell'altra. Ma è arrivato il
momento di stare attenti alle forme.»
«Io, nel mio paese, nel paese di cui sono sindaco, devo andare con la scorta!»
«Servire la Patria è duro.»
«Posso neutralizzare i traditori.»
«Se ne sta già occupando l'esercito spagnolo.» Prese il sigaro e prima di dare una boccata: «La
Falange... dovrebbe cambiare stile.»
«Lei non è nessuno per dire che cosa deve fare la Falange!»
«E neanche lei per discutere gli ordini dell'esercito.»
«Sono amico personale del generale Sagardìa.»
Il colonnello lo guardò con aria assente. Fece un tiro e mandò il fumo addosso a Targa, nel caso
non l'avesse ancora percepito. Il sindaco di Torena, con lo stesso tono:
«Sono amico personale del generale Yuste.»
«È una minaccia?»
«No: è il suo diretto superiore.»
Tina si raddrizzò sulla sedia. Steso con eleganza sul computer, godendosi il calore che usciva da
lì, il dottor Zivago guardava indifferente la parete che aveva a un palmo di distanza e lei lo invidiò un
po'. Si mise gli occhiali e scrisse "Arnau" su un post-it che attaccò allo schermo. "Arnau" a matita su
fondo giallo voleva dire telefonare al monastero e chiedere permesso alla voce untuosa di qualcuno che
non conosco ma che a quanto pare è più o meno come della mia famiglia e supplicarlo per poter parlare
con mio figlio, che invece è proprio della mia famiglia. Mio figlio, il figlio che ho partorito. Guardi, mi
dispiace signora, ma adesso non possono essere disturbati. Ho appena detto che l'ho partorito io e
adesso devo combattere per parlarci al telefono, per dirgli che quelli di una oennegì del Cile si sono
fatti sentire e vogliono una spiegazione, dicono che gli dovevi dire non so cosa due mesi fa e non gli
hai detto niente.
«Mamma, ma io... Va bene, dammi il numero di telefono, sì.»
«Come stai, Arnau?» In realtà, telefonava per questo.
«Bene, mamma. Grazie. E voi?»
Tuo padre mi tradisce con una sconosciuta, io devo andare dal medico, mio figlio fugge di casa
ma va tutto bene, benissimo.
«Mamma? Come state, eh, mamma?»
«Bene, Arnau, bene.»
«Dai un bacio a papà da parte mia.»
Impossibile, non lo bacio più: impossibile, Arnau. Non me lo chiedere.
«Certo, glielo darò. Sei felice?»
Quando finalmente aveva osato dirlo, Arnau aveva già riattaccato, perché si vede che aveva una
fretta incredibile di tornare all'aiuola che stava sistemando o di continuare il canto del rorate coeli de
super et nubes pluant iustum con gli occhi levati al cielo, che sono sempre cose più importanti ed
essenziali che parlare con la propria madre. Ho l'impressione di star diventando una frustrata.
Poi riprese la trascrizione a partire dalla riga in cui Oriol diceva che nelle valli della Noguera
avevano tutti paura, con il maquis e l'esercito vicini e le minacce di applicazione sommarissima della
pena di morte nel caso in cui. La mattina dopo, quando il signor Valentí era già sulla strada per Lleida e
io stavo spiegando il complemento oggetto ai più grandi, è venuto Cassià di casa di Maria del Nasi,
l'occasionale aiutante di Taio, che non poteva soffrire di vederlo passare tutta la giornata guardando le
nuvole a bocca aperta, con una busta molto diversa da quelle poche che arrivavano in genere a scuola.
Davanti a una ventina buona di alunni l'ho strappata e ho letto mille volte lo strano messaggio, che era
più che altro un ordine: mi si intimava di presentarmi, senza dilazioni, un'ora dopo la chiusura della
scuola, in una pensione della valle di Cardós, dove avrei ricevuto istruzioni. Mi è sembrato strano,
addirittura temerario, mandare per posta una di queste convocazioni. Ma il male era già stato fatto. Ho
pensato se era il caso di eseguire o meno l'ordine. A maggior ragione un giorno in cui l'attenzione ci
richiamava, li richiamava tutti a Lleida, un giorno in cui era importante che mi comportassi
normalmente perché nessuno, nessuno potesse sospettare che lui aveva informato che tra dieci giorni, il
ventitré marzo millenovecentoquarantaquattro, il giorno di san Josep Oriol, Targa se ne va a Lleida da
solo, per un colloquio con autorità civili e militari che lo convocano per chiedergli conto dei suoi
eccessi. Mi ci gioco quello che vuoi che ci andrà da solo perché gli devono dare una strigliata. Era una
buona informazione che ha mobilitato gente del gruppo del tenente Marcò. E poi si deve vedere con
qualche militare che gli fa da protettore. Non so dove; di ritorno. E adesso se ne uscivano con quello
sproposito della pensione.
Il mio senso della disciplina alla fine ha vinto, così di pomeriggio, dopo aver chiuso la scuola,
sono sceso a Sort approfittando di un passaggio sul camion di Pere Serrallac. È veramente un pezzo di
pane quest'uomo, che mi evita, dichiarandomi così il suo disprezzo nei confronti di un falangista
profittatore, ma che non può esimersi dal darmi una mano. Mi ha lasciato vicino a Ribera per cui ho
dovuto camminare solo una mezz'oretta. Per tutto il viaggio sono stato tentato di gridare a Serrallac
delle pietre che io non ero come lui pensava, no. Vivo con la tentazione di gridarlo al mondo intero. È
il mio orgoglio che si spezza. Per rasserenarmi, gli ho parlato del figlio assicurandogli che Jaumet è
portato per gli studi, è un buon lettore e ha molta sensibilità.
«A casa ci sono dei libri.»
«Si vede. Lo porti a studiare a Tremp.»
«Non me lo posso permettere. Ci vogliono molti soldi.»
«Allora lo mandi in seminario.»
«Neanche morto. Mi scusi, signor Oriol, ma...»
«No, capisco... Ma lì possono dargli un'istruzione senza dover pagare. Sarà sempre in tempo per
uscire.»
«E se ci prende gusto? Eh?»
Serrallac delle pietre negava con la testa mentre gettava il mozzicone di sigaretta dal finestrino
del camion.
«I contadini saranno sempre contadini» disse per concludere.
«Ma lei non lo è.»
«Certo che lo sono. Coltivo pietre, io.»
E ha guardato fuori dal finestrino, dall'altra parte, per farmi capire che l'argomento era chiuso,
che per quanto fossi il maestro, era lui che decideva sul futuro di suo figlio. Non ci siamo detti
nient'altro fino all'arrivo del camion a Ribera.
Mentre si allontanava lungo la strada principale, Oriol sentì per un bel pezzo il motore asmatico
del camion che infilava temerariamente la strada stretta e tortuosa di Estaon.
Il contorno della pensione Ainet, un edificio spoglio, si confondeva ormai con il paesaggio per
la poca luce. Oriol fece quello che diceva la nota: doveva entrare, chiedere della Quindici ed essere
discreto.
«Chi ha detto?»
«Quindici.»
L'uomo gli diede una chiave senza fiatare e se ne andò dentro, come se non ne volesse sapere
niente. Lui lesse la piastrina metallica con il numero: quindici. Immaginò che fosse su per le scale buie.
Sì. Il numero quindici. Fece per bussare ma poi pensò alla chiave. La infilò nella serratura e la fece
girare. La prima cosa che sentì fu l'odore. Il profumo. La porta si aprì con un gemito disperato e lui
vide il tenente Marcò, che doveva essere da un'altra parte con i suoi uomini, seduto su una sedia, con lo
sguardo verso la porta, che effondeva uno sconcertante profumo di tuberosa. Gli si bloccò il respiro e il
cuore fece mille salti: non era il tenente Marcò. Elisenda Vilabrù, Elisenda, con il suo profumo alla
tuberosa, si era alzata, seria, e gli diceva sono sicura di essere la prima a farti gli auguri per
l'onomastico. Solo in quel momento accennò un timido sorriso.
All'uscita dall'edificio del Governo Militare, la prima piacevole sorpresa della giornata fu
l'incontro con un ammiratore, il camerata Cartellà, con cui aveva condiviso gloria e pericoli durante la
vittoriosa avanzata in Aragona e con il quale aveva vissuto l'onore di essere tra i primi soldati a entrare
trionfalmente in Catalogna inseguendo le orde sovietiche e separatiste, nonché tra i primi a obbligare
gli abitanti dei paesini conquistati a salutare con il braccio teso e a dire vivaspaña e arribaspaña. Li
obbligavano anche ad abbracciarli con gioia, perché erano i difensori della Patria, invitti soldati del
Glorioso Esercito Nazionale del Generalissimo Franco. Lui e Cartellà si salutarono commossi in mezzo
alla strada, a braccio teso e battendo i tacchi, lui in borghese (porca miseria puttana a tutte le donne di
casa Marés) e il camerata Cartellà in uniforme completa e impeccabile. Probabilmente in città erano
serviti meglio che in montagna.
Sotto al tendone del cafè Sendo, osservati da lontano da due paia di occhi inquieti, i due
falangisti si misero al corrente sulle rispettive vite e Targa avvisò il collega, perché se ne ricordasse per
tutta la vita, che nell'esercito e nel regime c'erano persone disposte a rendere la vita impossibile ai veri
patrioti.
«No.»
«Sì. Militari.»
«Tu fai quello che devi fare. I camerati della provincia ti ammirano.»
Forse non sarebbe stato così difficile arrivare a vicecapo provinciale del movimento.
«Dici?»
«Certo! Insomma, vivi sul confine e tieni bene a freno un paese di figli di puttana.»
«Sì, sì, ma un colonnello disgraziato mi riprende proprio per questo. Dovrò dirlo a Sagardìa.
Oppure a Yuste.»
«Li frequenti?» Occhi spalancati, bocca aperta.
«Intimi.» Euforico: «Vuoi che ti presenti Yuste? Che fai oggi?»
Elisenda andò verso la porta e la chiuse. Gli orecchini di brillanti facevano minuscole esplosioni
silenziose sui due lati del viso. Oriol rimase in piedi, eretto, senza sapere che fare. Per qualche istante
di delirio si chiese se Elisenda era del maquis. Lei gli si mise davanti e gli disse grazie di essere venuto
e lui stava per rispondere pensavo che fosse un appuntamento con il tenente Marcò e... Lei gli prese le
mani e gli disse caro Oriol, so che sei solo, che da quando tua moglie..., insomma, che devi sentirti
molto solo. E io voglio aiutarti perché me ne sento responsabile.
«Non so immaginare come tu possa farlo.» In guardia, Oriol, e molto agitato.
Dentro di me pensavo che tra me e quella donna c'era solo un chiarimento in sospeso, perché mi
aveva detto che al Ventureta non sarebbe successo nulla, e io con una donna così non voglio avere
alcun tipo di relazione. Lei, come se gli avesse letto nel pensiero, si alzò sulla punta dei piedi e gli
diede un bacio sulle labbra che lo lasciò senza respiro, senza dubbi e senza memoria, com'è possibile
che una signora così sia attratta da un uomo come me che...
Ne era talmente attratta che la sua bocca si fermò a lungo contro quella di Oriol, lasciandolo
andare solo quando stava per soffocare; lo guardò negli occhi, lo accarezzò e tra sé e sé pensò un uomo
onesto, un uomo colto, un bell'uomo. Non me lo lascerò scappare.
Uno spazio in bianco. Scarabocchi. Probabilmente Oriol Fontelles stava soppesando se fosse il
caso di raccontare a sua figlia che aveva un'amante impossibile, di cui, chissà per quali motivi, taceva il
nome. Comprendeva i dubbi, ma cominciò a odiare Oriol perché quell'appuntamento era avvenuto nella
pensione dove Jordi. Beh, dove. Insomma, dove quella cosa lì. Più di cinquant'anni dopo, ma nella
stessa pensione.
«Ti piaccio?»
«Sì, molto. Ma...»
«Lo sapevo. Quando mi dipingevi... io lo sapevo.»
«Però tu, insomma, tu sei sposata e...»
«Anche tu. Perché mi evitavi, ultimamente?»
«Niente, per niente.»
«Perché?» insistette. «Oriol, guardami.»
Oriol tentennò a lungo prima di far uscire le parole:
«Lo sai. Credo che avresti potuto fare di più per evitare la morte di...»
«Valentí Targa» lo interruppe lei decisa «mi ha mentito. Mi aveva giurato di voler solo
spaventare la gente, che al bambino non sarebbe successo nulla.»
«E tu ci hai creduto.»
«Quando sono tornata era già successo tutto.»
«Perché non l'hai denunciato, allora?»
«Perché non l'hai denunciato tu?»
Tacquero. L'incontro stava per risolversi in un fiasco, ma comunque fosse quelle parole
dovevano essere dette prima di poter entrare in paradiso. Elisenda si avvicinò a Oriol, gli mise le mani
aperte sulle spalle, lo guardò negli occhi e tutte le reticenze di Oriol si ridussero in frantumi. Sorrise,
venendo da lontano; lei rispose al sorriso e disse, con voce più calma, con quell'autorità naturale che
emanava dalla sua pelle:
«Non sono disposta ad accettare che nessuno, chiunque sia, ci separi adesso che ci siamo
trovati.»
Indietreggiò leggermente e continuò.
«Vediamo se possiamo essere chiari: tu mi piaci, io ti piaccio, e nessuno deve rovinare i nostri
sentimenti. D'accordo?»
«D'accordo.»
«E nessuno lo deve sapere. Ancor meno Bibiana.»
Gli stava proponendo un patto, un codice d'azione. Lo accettò, con il cuore in subbuglio. Lei
continuava:
«Nessun avvocato di mio marito mi potrà mai accusare di... Beh, di adulterio. Mai. Questo è il
prezzo.»
«La situazione è un po'...»
«Mi piaci. Ti piaccio?»
«Sì. Molto. Del tutto.»
«Allora non c'è nessuna situazione. Il problema con mio marito, se mai ce ne potrà essere, è mio
e non tuo. Siamo d'accordo?»
«Sono. Non lo so. Sorpreso.»
«Se hai fatto quello che diceva la lettera, sapevi cosa avresti trovato.»
«Pensavo che. Beh, è lo stesso.»
Fece un passo in avanti senza pensare al pericolo. Fece il passo. Si avvicinò a Elisenda, le
sollevò il mento con una familiarità che non avrebbe mai sognato potesse esistere, scacciò il ricordo
colpevole di Rosa con la pancia grossa e del Ventureta con l'occhio di piombo e abbassò le palpebre
per inebriarsi del profumo di tuberosa.
«Mi sei piaciuta fin dal primo giorno che ti ho vista.»
«Anche tu a me.»
«Ma questa è... è una follia.»
«Sistemerò tutto io.»
«Non so se ci riuscirai. Quello che so, invece, è che ti ho fissa nella mente dopo averti guardato
tante ore. Chiudo gli occhi e ti vedo seduta, con il collo leggermente inclinato e girato per mettere in
evidenza il busto. Le mani che accarezzano un libro e gli occhi...»
Finalmente un uomo per il quale valeva la pena guardare il mondo in un altro modo e accettare
delle rinunce, se fosse stato necessario. Finalmente un uomo sul cui petto poteva abbandonare il capo.
«Sei un poeta. Ti amo, Oriol.»
«In realtà, mi sento minacciato da quello stronzo parassita del colonnello» fece Valentí
controllando con la coda dell'occhio l'effetto delle sue parole su Cartellà. «Per giunta, secondo lui il
maquis non esiste.»
«Perché, tu dici che ci sono i maquis in Spagna?» chiese stupito Cartellà.
Né Valentí Targa né il comandante, aiutante del generale Yuste, si degnarono di rispondere.
Chilometri in silenzio, acciaccati dalle buche della strada. Di fronte a loro, il camerata Cartellà, con
imperturbabile faccia da poker, era meravigliato dalla confidenza esistente tra il comandante e il suo
amico Targa. Cento scossoni dopo, Valentí:
«E mi sembra un tradimento che siano proprio quelli che stanno dalla nostra parte che...»
«Come hai detto che si chiama?»
«Faustino Ramallo Pezón. Colonnello di artiglieria assegnato allo Stato Maggiore del Governo
Militare di Lleida. Cinquantanove anni. Grande frocio. Lavoro amministrativo durante tutta la Gloriosa
Crociata. Ovvero, non ci si è giocato i coglioni. Destinato alla piazza di Lleida da tre mesi.»
«Il generale Yuste ci metterà quattro parole, te l'assicuro.»
Sempre più ammirazione muta da parte di Cartellà.
«Grazie, comandante. Gli può anche dire che venerdì prossimo è invitato a una cerimonia
falangista a Sort. Anche tu, Cartellà.»
Il camerata Cartellà dissimulò un sospiro di ammirazione guardando fuori dal finestrino.
Davanti a lui scorrevano le saline di Gerri. Uscendo dal paese la macchina dovette frenare in modo un
po' brusco. Un controllo militare all'uscita di Gerri, dopo il bivio per Peramea.
«Chi ha detto di mettere un controllo qui?» chiese il comandante alle pareti. E all'autista:
«Piano. Vediamo che cosa vogliono.»
Abbassò il finestrino perché quel capitano sconosciuto lo vedesse in faccia.
«Che succede?» disse impaziente il comandante.
Cartellà guardò Valentí e gli fece l'occhiolino ammirato per tutta la conversazione.
«C'è stata un'esplosione a Sort.»
«Perché non ne so niente? Dov'è il generale?»
«Dovrebbero scendere, per favore.»
«Che? Perché non mi chiedete la parola d'ordine?»
Tre soldati si erano avvicinati al capitano e uno di loro aprì la portiera dell'auto.
«È una trappola» riuscì a dire Valentí Targa prima che risuonassero due spari e l'autista
reclinasse dolcemente la testa sul volante, come se avesse avuto un attacco irresistibile di sonno. A quel
punto, l'altro sportello, completamente trascurato, si aprì violentemente. Qualcuno vi fece entrare uno
Sten nero e lucido e vuotò mezzo caricatore contro il falangista Cartellà, mentre da dietro un altro
uomo faceva lo stesso con il comandante. L'impermeabile chiaro di Valentí Targa si riempì così tanto
di schizzi che poteva dare l'impressione che fosse lui quello più gravemente ferito dei tre. Fece finta di
essere morto, rimase accasciato con la bocca aperta, e sentì quello vestito da capitano che diceva
l'abbiamo ridotto a un colabrodo. Torniamo su.
Fu lei a conservare in ogni momento l'iniziativa. Lei che lo aiutò a spogliarsi; lei che lo tirò per
il braccio per farlo entrare nel letto dove c'erano due o tre bottiglie d'acqua calda che volevano rompere
il freddo impossibile delle lenzuola. Il contatto fu appassionato, molto appassionato da parte di lei e
progressivamente animato da parte di lui, fino al momento in cui si gettò dietro le spalle sia il ricordo di
Rosa dallo sguardo silenzioso pieno di rimprovero, sia la paura che Valentí, sempre ben pettinato,
invece di essere a Lleida a lasciarsi ammazzare per la seconda volta, aprisse improvvisamente la porta
facendola sbattere contro il muro, e dicesse, lisciandosi i baffetti con le dita, guardalo, questo
disgraziato, e magari mi vuoi ancora negare che Elisenda è una gran troia? Eh? Tu non hai alcun diritto
di scopartela, ci sono prima io, e poi tu sei del maquis; e che dopo questo proclama sparasse, non in
testa o al cuore, ma dove fa più male, come ai testicoli, e aspettasse pazientemente che si dissanguasse
e che la vita gli sfuggisse lentamente dal buco immisericordioso del dolore.
«Non devi prendere nessuna...»
«Precauzione?»
«Beh, non so...»
Lei lo abbracciò e si fece penetrare e fu un'impossibile esplosione di piacere.
Due ore dopo, Elisenda lo liberò dalle sue catene e gli assicurò che quella non sarebbe stata
l'ultima volta perché sei l'unica persona unica del paese e di tutte le montagne. Sei venuto in moto?
«No. Con Serrallac delle pietre. Ho la moto rotta.»
Fuori, per strada, era già buio. Nel punto in cui cinquantasei anni dopo una congelata
Duecavalli rossa avrebbe pianto un tradimento, l'automobile nera di Elisenda Vilabrù con un'ombra
scura dentro.
Elisenda, avvolta nella sua pelliccia, fece un cenno e l'auto si accostò silenziosamente, come
una minaccia. Lei aprì la portiera sul lato opposto all'autista e vi fece entrare Oriol.
«Ti lasceremo all'entrata del paese.»
Elisenda si sistemò dietro da sola. Oriol guardò l'autista: era lo sfregiato taciturno, Jacinto Mas,
che lo guardò con profondo rimprovero e mise in moto senza dire niente, senza accusarlo di aver
fornicato con la signora, come se non stesse là seduto. L'autista guardò di sfuggita nello specchietto
retrovisore. Bravo, Jacinto, benissimo. Nel tragitto fino a Torena nessuno aprì bocca. Il profumo di
tuberosa era del tutto svanito, ma non dalla memoria di Oriol e neanche da quella di Jacinto.
Quando Elisenda Vilabrù de Vilabrù, arrivò a casa Gravat con il ricordo dell'amore ancora
fresco tra le mani, sentì qualcosa di strano nell'ambiente. Lo sa, pensò. Nonostante tutte le precauzioni,
Bibiana lo sa. Non appena ebbe guardato gli occhi di Bibiana, che le aveva aperto la portarne fu
convinta. Per questo, quando entrò in salotto e lo vide circondato dai suoi gorilla, si spaventò perché
non era quello che si aspettava. Lì in piedi, davanti a quegli uomini feroci, sentì che le si rattrappiva il
cuore. Santiago l'aveva fatta spiare dal suo stesso Goel! Disse che c'è, eh, che succede, solo per
prendere tempo.
Per tutta risposta, Valentí si chinò e prese un fagotto di tela da terra. Lo alzò e glielo mostrò
aperto perché lei lo potesse osservare bene: un impermeabile chiaro diventato un cencio insanguinato.
E anche una camicia. Che schifo.
«Che è successo?»
«Hanno cercato di uccidermi.»
«Oddio.» Che sollievo, si trattava solo di questo. Indicando i vestiti: «E il sangue?»
«È di altri eroi, di altri martiri.»
Valentí fece un gesto energico con la testa e Balansó e Gómez Pié uscirono dalla stanza. Dopo
qualche istante Elisenda sentì la porta della strada. Cominciava a recuperare la serenità.
«Raccontami.»
«No, è molto sgradevole.»
«E allora che vuoi?»
«Non ho ancora terminato il mio lavoro.»
«Ti manca Josep di casa Maria del Nasi.»
«Sì.»
Senza chiedere il permesso, contravvenendo alle norme che lei aveva imposto a Burgos, Valentí
Targa si sedette sulla prima poltrona che trovò. La stessa che avrebbe usato Tina più di cinquant'anni
dopo. Cercava di nasconderlo, ma era sconvolto.
«Perché sei venuto?»
«A te non te ne importa niente se mi ammazzano.»
«Non è vero» disse, resistendo alla tentazione di sedersi. «Che vuoi?»
«Altri soldi.»
«Ancora? Con tutto quello che ti do?»
«La cosa si sta facendo molto pericolosa. Più soldi o lascio.»
«Quanto ci metterai a trovare Josep di casa Maria?»
«Posso rapire l'idiota per costringere Josep a venire. Cassià è un po' tarato.»
«A volte sembri stupido» lo interruppe secca. «E non mi hai ancora detto che c'entra Ventura
con tutto questo.»
«Sono il sindaco. Non sono solo il tuo Goel.»
Non ci fu tira e molla, perché Elisenda non voleva a nessun costo che il suo Goel lasciasse il
lavoro a metà. Gli pagò generosamente il recente spavento e Valentí se ne andò rassegnato alla sua
sorte. Rassegnato, no: entusiasta, perché ci aveva rimediato molto più di quanto avesse mai potuto
immaginare. Eloi Cartellà, figlio illustre di Tàrrega, che favore che mi hai fatto. Camerata Cartellà,
presente.
La sera a casa Marés, dopo essersi scolato una bottiglia di anice insieme a tre suoi uomini, prese
da parte Modest e gli mise davanti, su un tavolino di marmo scheggiato, un fascio di biglietti di corso
legale, nuovissimi, senza neanche contarli, per mostrargli tutto il suo disprezzo. Un bel mazzetto. E
quando ebbe finito, salì le scale per raggiungere la sua stanza senza neanche dire questo è quanto ti
devo, né grazie per la pazienza, né alla faccia di tutti i tirchi di casa Marés, né è grazie a tua figlia che
non mi ha lavato la camicia che sono vivo, né buona notte. Modest raccolse i biglietti con un senso
contraddittorio di sollievo e di schifo. Se solo potesse.
Il giorno dopo il sindaco Targa dovette parlare con investigatori e autorità, visitò camere ardenti
e incitò i suoi compagni a non perdere la paura di agire. E la sera, seduta pittorica al comune: se
dovevano farlo fuori, che fosse almeno finito il ritratto.
«Lo vedi?»
Agitava il giornale e lo lasciava cadere sul tavolo ufficiale del consiglio comunale. Oriol lasciò
il pennello nel vasetto di acquaragia, stufo di tante interruzioni, e lesse che l'altra persona che aveva
perso la vita in quello sfortunato incidente di traffico era il camerata Eloi Cartellà, originario di
Tàrrega, capo locale della Falange Spagnola e sfortunato passeggero di quell'automobile.
«E come è successo?»
«Non è stato un incidente. Questo è perché non si diffonda il panico tra la gente. Hanno cercato
di farmi fuori. Mi vogliono eliminare.»
«Come lo sa che volevano uccidere lei?»
«Hanno ridotto il povero Cartellà a un colabrodo.»
«Forse, allora, volevano uccidere lui.»
«Nessuno sa chi è Cartellà.» Afferrò il giornale e se lo avvicinò agli occhi. «Io, invece...
Insomma, mi conoscono.»
«Però hanno ucciso gli altri due.»
«Hanno ammazzato Cartellà perché era in uniforme.»
«Ma non le somiglia per niente!»
«Quelli che hanno sparato non conoscono la mia faccia. Mi sono salvato perché ero in
borghese. E probabilmente perché ho fatto finta di essere morto.»
Guardò Oriol Fontelles con un'espressione tesa, come se gli desse fastidio di essere contraddetto
su quell'argomento: la vittima era lui. Solo lui.
Oriol riprese il giornale. Gli bruciavano gli occhi. Forse perché aveva dormito poco. Sentì
Valentí che diceva è la seconda volta in poco tempo.
«La seconda?»
L'altro fece un gesto come a dire lasciamo stare, non ne voglio parlare. Oriol si vide costretto a
insistere:
«Che vuol dire, la seconda?»
«Più mi vogliono nella tomba» declamò Valentí, come se si trattasse della risposta «più ho
voglia di finirla con tutti i collaborazionisti. Uno per uno. Senza odio, con freddezza, con giustizia.
Cominciando da Ventura di casa Ventura, che sono sicuro che sta dietro a tutto questo.»
«Dio mio.»
Valentí sorrise in un modo che si sarebbe potuto considerare paterno:
«Ti fa paura, eh?»
Silenzio. Dopo un po', continuò:
«Ventura fa la guerra per conto suo. Come se fosse una cosa personale.»
«Come lo sa?»
«Il servizio segreto tedesco. Hanno degli infiltrati. Ma sembra che chi dà ordini a Ventura sia un
certo capitano Eliot.»
«Chi è?»
«Non lo sappiamo ancora.»
Oriol lasciò il giornale davanti al suo nemico. Gli girava la testa. Tornò al cavalletto per
difendersi meglio.
«Perché dice che è la seconda volta?»
Probabilmente per vantarsi, perché fare il coraggioso davanti a un uomo che sapeva tante cose
come il maestro Fontelles faceva sempre piacere; per un motivo o per l'altro, si dà il caso che Valentí
gli raccontò che era stato proprio il giorno in cui andava a Barcellona a trovare il Fiorellino, ti ricordi?
beh, quel giorno.
«E come è stato?»
Valentí raccontò quello che lui già sapeva, ma con lo sguardo verso la parete, senza vedere che
cosa succedeva dietro a lui. Valentí era arrivato alla conclusione che doveva essere stato qualcuno del
paese, qualcuno senza molta esperienza militare perché aveva mancato un tiro che era più difficile
sbagliare che centrare.
Si alzò di scatto, aprì il cassetto, ne estrasse la pistola, andò verso il cavalletto, si mise dietro a
Oriol e gli puntò la pistola alla nuca.
«Da qui» disse. «Tu credi che si possa sbagliare?»
Oriol, senza forze per fuggire, chiuse gli occhi aspettando il colpo di grazia.
30
Se papa Giulio II, in qualità di abate commendatario di Montserrat, ha finanziato il chiostro
gotico del monastero prima di essere Giulio II, quando era solo Giuliano della Rovere - disse,
rimettendo a posto l'opuscolo - la signora Elisenda Vilabrù vedova Vilabrù è capace di pagare qualsiasi
somma, mi ha sentito bene, qualsiasi somma, perché il matrimonio si possa celebrare il 24 aprile.
«Immagino che mi stia parlando dell'anno settantadue.»
«No. Millenovecentosettantuno. Ventiquattro aprile del millenovecentosettantuno.»
«Sono pazzi. È tra sei mesi.»
«È più che sufficiente.»
«Il giorno è già occupato.»
«Lo liberi. Se mi dà l'indirizzo degli interessati, li posso convincere io. Voglio la chiesa libera a
partire da mezzogiorno.»
«Senta, le cose non funzionano così. Non posso assolutamente cambiare l'ordine delle richieste.
Per nessun motivo.»
L'avvocato Gasull guardò con una certa commiserazione il responsabile dell'agenzia. Fece un
gesto di preoccupazione, si mise la mano in tasca e tirò fuori un mazzo di banconote nuove di zecca.
«Questo è per lei, solo perché mi sta ascoltando.»
«Che vuol dire?» un po' nervoso per lo stile, ma con gli occhi che gli brillavano per il mazzo.
«Che se oltre ad ascoltarmi riesce a smuovere chi di dovere perché il ventiquattro aprile
millenovecentosettantuno, tra sei mesi, si possa celebrare qui il matrimonio tra il signor Marcel Vilabrù
i Vilabrù e la signorina Mercedes Centelles-Anglesola i Erill, chissà, forse potrebbe anche lasciare
questo lavoro.»
Il responsabile dell'agenzia si sentì la bocca secca. Stava per assistere alla prima compravendita
come si deve da quando si era messo a dirigere l'ufficio con la disposizione di assoluta inflessibilità sul
tema Montserrat, che ci si vogliono sposare tutti e sono capaci di hai capito cosa. Aveva capito subito,
perché si arrangiava come poteva e ogni tanto riceveva dei riconoscimenti discreti. Ma adesso facevano
sul serio.
«Le prometto che farò il possibile.»
«Non voglio solo che faccia il possibile. Voglio che ci riesca.»
La bocca sempre più secca. Mise lo scomodo fascio di banconote in un cassetto e sorrise allo
ieratico avvocato Gasull. Finalmente quest'estate a Lanzarote, pensò ancora senza respiro per il volume
del mazzo.
Nessuno dubitò mai che il ventiquattro aprile millenovecentosettantuno, a mezzogiorno, tra l'ora
sesta e l'ora nona, Marcel e Mertxe si sarebbero sposati all'altare maggiore del monastero di Montserrat,
la sposa vestita di un bianco vaporoso e i fotografi che correvano impazziti per il mucchio di
personalità presenti tra gli invitati dello sposo e della sposa. Nessuno pensava che Matutina ligat
Christum, qui crimina purgat; Prima replet sputis causam dat Tertia mortis; Sexta cruci nectit; latus eius
Nona bipertit Vespera deponit; Completa reponit, perché erano troppo occupati a guardare con la coda
dell'occhio chi era venuto, a ricordare e a rallegrarsi perché alcuni non erano stati chiamati alla destra
del Padre.
Il governatore civile e Capo Provinciale del Movimento si era presentato con l'uniforme di gala
e la pelata e le mani sudate. Era l'unico, tra le autorità, ad aver commesso questa gaffe, adesso che
l'ordine era evitare la pompa magna falangista perché quelli che avevano il coltello dalla parte del
manico pensavano meglio essere efficaci senza fare troppo rumore, situarci dove sappiamo che
conviene e comandare in nome di Dio e in nome dell'Opera di Dio, con prudenza ma con fermezza.
Con umiltà ma con ambizione. A parte i due colonnelli e il generale, che, loro sì, giustificati, esibivano
le medaglie sul petto valoroso. È nostro dovere segnalare il magnifico vestito della sposa, di Charo
Rodrìguez, interamente confezionato in raso lavorato, con un audace decolleté quadrato e un
lunghissimo strascico, come non ne vedevamo da tempo. Sul copricapo, una sorta di elegantissima
ghirlanda di fiori di bosco bianchi la cui fragranza si percepiva sin dalla distanza da cui questo inviato
speciale doveva osservare la cerimonia. Il velo vaporoso rifiniva l'incredibile lavoro di Charo
Rodrìguez con una caduta di un'eleganza eccezionale. In mano, l'infelice sposa, che ancora non sapeva
che questo matrimonio si sarebbe rivelato una spina nel cuore che avrebbe spento per sempre il suo
sorriso, portava un bel mazzo di rose bianche e rosa, mischiate con fragranti gelsomini, opera di Mateu
& Trias (dal nostro inviato speciale).
È questa la più importante delle istituzioni sociali, base e fondamento di tutte le altre; il
matrimonio è un'istituzione naturale, sociale, religiosa e giuridico-civile. Non entrerò adesso nei
particolari dell'etimologia della parola matrimonio, voglio solo ricordare che essa proviene dal latino
matris munium, ovvero carico che grava sulla madre, con riferimento al travaglio della madre nel
momento in cui dà alla luce i figli, fine e fondamento teologico di questo sacramento. Già san
Tommaso d'Aquino definì i tre scopi principali di questa istituzione: la procreazione, l'educazione della
prole e la reciproca assistenza, nonché le condizioni necessarie al conseguimento di tali finalità: unità,
fecondità, indissolubilità, religiosità, legalità. E mentre sentiva tutto questo, la signora Elisenda stese
sul tavolo della memoria il suo matrimonio con Santiago, il suo amore per Oriol, l'unico uomo che lei
credeva unico, la sua relazione con quel figlio di puttana di Quique Esteve. Versò allora una lacrima
controllata, più per se stessa che perché gli sposi stessero sul punto di dire di sì, di sì, lui perché non
vedeva alternative, dal momento che era impossibile evitare qualsiasi cosa fosse disposta dalla madre, e
attenzione, la tipa è una cosa che non te la puoi neanche immaginare, quello che mi rompe è sposarmi,
legarmi così giovane e Quique o qualunque altro confidente dell'ultima disperata settimana da scapolo
di Marcel gli diceva che vuoi, il momento arriva per tutti, è scritto. E Mertxe perché sapeva che univa
la sua vita a una delle grandi fortune del paese, gli esagerati dicevano più solida di quella del Banco de
España. Ciò che Marcel credeva di essere riuscito a tenere nel massimo segreto, uno dei pochi grandi
segreti che credeva di aver potuto tener nascosto alla madre, era che, pur non volendo sposarsi, era
innamorato. Era perdutamente innamorato di Mertxe. Il fidanzamento era andato liscio come l'olio,
veloce ed efficiente, con un paio di crisi ridicole e pochissime donne clandestine da parte di Marcel.
Persino quando era uscito con Lisa Monells per dirle addio, aveva sentito un leggero rimorso di
coscienza perché Mertxe non se lo meritava. Ma doveva pur chiudere l'episodio, era un cavaliere, lui. E
poi Lisa scopa come un angelo. Nella vita non si possono chiudere tutte le porte. E se Mertxe non lo sa
non può farle male. Ti telefono, Lisa, te lo giuro.
«Che?»
«Tocca a lei dire sì, lo voglio.»
«Sì, mamma.»
Vedi, amore? È un uomo sposato, adesso. E anche molto bene, direi.
Nella fotografia ufficiale si può osservare il nobile gesto del giovane Vilabrù, nel momento
culminante della brillante cerimonia, che mette l'anello alla sfortunata sposa. Secondo il nostro inviato
speciale a Montserrat, erano giunte voci che parlavano della possibilità che il sacerdote scelto per la
cerimonia fosse l'abate di Montserrat, il vescovo della Seu o monsignor Escrivà de Balaguer. Ma in un
gesto che fa onore all'antica famiglia Vilabrù, ha presieduto la cerimonia un umile e giovane sacerdote
di campagna, don Fernando Rella, teologo brillante nonostante la sua giovinezza, forse un po'
pesantuccio perché la predica è stata plumbea, parroco della parrocchia di Sant Pere di Torena, idillico
e remoto paesino pirenaico noto al giorno d'oggi al mondo civilizzato proprio per i magnifici impianti
destinati alla pratica dello sport invernale che annovera sempre più appassionati. Il simpatico gesto di
far presiedere la cerimonia al parroco dell'umile parrocchia del paese di cui è originaria l'illustre
famiglia ha suscitato commenti molto favorevoli da parte di tutti gli invitati.
Durante un incontro intimo promosso dal padre abate e di cui non è trapelato nulla alla stampa,
l'abate ha ricevuto gli sposi, la madre dello sposo e il prozio dello sposo. Padre August Vilabrù, che
viveva afferrato con una mano nervosa al bastone di rovere e avorio, fu grato per il gesto del padre
abate che, dopo aver benedetto gli sposi, si avvicinò a lui per baciargli la mano rugosa. Nel frattempo,
la signora Elisenda ordinava alla sfortunata coppia di uscire per andare a fare la tediosa ma
imprescindibile sessione fotografica con gli invitati, altrimenti faremo notte quassù. E finalmente
rimasero soli.
«Quanti avete detto?»
«Novantatré, padre abate.»
«Potessi arrivare io alla vostra età con la vostra salute e il vostro coraggio.»
Era una menzogna. Pietosa, ma una menzogna, perché il padre abate sapeva che padre August
aveva pubblicato il suo ultimo opuscolo, sull'applicazione delle derivate al teorema degli incrementi
finiti, alla fine degli anni cinquanta, e che dalla crisi di tre anni fa, da quando, cioè, aveva avuto quel
leggero colpo apoplettico, non era più quello di prima, era già molto se poteva recitare le parti del
breviario e dedicarsi alle sue devozioni o, al massimo, a riflettere sulle proprietà dei numeri primi. Il
padre abate non lo sapeva: il colpo apoplettico era stata l'unica risposta del suo corpo mortale alla
feroce discussione avuta con la sua pupilla, il diamante che io avevo trasformato in brillante ma che, a
causa di cosa, mio Dio (felix qui potuit rerum cognoscere causas), si era trasformata in uno di quegli
anelli il cui magnifico brillante nasconde un fatidico veleno che fa effetto in pochi minuti. Lei, che io
ho fatto crescere nell'amore di Dio e della Santa Madre Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana, nella
devozione alla spiritualità di padre Enric d'Ossò, di cui non farò in tempo a vedere la più che meritata
beatificazione, nel rispetto della grande opera della Creazione Divina... Lei, la mia figlia spirituale, la
speranza della mia vecchiaia, che non ha voluto approfondire gli studi di matematica e ha deciso di
dedicarsi ad arricchirsi; lei, la donna più intelligente che abbia mai conosciuto, trasformatasi in
diabolicamente furba... ha portato per sempre le tenebre nel mio cuore. Ma il padre abate non lo sapeva.
E nessuno neanche sapeva che adesso stava per ripetere l'esperienza. L'anziano sacerdote, per
rispondere agli auguri del padre abate, si limitò a fare con la mano libera un gesto vago che voleva dire
tutto. Il padre abate sorrise senza capire niente e la signora Elisenda rimase in attesa, allerta. Finché
vide che era arrivato il momento e allora disse con la sua voce più dolce e persuasiva mio zio vi vuole
ricordare che avete promesso di intercedere per la causa di beatificazione del Venerabile Oriol
Fontelles.
«Io non...»
«Zitto, zio, lasciate parlare il padre abate...» sollecita, lei, china sul sacerdote seduto.
Il cuore di padre August cominciò a palpitare, senza controllo. Per superare la barriera di
Elisenda, alzò un dito timido ma il padre abate non se ne accorse. E poi, a rigore, quel timido gesto di
protesta era peccato e lui non aveva voglia di sentirsi colpevole, alle soglie della morte, del gravissimo
delitto di insinuare informazioni conosciute attraverso il terribile segreto della confessione. Abbassò il
dito, perché non si sa mai.
«E l'abbiamo fatto, figliola.» Il padre abate li guardò soddisfatto: «Prima della fine dell'anno ci
sarà un nuovo procuratore della causa. Me l'ha assicurato il vescovo della Seu.»
Fece un gesto di intesa verso la signora Elisenda indicando l'anziano, che aveva abbassato lo
sguardo oppresso dai propri scrupoli.
«Siete stanco, vero, reverendo?» disse.
Lo fece alzare dalla sedia che avevano messo apposta in mezzo al chiostro delle visite, lo
abbracciò con devozione filiale, strinse schiettamente la mano della dama e contemplò con un sorriso
paterno la figura ricurva del vecchio professore che l'aveva guidato per le insidie e le delizie della
trigonometria e del calcolo infinitesimale nei cinque anni che aveva passato a Roma, mentre si
allontanava lentamente, guidato dalla sollecita mano di quella signora così elegante che era sua nipote.
Padre August e la signora Elisenda calcolarono la distanza che li separava, dieci passi lenti, dal sorriso
servizievole del frate portinaio, dall'altra parte dell'ala del chiostro.
«Devi fermarlo.»
«No. La memoria di Oriol lo merita.»
«Sei una sporca meretrice schifosa.»
«A quanto ne so, il confessore che osa infrangere direttamente il segreto sacramentale» disse lei
con voce smorzata «viene scomunicato con la scomunica riservata in modo molto speciale alla Sede
Apostolica.»
«Maledetta.»
«Articolo duemilatrecentosessantanove, zio. È così.»
«Il maestro non era un santo. Era solo il tuo amante.»
«Codice di diritto canonico, zio. La beatificazione andrà avanti.»
«Vogliono riposarsi un po'? Padre? Signora?»
«No, no, grazie, ci aspettano gli invitati.»
Padre August piangeva dentro di sé e non aveva sentito la domanda del frate portinaio. Fece
uno sforzo per alzare la testa con una smorfia di dolore d'anima che il frate portinaio interpretò come
una dimostrazione della gioia che li invadeva per la felice unione.
Quando varcarono la porta del monastero, un mitragliamento spietato di flash da parte dei
fotografi della stampa rosa disorientò del tutto padre August. Un po' più in là dei giornalisti, un gruppo
di ragazze sorridenti, con lo zaino sulle spalle, osservava la coppia asimmetrica che scendeva i due
gradini in mezzo ai flash e la ragazza con le trecce e gli occhi del colore dell'erba di montagna disse
devono essere gli sposi, no? E tutte le ragazze si misero a ridere ancora di più, perché questo era il loro
modo di equilibrare l'eccesso di vitalità che avevano in corpo. Jacinto, non so a che pensi, e guarda che
è già qualche giorno; devo stare ad aspettare che ti degni di presentarti con la mia auto? eh? Scusi,
signora. Scusa, Elisenda, ma i tuoi occhi adirati sono incantevoli. Più di quando vi regna la calma.
Terminata la brillante cerimonia, le intime udienze private e la tediosa ma imprescindibile
sessione fotografica, autorità e invitati si sono ritrovati in un lussuoso albergo del centro, dove la festa è
continuata per il piacere di tutti, con l'inclusione di una nuova tediosa e imprescindibile sessione
fotografica nei giardini dell'albergo. Segnaliamo la circostanza che il numero di invitati era talmente
elevato che è stato necessario adibire due saloni del prestigioso albergo ai festeggiamenti. L'alta società
e, perché no, la vecchia aristocrazia, si sono date appuntamento a questo magnifico sposalizio
dell'erede dell'impero sportivo Vilabrù (Brusport, Brusport Instalaciones Deportivas, Estació d'Esquì de
la Tuca Negra SA, Vilabrù Sportwear) con Mertxe Centelles-Anglesola i Erill, la discendente di una
delle famiglie di maggior peso nell'esclusivo e ristretto mondo dell'aristocrazia, dei
Centelles-Anglesola, imparentati con i Cardona-Anglesola dalla parte Anglesola, e degli Erill de
Sentmenat, perché la madre di Mertxe è figlia di Eduardo Erill de Sentmenat, il proprietario della ditta
di importazione di legname Maderas Africanas, che è presidente del consiglio di amministrazione della
Banca de Ponent. Autentici aristocratici, intrappolati nelle perdite della Maderas Africanas, perdite che
si riflettevano nelle borse sotto gli occhi del genero di Eduardo Erill de Sentmenat, il signor Fèlix
Centelles-Anglesola, che solo sette giorni prima aveva venduto gli ultimi possedimenti argentini per
poter far fronte ai creditori. Sì, alla signora Elisenda Vilabrù. No, per un prezzo ragionevole, perché se
qualcosa bisogna riconoscere alla signora Vilabrù è che non è una strozzina. Operazione rapida,
discreta e tutti contenti. Si fa per dire. In effetti, si poteva dire che rimaneva tutto in famiglia perché se
la felice coppia di sposi aveva un figlio, questo figlio sarebbe stato un Vilabrù-Centelles-Anglesola i
Vilabrù Erill de Sentmenat, dei Vilabrù Cabestany dei Vilabrù-Comelles e dei Cabestany Roure e dei
Vilabrù Ramis dei Vilabrù di Torena e dei Ramis di Pilar Ramis di Tìrvia, metà troia metà meglio non
parlarne per rispetto del povero Anselm, e dei Centelles-Anglesola dei Cardona-Anglesola e degli Erill
de Sentmenat, di Eduardo Erill de Sentmenat, ex presidente del consiglio di amministrazione della
Banca de Ponent, proprietario della stramaledetta Maderas Africanas che già più di vent'anni fa gli ho
detto papà, deve vendere prima che questi legni gli si riempiano di tarli e lui tu dici, tu dici, e ora tutti a
morire di queste perdite. Chi invece ha due coglioni infiniti è questa donna, più ricca della miseria,
piena zeppa di quattrini, con terre in tutto il mondo, ma che passa le sue giornate a fare maglie da
pallacanestro, a inseguire nuovi clienti, a disegnare palloni da calcio e a moltiplicare i soldi come Gesù
nell'orto del Getsemani, cazzo.
Per giunta, il signor Fèlix Centelles Anglesola dovette sopportare con un sorriso stampato in
faccia che voleva sembrare simpatico, durante gli asparagi con le lingue di mare (che mi stanno
costando un occhio, perché ogni lingua di mare stava a cento pesetas e quella schizzinosa con il
diadema neanche le tocca e si mangia gli asparagi, che sono in scatola), il genero appena acquisito che
si dava le arie parlando di racchette da ping pong, che è una parte di cui mi occupo io direttamente, e
delle trattative con Saint-Moritz per dei franchising interessantissimi, e di un sistema che si chiama
skipass, guarda, comodissimo, che abbiamo proprio tanto da imparare dall'Europa, insomma, è un
lavoro appassionante e blablablà, e per qualche istante sognò che la signora Elisenda piegasse la nobile
testa verso di lui e gli dicesse non si preoccupi, Fèlix, pago io il pranzo. Cosa che potrebbe fare
perfettamente perché per lei questo non è niente. Ma è fatta così, questa donna, incapace di fare il passo
se non faccio io la prima mossa. E io non posso neanche insinuarlo.
«Non credo che sia un buon momento per parlare di questo.» Quique (degli Esteve
dell'alimentari) sorrise mentre si dirigeva verso la sala da ballo mano nella mano con la splendida
nipote di uno dei militari. Elisenda rimase con il gesto a mezz'aria e decise che era arrivato il momento
di montare uno scandalo: il ragazzo si era cercato la propria rovina con quel sorriso e gliel'avrebbe fatto
sapere in un modo che si sarebbe ricordato per tutta la vita.
Il modo fu il giorno dopo, quando lei tornò a Torena, lo convocò a casa Gravat, aspettò
pazientemente che Carmina andasse a letto, lo fece entrare in camera, si fece dare una bella ripassata e
quando infine lui rimase stremato e spremuto dentro al letto, a meditare sulle vicende della vita, nudo,
con la sigaretta in bocca, lo sguardo lontano, pensando forse ad altre donne, pensando sicuramente ad
altre donne, lei indossò un vestito e dalla porta della stanza gli comunicò hai due ore per portare via i
tuoi occhiali da sole dall'armadio della sala del personale delle piste.
«Che?»
«Sei licenziato. Non sei più il direttore degli istruttori de La Tuca. Non sei più istruttore. Non
sei più niente.»
Quique si girò, lasciò la sigaretta spenta male nel posacenere e si alzò. Dritto davanti a lei,
cercava di capire che cosa gli avevano detto.
«Perché?»
«Per incompetenza.» Guardò l'orologio. «Il tempo passa.»
«Ma che ti ho fatto?»
«Hai scopato con Lali Mestres, Glòria Collado, Mamen Vélez de Tena, che è più grande di me,
Sonia Ruiz, che è più giovane...» Tirò fuori un foglio dalla tasca del vestito e continuò: «E sei anche
andato con Gary Spader, quel biondino angelicale, e con Ricardito Tena, facendo la doppietta madre e
figlio. Ha sessantanni Mamen. Non ti fa schifo?»
«Sono un buon istruttore.»
Era il suo modo di confessare: sì, Lali, Glòria, Mamen Vélez, Gary, Ricardito e tutti quelli che
non sai, vecchia troia. Perché non sai tutto; ho un'altra doppietta importante: ho passato due straordinari
fine settimana con Mertxe Centelles-Anglesola i Erill quando ho capito che i contatti che cercavi di
stabilire con i suoi genitori erano con l'intenzione che erano. E per finire ti dovrei comunicare che un
giorno ho insidiato il tuo caro Marcel nelle docce, me lo sono fatto e gli è piaciuto. Grande tripletta. In
America la chiamerebbero un hat trick. Te ne ha parlato, il tuo amato figlio? Sai, mi piace inaugurare le
cose, mi piace stare sempre davanti a te quando a te sembra di stare non davanti ma sopra a me, e mi
piace anche scoparti, sì, d'accordo, sei una donna matura ma hai un non so che che ti rende irresistibile,
non lo so, ma tutto ha un limite, soprattutto quando giochi a trascinarti come una cagna e poi, quando io
mi sono potuto mettere nel ruolo del padrone, mi umili e mi ricordi che il gioco è finito, tesoro, questa
è di nuovo la vita, e mi ordini di andare a insegnare alla gente a rompersi una gamba sulla Teixonera
lunga.
«E allora? Ne trovo altri cento come te, di istruttori.»
O no, perché tu sei bravissimo. Ma sono troppo indignata per tutta questa falsità e per il fatto
che la gente vada in giro a dire cose che non si devono dire. Lo sapevi, disgraziato, che il primo punto,
il punto più importante della nostra relazione, era quello del segreto più assoluto e tu l'hai giurato sulla
mia fica, te lo ricordi? Mi mancherai.
«Ti sei stufata di me.»
«Sono indignata perché oltre a tradirmi hai rivelato il nostro segreto a Mamen. A chi altro l'hai
raccontato?»
«Io non le ho detto niente. Te lo giuro.»
«Come sei pietoso.»
«Ti giuro che...»
«Non t'affannare. Se vuoi te la metto davanti e ne parlate.»
«Se fai la figlia di puttana lo spiffererò a tutti i giornali. Ti giuro che a me non me ne frega
niente. Ma ci pensi che scandalo?»
Elisenda prese di colpo i vestiti di Quique e uscì dalla stanza. Ci rientrò furibonda, con i vestiti
in mano. Fece uno sforzo per calmarsi:
«Se mi minacci di nuovo, anche solo per scherzo» disse «ti faccio ammazzare.»
Uscì dalla stanza, aprì la porta di casa e buttò i vestiti sul selciato davanti all'ingresso. Il primo
gesto mal calcolato dopo aver millimetrato per anni le reazioni e averne valutato gli effetti. La luce
delle stelle bagnò leggermente le mutande, i calzini, la giacca a vento, i pantaloni, la maglietta e la
camicia dell'amante espulso. E il mozzicone di sigaretta ancora fumante che qualcuno aveva buttato a
terra, dall'altra parte della piazza.
31
Due volte voleva dire nessuna pattuglia di Sort sul passo della Bonaigua. Tre, che c'era
movimento militare da Sort a València d'Àneu. Cinque voleva dire non scendete a valle, seguite i
crinali e che Dio (si fa per dire) vi assista se vuole. Più di cinque volte era segno che sarebbe stato
meglio che non fossero arrivati fino alla soffitta della scuola di Torena perché stavano per essere
scoperti, disgraziati, vi siete cacciati in una trappola mortale. Era un sistema primitivo ma efficace. E
pericoloso per chi emetteva i segnali, perché così come loro vedevano i due, tre, quattro, cinque o più
bagliori, anche il caporale Faustino Pacón della guarnigione di Sort li vedeva dal Batlliu, dove era
salito con un appuntato scansafatiche perché qualche comando aveva sentito dire che si avvicinavano
notti movimentate per cui è il caso di fare delle ronde di notte, come Rembrandt. Che cazzo sarà questa
luce. Che cazzo dicono. A chi cazzo lo dicono. Lo dovrò scrivere nel rapporto.
Oriol e il tenente Marcò, davanti alla finestra della casa del maestro, al buio, gli occhi fissi sul
passo del Cantò, sotto la Torreta de l'Orri, sapendo che il carico che dormiva in soffitta era molto
sensibile, pensando vengo in questa casa solo per guardare dalla finestra per vedere se si accende il mio
faro, pensando non voglio tornare in questa casa se non con Rosa e la mia figlia senza nome, pensando
a quello che gli aveva detto Valentí Targa, che lui avrebbe potuto riunire tutti i maestri della zona per
convincerli ad aderire una buona volta alla Falange come militanti, e lui che aveva risposto sì, sì, che
magnifica idea, sì, ma pensando un'altra volta Elì, Elì, lemà sabactàni.
«Che dici?»
«Che mi sembra una magnifica idea.»
«Una magnifica idea che cosa?» fece Ventura, stupito.
«Scusami. Stavo pensando ad alta voce.»
Abbassarono il tono di voce perché in un paese silenzioso e circospetto la notte risveglia colpi
di tosse, grida nel sonno, brontolii di chi russa e invidie e i muri diventano di carta velina.
«Sei nervoso.»
«Sì. Voglio smettere.»
«Adesso non puoi.»
«La gente mi odia. Tua moglie mi odia. Perché non le dici che...»
«No» lo interruppe. «È più sicuro così. Più sicuro per tutti.» Riferendosi al buio pesto al di là
della finestra: «Non vedi che adesso non puoi mollare?»
Tacquero. Guardando verso le tenebre, aspettando. Una stella cadente scrisse un desiderio
impossibile in cielo.
«Anche mia moglie mi detesta. È insopportabile. E farà in modo che mia figlia mi disprezzi.»
Il tenente, come se avesse voluto dar retta alla stella che cadeva, al buio, senza distogliere lo
sguardo dalla Torreta, tirò fuori dalla tasca un foglio e lo passò a Oriol.
«Che cos'è?»
«Leggilo.»
Aprì il foglio e con l'aiuto della fiamma ondeggiante dell'accendino del tenente vi lesse Placeta
de la Font, tre, Barcellona.
«Cos'è questo?»
«Dove abitano tua moglie e tua figlia.»
Placeta de la Font, tre, Barcellona. Dove abitano Rosa e mia figlia che non so come ti chiami.
«Ci vado domenica.»
«No. Ti avviseremo noi. Fino a Natale, niente.»
«Fino a Natale?» Contando con le dita: «Uno, due, tre, quattro, cinque mesi ad aspettare? Sei
matto!»
«Matto sarai tu se non mi dai retta.»
«Come posso sapere se sarò vivo a Natale?»
«Non puoi saperlo. E brucia il foglio. Non vorrei che si trovasse in pericolo per colpa nostra.»
Placeta de la Font, tre, Barcellona. Una pensione? Perché fuggi così lontano da me, Rosa, se io
mi sto redimendo. Placeta de la Font, tre, Barcellona, mormorò mentre bruciava il foglio sul piattino
che faceva da posacenere. E siccome pensare a tutto quello era insopportabile, senza smettere di
guardare le tenebre, disse Targa mi fa innervosire. Ho la sensazione che abbia dei sospetti.
Il tenente Marcò borbottò qualcosa e Oriol, indignato da quel tono, sputò rabbioso:
«E voi siete così stupidi che non sapete neanche ammazzarlo.»
«Mi avevano avvertito di non dirti dove abita tua moglie.»
«Scusa.» Fece uno sforzo per dominarsi.
Il tenente Marcò aspirò e mentre faceva uscire l'aria sentenziò:
«Questo Targa ha più fortuna dei sorci.»
Ancora qualche istante di attesa. Il lontano latrato di un cane guardingo voleva rompere il velo
della notte. Allora, senza che avesse niente a che vedere, il tenente Marcò disse l'emmaifaiv si
congratula con te per l'idea dell'operazione Morrot. L'obiettivo è stato raggiunto.
«Quella era una cosa semplice. Ma io ho paura. Me la faccio sotto dalla paura.»
«Abbiamo tutti paura. Ma vogliamo gente come te. Come quello che fa funzionare il faro della
Torreta. Come quello che gli porta le informazioni. Eliot è tornato per riorganizzare la gente
dell'Interno.»
«Lavori per gli inglesi?»
«Lavoriamo per le forze democratiche di qualunque paese.» Pausa eterna: «Lavoriamo per gli
alleati, sì.»
Oriol si allontanò dalla finestra e a tastoni trovò il barattolo della frutta secca. Prese una
manciata di nocciole vecchie e tornò accanto al compagno.
«Quando conoscerò Eliot?»
«Lo conosci già.»
«Sei tu?» Gli passò un pugno di nocciole.
«No. Sei tu.»
Oriol rimase senza parole per qualche lungo istante.
«Non è vero: sono due anni che opera Eliot.»
«Sei il terzo Eliot. Il nostro collegamento è sempre Eliot.»
Io, Eliot. Quindi Eliot non è nessuno. Io, un maestro di scuola rinnegato dalla moglie e dalla
figlia, che ha un'avventura con una donna che non fa proprio per lui, perché se sta da qualche parte è
senz'altro dall'altra, risulta che, secondo la leggenda, ho una capacità organizzativa e una mobilità
inconsuete.
«Ma io non mi muovo ed Eliot opera a...»
«In realtà, siamo in vari a essere Eliot. Neanche noi sappiamo esattamente chi è. Un giorno ci
siamo inventati la campanella rossa. Un altro giorno... La questione è rompere le palle all'esercito.»
«E che devo fare io come Eliot?»
«Per il momento, non morire.»
«Ah.»
«Sì. È da sette mesi che sei Eliot. È da sette mesi che la scuola è un'isola. Un bel record.»
«Record di che?»
«Di sopravvivenza. Non ci era mai durata così tanto un'isola.»
«Ah.»
«E neanche un Eliot. Lo Stato Maggiore dice che se continui a sopravvivere ti riempiremo di
contenuto.»
Il maquis, l'emmaifaiv, l'esercito alleato mi riempiranno di contenuto, come se farcissero un
cannellone di Santo Stefano. Come se non sapessero che io sono solo un maestro che dipingeva
paesaggi ma che da quando vive circondato da un panorama sempre straordinario si dedica a fare
ritratti di gente importante, come Rosa con la sua pancia dove già c'eri tu, figlia. Come Elisenda
Vilabrù, come Targa. Un giorno ti dovrò parlare di una donna che conosco, figlia mia. Non so se saprò
farlo.
«Che cosa è successo agli altri due eliot?»
«Niente. Li hanno ammazzati.»
«Ah. È pericoloso fare da collegamento.»
«Sì.» Ventura masticò in silenzio: «Sono rancide.»
«Non ho nient'altro.»
«La settimana prossima ti veniamo a installare una ricetrasmittente nella soffitta della scuola.»
«Siete pazzi. E se me la trovano?»
«Ti darò anche una pistola. E se ti dovessero scoprire, non gli dire le frequenze.»
«Semplice.»
«Sì. Il potere di Eliot viene dal suo modo di essere.»
«Di essere un fantasma.»
«Non lo so. Quello che vogliamo, per esempio, è che quando i Waffen si incontreranno con il
generale Yuste e i suoi colonnelli, abbiano paura che Eliot possa fargli saltare la terra sotto i piedi.»
Nonostante la critica, prese delle altre nocciole: «Sì, un buon paragone: come un fantasma, sì. Siccome
mi muovo molto, a volte anch'io sono Eliot. Sei dappertutto.»
«Se ti muovi così tanto, perché non sei venuto a prendere il posto di tuo figlio?»
Senza distogliere gli occhi dalle tenebre, il tenente Marcò finì di ingoiare le nocciole. Si
permise ancora il silenzio del tempo che impiegò a rollare una sigaretta. Quando ebbe leccato la carta:
«Tu credi di avere il diritto di chiedermi questo?»
«Non lo so. Perché non c'eri?»
«Ero a Tolosa. Quando mi è arrivato l'avviso...»
Quando gli era arrivato l'avviso, Ventura era impazzito, aveva minacciato di morte il
comandante Caspe che non lo lasciava andare a consegnarsi ed era fuggito contravvenendo a
moltissimi ordini. Era arrivato a Torena di notte, appena in tempo per vedere la tomba del figlio, del
suo primogenito, appena richiusa. Era arrivato tardi, era morto di dolore e fu obbligato dai tre uomini
che lo accompagnavano a sparire quella stessa notte. A Tolosa gli avevano risparmiato la corte
marziale perché c'era bisogno di uomini come il tenente Marcò.
«Sì?»
«No, niente. Ero a Tolosa.» Indicando la finestra: «Allerta, che manca poco.»
Tacquero di nuovo. Un bel pezzo. Ogni tanto, quando Ventura tirava una boccata, i loro visi
scuri si tingevano di sangue.
«Adesso sento il fiume Pamano» fece Oriol.
«Il Pamano non si può sentire da Torena.»
«Beh, io lo sento.» Silenzio: «Tu no?»
Ventura represse un sorriso lento, che veniva da dentro. Oriol se ne accorse e lo guardò stupito.
Ventura fece un tiro:
«Sai... gli anziani di Torena, i vecchi, quando io ero piccolo, dicevano che...»
«Che?»
«Dicevano che lo sentono solo quelli che devono morire.»
«Tutti dobbiamo morire» rispose Oriol, a disagio.
«Lo chiamano il fiume dai mille nomi» disse Ventura per strappare il velo che era caduto tra
loro.
«Perché dai mille nomi?»
«Prima prende il nome della montagna che lo alimenta e si chiama Pamano. Più a valle,
qualcuno lo chiama Bernui; oltre Bernui, si chiama fiume di Altron e cambia voce e sapore. Persino le
trote hanno una carne diversa, non così morbida, non così saporita come quella delle trote che si
pescano nel Pamano.»
Ventura diede una boccata profonda. Si trovava lontano. Guardava davanti, verso la Torreta de
l'Orri, ma stava pescando sulla riva del Pamano.
«E ancora più a valle, verso il ponte del Molì, lo chiamano fiume di Sant Antoni e non canta
più.»
Silenzio. Sulla Torreta de l'Orri, buio. E loro con gli occhi irritati dal tanto perforare la notte.
Ventura batté le ciglia, sputò una briciola di tabacco e disse:
«Sai che cosa mi ha chiesto un giorno il Ventureta?»
«Cosa?»
«Scendevamo dal Bony de la Mata e, arrivati al Pamano, all'altezza di Seurì, abbiamo risalito il
fiume.»
«E che ti ha detto?»
Il tenente Marcò tacque. Un'altra boccata.
Oriol pensò che era sulla riva del Pamano con suo figlio oppure che si era addormentato.
Rispettò il silenzio. Ma durò tanto che alla fine osò dire ehi, che cosa ti ha detto il Ventureta?
«Che?»
Come se si fosse appena svegliato, spense la sigaretta nel piattino che gli faceva da posacenere
e sospirò:
«Non ha importanza. Aveva solo cinque o sei anni.» Energico: «Su, che è arrivato il momento.»
«Che cosa ti ha detto?»
Nel buio in cui si trovavano, sentì le lacrime che scendevano a impigliarsi nella barba del
tenente Marcò. Nessuno dei due aveva distolto lo sguardo dalla Torreta de l'Orri, nel caso avessero
dovuto accendere prima il faro, e a entrambi bruciavano gli occhi. La voce del tenente risuonò ancora
più cupa:
«Mi ha detto papà, papà, quanti anni avrò quando sarò grande.» Si passò la manica sul viso con
forza: «Mi ha chiesto questo, il Ventureta.»
Erano le undici in punto. Con una puntualità fredda che lo faceva sempre rabbrividire, il faro si
mise a parlare. Due lampi ferirono la notte. Due. Buio, silenzio, freddo. Due segnali. Due segnali di
luce. Buio di nuovo. Non c'erano dubbi: due segnali. Tanto tempo per un secondo di emissione unica. È
finito lo spettacolo. Tutti a dormire.
«Due» disse il tenente Marcò, prendendo le ultime nocciole. «Andiamo su.»
«Due segnali di luce» certificò il caporale Faustino Pacòn dalla strada in discesa da Pujalt a
Sort. «Che cazzo sarà?»
«Scendiamo o no, caporale?» L'appuntato tremava di freddo e aveva lasciato le sigarette in
caserma.
«Certo che lo indicherò nel rapporto. Certo» concluse il caporale.
«Non ti riposi mai, Ventura.»
«Quando finirà la guerra.»
«Senti...»
Ventura si era alzato e guardava verso l'ombra che era Oriol.
«Dimmi» disse.
«Tu sei intervenuto nella morte dei Vilabrù, padre e figlio?»
Ventura si stava coprendo con quel cappotto scuro che l'avrebbe aiutato a confondersi con il
freddo nel momento in cui avrebbe attraversato la piazza, attaccato ai muri come una lucertola, per
dirigersi alla scuola, dove tredici soldati armati fino ai denti aspettavano ordini per portare sui monti la
proposta dei Servizi Segreti Britannici in vista della Grande Operazione. Una cartella piena di
considerando, timori, cartine, dottrina, sfiducia e speranza folle.
«Perché lo vuoi sapere?»
«Per situarmi.»
«Il maestro si vuole situare.»
«Sì. Perché Targa ti odia così tanto?»
«Chiediglielo.»
«Lui dice che sei stato tu a cospargere di benzina il fratello della... della signora Elisenda.»
«Tu stai attento con quella donna. Dicono che siete molto amici.»
«Chi lo dice?»
Joan Esplandiu di casa Ventura aprì silenziosamente la porta e scomparve con la leggerezza dei
gatti, verso la scuola, lasciando una domanda senza risposta. Oriol lo seguì, anche lui in silenzio.
32
Non poteva essere contento perché l'uniforme da falangista, perché Rosa, perché non conosceva
sua figlia, perché Elisenda, perché la sua vita era appesa a un filo, perché il Ventureta, perché le donne
Ventura mi disprezzano, perché gli sguardi storti di più di una donna che doveva avere il marito sepolto
in un campo anonimo dell'Ebro o, ancora peggio, al margine della strada, vicino a Rialb o Escalò.
Perché un lunghissimo eccetera. Per questo, il mio unico conforto è scriverti, figlia mia, e raccontartelo.
La cosa più probabile è che non leggerai mai niente di tutto questo. Ma io l'avrò scritto. Potrebbe darsi
che qualcuno, oltre ai topolini che passeggiano di notte per la scuola, trovi questi quaderni, accanto ai
miei disegni. Potrebbe darsi. Se succede, supplico questo qualcuno di farli arrivare a mia figlia. Glielo
supplico di cuore.
Stavano parlando di lei. Oriol Fontelles parlava direttamente a Tina Bros, supplico questo
qualcuno di farli arrivare a mia figlia. Glielo supplico di cuore. Perché mi chiede di fare arrivare i
quaderni a sua figlia se Oriol Fontelles, secondo la signora Vilabrù, non ha avuto nessuna figlia?
Non poteva essere contento per tutte queste cose. E per giunta, lei lì a guardarlo dal balcone; era
sicuro che non gli toglieva gli occhi di dosso, si sentiva la nuca irritata dall'intensità di quello sguardo.
Dio mio. Ciò nonostante, dopo essersi asciugato il sudore della fronte perché il sole, quando si faceva
vedere in mezzo ai nuvoloni neri, gli veniva in faccia, Oriol Fontelles sorrise affabilmente al signor
Valentí Targa quando questi salì i gradini della pedana, nella Plaça Major di Sort, che adesso si
chiamava Plaza Mayor, accanto alle altre autorità. Dodici persone sulla pedana che qualche anno prima
era usata per l'orchestrina della sardana o per l'orchestra da ballo dei giorni di festa, quando esisteva
ancora la musica. Tutti e dodici, come se fossero i musicisti, con l'uniforme estiva, la giacca bianca del
proprio combo, con il giogo e le frecce falangiste ricamate sul taschino, i baffi sottili e ben delineati, i
capelli con la scriminatura e impomatati per non correre il rischio di spettinarsi, controllando con occhi
esperti le nuvole irregolari che ogni tanto coprivano il sole, e va benissimo purché non piova,
celebrarono la gioia della gloriosa sollevazione che aveva fatto sprofondare il paese nella tristezza e
nella miseria e l'inaugurazione del monumento alle vittime locali delle orde rosse, profetizzando che a
breve sarebbero arrivate le vacche grasse, se tutti ci avessero messo quello che ci dovevano mettere e se
questo cazzo di borsa nera finiva una volta per tutte, cosa impossibile perché gli stessi individui in
uniforme sulla pedana, almeno tre di loro di sicuro (Rubió, Emparança e Dauder), c'erano dentro fino ai
baffi e assentivano compunti quando il Governatore Civile e Capo Provinciale del Movimento, un
salmanticense con voce in falsetto e oratoria solenne, imprecava contro la borsa nera dopo aver battuto
cassa con Rubió, Emparança e Dauder per poter guardare da un'altra parte. E Oriol, con le mani davanti
come a proteggersi l'inguine, nelle prime file, assumendo un atteggiamento che sembrasse orgoglioso
perché il sindaco del suo paese faceva parte dei dodici apostoli bianchi che stavano dicendo ai
convocati (cinquantanove per cento della popolazione, portata a forza nella Plaça Major) che dobbiamo
essere tutti pronti a dare la vita per la Patria, come hanno fatto tante migliaia di patrioti caduti per mano
dell'odio rosso; perciò oggi li ricordiamo con questo umile ma magnifico, rustico e vigoroso
monumento (bravo, così si parla, sì, dissero Minguet di casa Roda di Rialb, Càndido di casa Mora di
Bernui, la Bàscones, la tabaccaia di Torena, i Cases di casa Majals, marito, moglie e figlia grande,
anche loro di Torena, Andreu di casa Pona di Llavorsì, Feliu di casa Birulés di Torena e altre dodici o
quindici paia di mani; applaudivano con fervore pur non avendo molto chiaro che cosa volesse dire che
un monumento fosse rustico e vigoroso, se avevano capito bene il pretenzioso spagnolo del governatore
civile). Pneumopleuroparietopessi, pensò Cecilia Bàscones.
Figli di buona donna: ti danno quindici giorni di tempo e ti dicono di fare quello che c'è su un
disegno dove non si capisce niente, tu fai quello che puoi, il monumento è pronto per il giorno stabilito,
te lo pagheranno tra un anno e adesso ti dicono che è rustico e vigoroso. Figli di una buonissima donna.
Oriol Fontelles, con la sua uniforme estiva completa, disse di sì, sì, con un leggero movimento
del capo, e guardò verso il signor Valentí, che in quel momento lo stava osservando. Mi sorveglia? Mi
sta studiando? Poi il predicatore avvertì che le forze dell'ordine stavano controllando a poco a poco
tutte le montagne e che finalmente un distaccamento della benemerita si insediava permanentemente a
Sort per proteggere le vite dei sudditi leali contro l'orrore delle minoranze incontrollate di banditi sulle
montagne, che di fatto non esistono, e anche per infondere paura al cuore di quelli sleali, per quanto
potessero tenere occulta la loro slealtà. Perché Dio vede tutto e Dio è con noi. E il resto dell'orchestra
assentiva con un leggero fruscio di maracas e un sorriso da un orecchio all'altro, mentre la tromba
solista si palpava le labbra indolenzite dalla potenza del suo assolo, soffiava nello strumento muto per
eliminare la saliva e si bagnava le labbra pronto a riprendere il concerto.
«Non ti girare. Il tenente Marcò ti aspetta stanotte. A mezzanotte. È importante.» Oriol mosse
istintivamente la testa. L'altro, con voce irritata ma bassa: «Ho detto di non girarti! È importante.»
Intanto il Capo Provinciale del Movimento, sempre in tono di sol maggiore, continuava ad
annaspare nel terreno teologico e la Ventura diceva mio Dio, perché non ho la forza di portare nascosto
tra i vestiti il coltello da cucina e di affondarlo nell'anima di tutti questi uomini, Dio mio
misericordioso, perché non ho la forza di farlo, e stava in piedi, nell'angolo riservato a quelli di Torena,
con lo sguardo fisso davanti a sé, verso l'interno del proprio dolore.
Oriol stava per dire che non sapeva se a mezzanotte ci sarebbe stato perché... ma il respiro che
gli aveva scaldato la nuca era svanito. Allora si girò. Dietro a Oriol c'erano due signore che non
avevano né la faccia né la voce da maquis. Ne approfittò per lanciare un'occhiata verso il balcone e i
loro sguardi giocarono a scherma, mentre il Capo Provinciale del Movimento, la vena del collo gonfia
dal tanto soffiare, stava chiudendo il discorso con la sua vocetta sopranile. Un giorno, dopo un pranzo
per la celebrazione di qualche vittoria, durante il discorso al momento del caffè e del sigaro con la
punta bagnata nella coppa di cognac, aveva detto quello che adesso ripeteva: che Dio è con noi. E
nell'euforia della digestione aveva aggiunto e se è necessario gli daremo una bustarella perché non ci
lasci, perché tutti hanno un prezzo, camerati. Oggi, davanti al cinquantanove per cento, non aveva fatto
allusione alla corruzione divina; per chiudere la cerimonia, si era limitato a fare un riferimento al caos
dell'Europa, al marasma della guerra da cui eravamo in salvo grazie al Caudillo e a sottolineare che Dio
vede tutto ed è con noi. Il discorso non finì con un amen ma con le consuete esclamazioni gridate in
coro con ardore dai dodici apostoli (sax tenore che augura lunga vita al dittatore, clarinetto che ripete la
frase, batteria che riassume gli auguri di giubilo e di progresso per la Patria), ribadite con fervore dal
gruppo di Minguet di Rialb e ratificate da un timido mormorio del cinquantanove per cento. E tutti
quelli che non erano sullo stesso registro di Minguet e dei Birulés pensavano Elì, Elì, lemà sabactàni
sebbene nessuno, nelle tristi valli dei Pirenei, sapesse l'aramaico.
Con un movimento gracile che ricordava quello di un torero nell'arena, il Governatore Civile e
Capo Provinciale dalla voce da oboe soprano tolse il lenzuolo giallo e rosso che copriva il monumento
con la lapide che adesso Pere Serrallac esaminava con occhi professionali, senza sentire le fanfaronate
che i componenti del combo lì presenti cominciavano a proclamare, a urlare ai quattro venti con strilli
in tono militare, leggendo uno per uno i nomi dei martiri incisi sulla pietra da Serrallac delle pietre.
Non lo so... per il mio gusto, la parte con la lapide è venuta un po' troppo alta e le lettere della terza riga
troppo strette; tanto, per quello che deve durare. È risuonato allora il nome dell'excelentìsimo señor don
Anselmo Vilabrù Bragulat e quello di don José Vilabrù Ramis, gli ultimi della lista in ordine alfabetico,
caduti per Dio e per la Patria. Aveva letto questi nomi il signor Valentí con la voce rotta, e tutta la
comunità dei fedeli rispose presente. Quando ebbe finito, il signor Valentí guardò verso il balcone e il
suo sguardo incontrò quello di Elisenda che, in piedi, le mani contratte sul parapetto, riceveva
l'omaggio privato del suo Goel.
La cerimonia era finita con il caralsol falangista e la gente si guardava inquieta, perché prima
del concerto era corsa voce che il maquis avesse intenzione di bombardare il paese per impedire quella
celebrazione e per intimidire l'orchestra al completo e tutti, chi più chi meno, avevano paura di finirci
in mezzo. La maggior parte del cinquantanove per cento tirò un sospiro di sollievo, mentre alcuni
masticavano bestemmie ed altri nascondevano il tremore delle gambe cominciando a sparpagliarsi,
senza perdere di vista il camion che li doveva riportare a casa.
Da Torena avevano fatto venire giù venti persone sul camion che Pere Serrallac usava per
trasportare i blocchi di marmo e le lastre di pietra dei tetti. Avevano fatto il viaggio in silenzio, senza
guardarsi, contemplando il paesaggio, come se ciò fosse più facile che guardare gli occhi di qualcuno
che sta in silenzio per il tuo stesso motivo. Il signor Valentí aveva voluto riservare un posto sul camion
alla Ventura, perché sicuramente i discorsi di Sort le avrebbero chiarito le idee. E tutti erano rimasti in
silenzio per la Ventura, perché tutti sanno che non esiste un dolore più lacerante di quello di vedere
morire un figlio. Oriol aveva fatto tutto il viaggio con lo sguardo lontano, lo sguardo triste, senza
guardare la Ventura, senza chiederle perché Célia e Rosa non tornano a lezione, per evitare di sentirsi
dire l'odio più diretto da cuore a cuore.
Dietro al monumento ai caduti appena inaugurato, Serrallac delle pietre riponeva nel cesto lo
scalpello che aveva dovuto usare per gli ultimi ritocchi, ché c'è sempre qualche spigolo di pietra mal
misurato che rompe l'anima. Se avesse avuto l'udito fino avrebbe sentito il signor Valentí dire a Oriol
che lo invitava a una piccola riunione, dove potrai conoscere Claudio Asm, ne uscirai certamente con il
cuore rinfrancato, e Oriol disse sì, sì, mi fa molto piacere, sì. Prese Valentí per il gomito e lo fece
avvicinare al monumento mentre gli raccontava che aveva una mezza idea di dipingere un grande
murale epico sulle gesta dei conquistatori e il signor Valentí lo ascoltava con interesse perché lui era,
indubbiamente, uno dei conquistatori, mentre Pere Serrallac raccoglieva gli attrezzi da muratore in
compagnia di un bambino che caricava il cesto con grande impegno e chiedeva a suo padre se gli
avrebbe fatto incidere anche la lapide nuova e suo padre, togliendosi la sigaretta di bocca e sputando
una briciola di tabacco, gli disse vedremo, Jaumet, ma adesso andiamo via di qui, e in fretta.
«Fammelo guardare ancora, dai...»
«Jaume...»
«Solo un momento!»
L'uomo mollò uno scappellotto a suo figlio e lo fece allontanare dal monumento con
espressione severa mentre gli diceva su, muoviti, e il bambino pensò come è ingiusta la vita, volevo
solo guardare ancora un po' le lettere che ho inciso io, papà è un idiota.
Al di sopra delle spalle del signor Valentí, Oriol vide come due uomini, con abiti simili a quelli
di Pere Serrallac, con un cesto identico, si collocavano dietro al monumento e si chinavano per riparare,
sembrava, qualche punto all'ultimo momento.
«Dove lo metteremmo?»
«Che cosa?»
«Il murale.»
«Ah.» Improvvisando: «Nella sala del consiglio del comune di Sort.»
«O in quello di Torena.»
«O in quello di Torena, sì.»
Hanno finito, si disse Oriol, quando i due uomini si alzarono. Allora il signor Valentí, sebbene
interessato al tema del murale, lo abbandonò perché da lontano il governatore civile gli aveva fatto un
cenno per dire che lui se ne andava e Oriol si trovò solo davanti al monumento, augurandosi che la
gente si allontanasse, via di qui, andate a prendere l'aperitivo da un'altra parte. Cominciò a piovere e la
gente cominciò a sparpagliarsi e ad allontanarsi dal centro della piazza e Oriol si trovò solo, ridicolo,
lui, la pietra, i ricordi e la bomba, a guardare il monumento. Fece qualche passo indietro, con una gran
voglia di mettersi a correre, ma andò a sbattere contro il cavalletto di un fotografo incaricato di
immortalare il pomeriggio e che, infilato sotto al telo nero, metteva a fuoco il monumento inaugurato.
Quando la piazza era ormai quasi deserta, uno scoppio profondo, soffice, grave, forte, fece tremare
molte vite e spaccò il monumento ai caduti in cinque pezzi; appena inaugurato, lo fece esordire come
rudere. Uno dei frammenti di roccia vigorosa e rustica partì sparato in cerca del cuore del fotografo che
aveva anche avuto il tempo di fare la sua ultima istantanea. Fuggi fuggi, grida di panico, urla di rabbia,
lampi d'ira, porca puttana al fottuto maquis che non esiste e Oriol si mise a gridare in direzione della
strada e del fiume dicendo qui, qui, qui e gli uomini armati lo seguirono in cerca dei responsabili di un
attentato così criminale nonostante avessimo Dio Nostro Signore al nostro fianco. Figlia mia senza
nome, in che mondo ti abbiamo portata, perché è vero che lì si sarebbe potuto far male chiunque. Il
povero Peret di casa Moliner, morto di una foto, rimase ancora un bel pezzo steso sul selciato della
piazza in attesa dei giudici, dei medici legali e dei colleghi fotografi della polizia. Il cinquantanove per
cento fu riportato subito a casa con i camion, con la consegna che qui non è successo niente, i quattro
scontenti di sempre, si sa, rimanete calmi, e la Ventura nascondeva un sorriso perché era sicura che lei
e il suo Joan erano stati nello stesso momento a Sort.
Due ore dopo, quando il sole, prudente, aveva deciso di nascondersi dietro al Tossal Roi e al
Tuc de la Cometa, la calma era tornata nella Plaça Major, che adesso era invasa da una compagnia di
soldati disorientati, guidati da un capitano paonazzo che stava avendo uno scambio di idee a forza di
urli con il signor Valentí e gli altri componenti del combo, un po' orfani perché il governatore civile
aveva deciso di eclissarsi, strettamente per motivi di sicurezza, e voglio risultati concreti dall'indagine,
li voglio domattina nel mio ufficio. Il sindaco di Sort mandava accidenti al mondo intero, doveva
succedermi proprio qui con il governatore, e sognava di fare a pezzettini tutti i maquis dell'universo e
rimaneva solo con la sua pena, davanti all'umile ma magnifico, rustico e vigoroso monumento ridotto
in briciole, mentre gli uomini di Valentí, dopo aver fatto un interrogatorio sommario a un
indignatissimo Serrallac, perché i banditi gli avevano distrutto l'opera della sua vita, adesso lo stavano
utilizzando per sentenziare che cazzo, dove, chi, quando, aveva riempito quella pietra dei miei coglioni
come una scarica di botti della festa di San Giovanni. L'hanno potuto fare solo quando mi sono
allontanato.
«E chi ci dice che non ce l'avevi messa tu prima.»
«Se insinui un'altra volta che io...»
«Vieni» disse il signor Valentí a Oriol. «Non si sa mai, potrebbe servirti per il murale.»
«Quale murale?»
«Quello che dipingerai per il comune.»
Figlia mia, io... Ho detto che ti avrei parlato di tutto e ho intenzione di farlo. Se mi fossi
rifiutato di accompagnarlo, forse adesso sarei morto. Ma da quel momento, praticamente, non vivo.
Sembra che qualche ora prima una pattuglia mista avesse sorpreso un uomo che si dedicava a fare
segnali di luce di notte dalle parti del passo del Cantò, più o meno all'altezza di Embonui, o più in alto,
verso la Torreta de l'Orri. Lo cercavano da giorni; da qualche settimana ne conoscevano l'esistenza, ma
non la portata, e gli sfuggiva sempre senza lasciare tracce. Finché l'avviso di un vicino infastidito e un
guasto alla moto che lo portava su e giù avevano permesso di arrestarlo. Era un pacifico contadino di
Ribera de Montardit, collaborazionista, rosso, traditore, repubblicano, pederasta, catalanista, comunista,
separatista, giudeomassone che ogniqualvolta fosse necessario, saliva su per la strada fino al posto in
cui, alle undici in punto, faceva due segnali di luce, o tre o, Dio ce ne scampi, i cinque segnali disperati,
pensando che il freddo e la paura che provava dovevano senz'altro servire a qualche altro vigliacco
come lui. Erano cinque mesi che faceva il faro e adesso la sua navigazione era finita per una delazione
opportuna.
Ci andarono in comitiva, infiammati dal boato dovuto allo scoppio della bomba: fino a
Montardit, a casa del delinquente, che tenevano ancora ammanettato all'entrata del pagliaio, e risero
quando uno dei segretari di Valentí Targa, quello con i capelli ricci, lo prese a calci sullo stomaco fino
a fargli vomitare sangue perché si rifiutava di dire chi era il responsabile del servizio postale e delle
comunicazioni della resistenza nella zona. Rifinirono il lavoro chiedendogli dove cazzo si nasconde
Eliot e chi è. Eh? Hai capito? Dove e chi. Ma l'uomo, quasi in preda a convulsioni per le botte ricevute,
cominciò a dire cose incomprensibili perché si stava strozzando con il proprio sangue e io, figlia mia,
zitto, sorridente, guardavo ora uno ora l'altro, senza il coraggio di fermare quella carneficina, senza la
forza di intervenire. Credo persino che quel contadino mi abbia guardato una volta negli occhi dandomi
l'impressione che sapesse tutto di me ma stava zitto.
«Sapevate che con una pedata si può lasciare una persona fuori combattimento?» fece uno alto e
magro che veniva da non so dove e che poi ho saputo che era l'insigne Claudio Asìn, l'ideologo favorito
di Targa, la sua fonte, la sua ispirazione, la sua comprensione del mondo, della vita, della Patria,
Claudio Asìn, presente.
«Sì? Accidenti, che scoperta.»
«Sì» continuò il teorico, «ma si può sperimentare il grado di sopportazione del dolore e la
perdita della capacità di resistenza. Tutto molto scientifico.»
«Questo potrebbe essere interessante per l'esercito.»
«E per la polizia.» Asìn li guardò intensamente e ripeté: «la polizia, camerati.»
«È vero» riconobbe qualcuno non molto perspicace, forse Targa. «Non ci avevo pensato.»
L'insigne Claudio Asìn prese in disparte due camerati e si situò davanti ai resti doloranti del
contadino. Con voce grave da conferenziere annunciò che i repubblicani (e mollò un calcio eziologico
nei reni di colui che gli serviva da esempio) non sono pentiti di quello che hanno fatto: sono solo
sconfitti.
«È un'illusione» sono saltato su io, figlia «pensare che i repubblicani possano pentirsi dei loro
crimini.»
«Sissignore» ha detto ammirato Claudio Asìn, il punto di riferimento, il nord. Mi ha messo una
mano sulla spalla: «come ti chiami, camerata?»
«Fontelles.»
«È il maestro di Torena di cui ti ho parlato» orgoglioso, Targa.
«Ah, il famoso maestro.» Guardando il contadino inginocchiato davanti a lui: «Per questo
abbiamo il sacro dovere di tenerli in questo stato di sconfitta permanente e totale. Il terrore assoluto,
deciso, implacabile, propiziato da colui che è in possesso della Verità, è l'unico rimedio contro chi ha
gli occhi ottenebrati.»
Nel caso non fosse stato abbastanza chiaro, ripetè il calcio. Come se fosse costretto a dire la sua,
Targa, consapevole di non poter eccellere in riflessioni teoriche, assestò una pedata sulle costole del
contadino, con tanta forza da farlo cadere steso a terra. Guardò orgoglioso Claudio Asìn, il suo nord, la
sua guida.
«Non lo ammazzate, deve parlare» disse uno del circolo con un po' più di senso pratico. Allora
il contadino è caduto ai miei piedi, figlia, e ne ho sentito il tanfo fortissimo della paura.
«Non voglio morire» ha detto. Ma gli altri stavano dicendo che l'esperimento con il dolore si
doveva fare in modo scientifico, lo so da fonte attendibile: mio cognato si è trovato ad avere dei
contatti con le Waffen SS del Rodano e ne ha sentito parlare. Tuo cognato? Sì, quello di Saragozza, il
tenente.
«Tu hai visto un'uniforme delle esse esse?»
«È il massimo. Te lo giuro. Il massimo.»
«Sì.»
«Però dicono che bisogna farlo con un medico che te lo spieghi; perché si impara davvero
tanto.»
E io, con l'uomo martire ai miei piedi e zitto, figlia. Zitto. Ma soprattutto con il timore che
l'uomo potesse confessare cose che nessuno, neanche lui, doveva sapere, e che gli dicesse chi era Eliot,
o che il maestro di Torena è un infiltrato che passa informazioni al maquis e nasconde gente a scuola,
ha anche una radio, o solo che dicesse mi hanno detto di fare segnali in direzione di Torena, sotto il
Montsent.
«Dai, possiamo provare con lui.»
«Abbiamo bisogno di un medico.»
«Vai a farti fottere.» Agli altri: «Lo volete fare?»
Mentre discutevano su chi dovesse cominciare a provare scientificamente la soglia del dolore
con un contadino di Montardit, Oriol si chinò sul ferito che cercava di dire qualcosa e avvicinò
l'orecchio a quel corpo malgrado la puzza che ne emanava. L'uomo diceva con voce da panico non mi
ammazzate, io dovevo solo comunicare con delle persone di Torena, con il maestro, dicono...
«Che dice?» Valentí, diffidente.
Oriol si alzò.
«Di ammazzarlo, di non farlo soffrire.»
La pedata scientifica di Claudio Asìn gli arrivò sulla milza e lo fece rimanere a bocca aperta,
come sorpreso, ma senza poter respirare.
«Attenti, che questo ci rimane.»
«Sì» delusione nella voce di uno dei medici: «Stai a vedere che il disgraziato non ci lascia
sperimentare.»
A scanso di equivoci, un altro dottore gli schiacciò il naso con il tacco dello stivale
dell'uniforme. Il contadino stava diventando grigio come il cielo, che si scuriva sempre più sconcertato.
«Se ci fate caso» intervenne un traumatologo laureato all'Università di Tordesillas, «le costole,
che devono proteggere parti importanti del corpo, si rompono subito.» Per illustrarlo, sferrò un calcio al
costato del contadino, che quasi non protestò perché era senza aria, ed io, figlia mia, zitto, senza dire
niente, a guardare, con una gran voglia di piantargli in corpo il pugnale regolamentare perché non
soffrisse più, come si fa in queste valli con i cani e con i muli. «Invece» continuava il traumatologo
mentre colpiva contro la tibia della gamba destra, «il femore, o come si chiama, regge a tutto.»
«Sì, è interessante. E tu, camerata Fontelles, non sperimenti?»
Ho dato un timido calcio contro la gamba di quel pover'uomo. Credo di avergli toccato il
ginocchio perché ha proferito un gemito sordo di dolore. La mia anima, anche. Mi aspettavo di sentire
un canto accusatore ma il tempo era così nero che persino i galli ammutolivano per la paura.
Dentro casa si muoveva impotente una luce tremula e il signor Valentí si guardò intorno, come
se si sentisse a disagio trovandosi di nuovo a fare cose che poi avrebbero potuto portargli scocciature e
sgridate dei vari Faustino Ramallo Pezón, parassiti che dalla scrivania del loro ufficio erano incapaci di
capire che la vita si vive da vivi, ma erano colonnelli e guardavano con una certa diffidenza teorica gli
eroici camerati falangisti. Ancor più se giocavano a fare i medici. Se tutti i militari fossero sagardìa, noi
falangisti saremmo messi molto meglio.
«Prendetelo e portatelo a Sort» disse a mo' di conclusione.
«Non ce n'è bisogno» rispose il più scientifico dei presenti, un patologo di Sallent che
esercitava come segretario al comune di Gerri: «Non respira più.»
Oriol si chinò per sentirgli il polso. Non lo trovò. Non gli trovò il cuore, non gli trovò la vita.
«È morto» confermò. E la cosa più orribile, figlia mia, è il fatto che sapere che era morto mi ha
sollevato l'animo perché non mi avrebbe più potuto denunciare.
«Cazzo, potevate andarci un po' più piano, no?»
Silenzio. Il morto mi guardava con due occhi vitrei color castagna. La luce dentro casa era
sempre più tremula, come se qualcuno che aveva una candela in mano si fosse messo a piangere. Allora
Oriol guardò Valentí e, con voce serena, disse:
«Dobbiamo portarlo lo stesso a Sort.»
«Perché?»
«È lui che ha messo la bomba.»
«Impossibile» saltò su il patologo. L'avevano preso quella mattina.
Io l'avevo detto, figlia mia, perché siamo in guerra. Però mi sono sentito malissimo. Così male
che adesso credo veramente di essere pronto a uccidere.
«È lui che ha messo la bomba!» Adesso aveva capito il signor Valentí, un po' ammirato: «Il
camerata Fontelles ha ragione.»
«È morto mentre fuggiva» fece un ginecologo senza studi ma con una gran voglia di essere
d'aiuto. «È caduto in un fosso e...»
Valentí Targa si chinò per esaminare il morto. Gli altri medici gli si avvicinarono e per un
momento mi è sembrato che Rembrandt avesse appena dipinto la lezione di anatomia del dottor Targa.
«Sì» concluse il dottor Targa. «È saltato giù in un fosso.»
Da allora il signor Valentí mi guarda e fa così con la testa e mi proibisce di dargli del lei. Ha
così tanta ammirazione per me, che nell'ultima seduta per il ritratto, mentre gli facevo quegli occhi così
difficili, mi ha confessato, con l'aiuto di tre o quattro bicchierini di anice, che la signora Elisenda
Vilabrù e lui, pappa e ciccia. Che ne era innamorato. Che erano innamorati. Che sarebbe stato capace di
qualsiasi cosa per, non so perché, figlia mia, ti racconto queste miserie. Riesco a malapena a guardarmi
allo specchio.
Odore di tabacco. Oriol accese la lampadina mesta della stanza da pranzo della casa del
maestro. Seduto sul pagliericcio, il tenente Marcò, l'ex contadino ed ex contrabbandiere Ventura, con
una faccia inespressiva. In piedi in un angolo, un uomo dal viso più scuro e uno Sten sotto il braccio;
era quell'asturiano che chiamavano Valdés e che non aveva paura neanche della paura. Oriol appoggiò
la testa all'infisso della porta, nauseato e con la sensazione di dover vomitare.
«Non ne posso più.»
«Siamo rimasti senza faro» disse Valdés dal fondo.
«Io non ne posso più» insistette Oriol. «Targa mi scoprirà da un momento all'altro.»
Ho anche detto che non volevo che tu, figlia mia, potessi pensare per tutta la vita che tuo padre
fosse un fascista. E che tua madre...
«Che ti ha detto Targa che dobbiamo sapere?»
«Perché il faro sapeva che ero io il ricevente?» rispose Oriol, ignorando la domanda.
«Perché dici che lo sapeva?»
«Faccio segnali al maestro di Torena, ha detto quel pover'uomo.»
Marcò si alzò silenziosamente, come un felino. Oriol, per tranquillizzarlo:
«L'ho sentito solo io.»
Come un automa, andò ad aprire la credenza e prese il porrò con il vino. Lo lasciò sul tavolo e i
due uomini si servirono. Mentre Valdés beveva a garganella con un sospiro di soddisfazione, Oriol
raccontò dice Targa che il governatore civile gli ha detto tranquilli, abbiamo infiltrato delle spie nello
stato maggiore del maquis a Tolosa che ci stanno informando di tutto.
«Falso» disse Valdés, asciugandosi la bocca con il dorso della mano. Lasciò la caraffa sul
tavolo e continuò: «È impossibile.»
«Niente è impossibile» disse il tenente con voce asciutta.
«E che comincerete a compiere attacchi più forti nella Navarra e dalle parti di Benasc.»
Il tenente Marcò e Valdés si guardarono.
«Non ti ha fatto il nome di nessun infiltrato?»
Oriol prese il porrò e disse magari. Tacquero.
Allora il tenente Marcò, come se fosse stato ad aspettare il momento opportuno, si mise a
parlare come faceva quando dava istruzioni, con voce profonda, senza pause, ma con calma, per
cercare di far entrare nella testa dell'altro tutte le informazioni nel modo più corretto possibile: si sta
preparando la Grande Operazione. E noi dobbiamo far passare un sacco di gente verso sud e un sacco
di gente verso la Francia.
«In quanto tempo?»
«Una settimana.»
«Siete matti.»
«Siamo matti: anche tu. Cominciamo venerdì.»
«E devono tutti passare da me?»
«No, ma quasi. Faremo delle manovre nella valle per distrarre l'attenzione. Nel frattempo, la
montagna sarà un formicaio, pieno di persone che vanno e vengono con il carico.»
«Che cos'è la Grande Operazione?»
«Non sono autorizzato a parlartene. Hai gli indirizzi?»
Sì, gli aveva portato gli indirizzi di Saragozza e di Barcellona degli aiutanti in uniforme di
Valentí.
È stata una settimana di grande viavai, senza dormire, figlia, a fare da guida per le vecchie vie
dei contrabbandieri che il tenente Marcò mi aveva fatto conoscere. Guidavamo gruppi silenziosi di
uomini disposti a morire; di questi, ogni giorno, almeno dieci diversi dormivano nella soffitta della
scuola e io mi meravigliavo che tutto quell'andirivieni non venisse notato da Targa o dai suoi. Per
qualche giorno Valentí si è trovato, santamente indignato, senza collaboratori perché improvvisamente
a uno gli si brucia la casa, all'altro non so che cavolo è successo al padre e quello con i capelli ricci
deve sistemare una faccenda di vita o di morte di alcune terre che aveva ricevuto in proprietà. Sembra
che siamo baciati dalla fortuna in questi giorni. Perché Targa approfittava di qualsiasi scusa per
scendere a Sort. Torena, se stava solo, senza scorta, non era buona per la sua salute.
I tentacoli di Eliot riuscirono a distrarre l'attenzione dell'esercito facendo saltare un ponte alla
Seu e uno a Gerri e tagliando la strada a Esterri facendo esplodere tonnellate di roccia del colle delle
Bruixes, vicino al punto in cui si baciano il fiume Baiasca e la Noguera; lasciarono la strada in uno
stato pietoso, tanto che quando il venticinque aprile millenovecentosettantuno, ventisette anni dopo che
i soldati, agli ordini di ufficiali che sbraitavano nervosi e indignati, ebbero tolto tutti i pezzi, c'erano
ancora delle buche solide, perenni, che mettevano a prova il sistema di sospensioni di un'automobile di
lusso, silenziosa e nera, che frenava e girava a sinistra, addentrandosi per la strada di Arestui. Le
mucche della valle di Baiasca avvertirono subito tutti della presenza di un intruso e ad Arestui e a
Baiasca più d'uno chiuse le finestre.
«Mi avevi detto che la macchina poteva arrivare fino alla chiesa.»
«Mi dispiace, signora. Devo essermi confuso di paese. Li vedo tutti uguali.»
La signora Elisenda scese seccata, lasciò la portiera aperta e cominciò a camminare verso il
centro del paese di Baiasca. Non si è neanche degnata di guardarmi, come se l'avessi offesa, io che vivo
per lei, con lei e in lei, che hai contro di me, amore mio? disse Jacinto mentre usciva, chiudeva la
portiera della signora e si disponeva ad aspettarti come ho fatto per tutta la mia vita, Elisenda.
Due cani la seguirono incuriositi e i pochi abitanti del paese preferirono osservare la visitatrice
dall'interno delle loro case, emettendo subito la loro diagnosi: di Barcellona e viene a prendersi i
dipinti. Sembra che li stacchino dalla parete non so come. Avvisate il prete. Viene sicuramente a
prenderli. Perché l'ultima volta che avevano ricevuto una visita, quella del vescovo della Seu, gli aveva
portato via con un sorriso sincero, alcune belle parole e una benedizione molto sentita, la madonna di
Sant Serni con Gesù bambino, la palla del mondo e la famiglia di tarli che vi pascolava da secoli.
La sequestratrice di dipinti entrò in chiesa nel momento in cui padre Dot si era collocato, pronto
al martirio, davanti al retablo barocco che nascondeva i dipinti dell'abside. Accecata dalla luce di fuori,
la signora Elisenda ci mise qualche secondo a riconoscere la figura nera del sacerdote ai piedi
dell'altare, con l'espressione di uno che è deciso a resistere fino alla fine, qualunque essa fosse.
«Buongiorno, padre.»
Non è di Barcellona. È quella tizia di Torena. Quella di casa Gravat. La Vilabrù. La stessa
bocca di padre August, quello dei numeri.
«Buongiorno, signora.»
Elisenda Vilabrù, senza dire niente, andò nell'angolo in cui si annoiava un piccolo confessionale
che sembrava quasi un giocattolo, di legno rinsecchito dalle tante miserie ascoltate in due secoli, e si
fece il segno della croce. Padre Dot deglutì e poiché la nuova arrivata non si muoveva
dall'inginocchiatoio, raggiunse il suo sedile nel confessionale, prese la stola, la baciò, se la mise, si
sedette e si inebriò in un bagno di profumo di un fiore odoroso, piacevole, peccaminoso. La signora
Elisenda Vilabrù di casa Gravat, la tizia di Torena, si confessò per una relazione tempestosa che aveva
deciso di chiudere per sempre, voglio voltare pagina e non lo farò più.
«Ne è pentita, signora?»
No. La mia lotta è solo per avere il controllo sulla mia vita.
«Sì, padre.»
«Il pentimento è la porta per la salvezza.»
Non mi posso permettere di stare in mano a un giovincello come quel figlio di puttana di
Quique Esteve.
«Mi ha capito, signora?»
Ho bisogno del controllo completo.
«Sì, padre. Per questo voglio dire a voce alta e davanti a un testimone come lei che mai più, mai
più.»
«Complimenti, signora» forse con un tono un po' troppo adulatore.
«Grazie» secca.
«Questa si chiama forza di volontà.»
Poiché la tizia di casa Gravat di Torena rimaneva in silenzio, padre Dot disse ego te absolvo a
peccatis tuis nel nome di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo ed Elisenda Vilabrù si segnò a
dimostrazione esterna del patto che aveva appena fatto con se stessa.
«Il Signore sia con lei, signora.»
«E la penitenza?»
L'aveva colto di sorpresa. Mio Dio, che cavolo di penitenza posso imporre io alla tizia di casa
Gravat. Venti avemaria, signora. La tizia si alzò per andarsene e lui si ritrovò nelle mani perplesse un
biglietto piegato. Lo aprì istintivamente e disse accidenti, madonna santa, e lo fece sparire tra le pieghe
della sottana.
Alla stessa ora in cui la signora Vilabrù, all'uscita della chiesa di Sant Serni di Baiasca, sbatteva
le palpebre accecata dalla luce guardando in basso, dove l'aspettava l'auto, ma ventisette anni prima, i
tentacoli di Eliot facevano saltare una torre di alta tensione dalle parti di Rialb. Con il lavoro che si
erano improvvisamente ritrovati era impossibile che i militari pensassero a guardare in su, verso le
montagne, dove il traffico era di notevole densità.
Sai che c'è, figlia? Che fare l'eroe è molto stancante. Ho la stessa paura di sempre. L'unica
differenza è che sono così stanco che prendo alcuni pericoli con una certa indolenza. È ormai da
qualche giorno che stiamo facendo passare persone per il territorio di Torena. E magari fossero solo
persone! L'altro ieri, una squadra ha attraversato la zona con un cannone smontato che nessuno aveva
ritirato da una posizione difensiva repubblicana di quattro anni fa. È incredibile. Stanotte abbiamo fatto
passare dieci muli carichi di munizioni che, mi hanno detto, sono state rubate all'esercito. Non so di
cosa si tratti, ma ne stanno preparando una grossa. Tutti gli uomini a cui devo dare riparo a scuola
hanno lo sguardo cupo ma pieno di determinazione, come se stesse per succedere qualcosa di molto
importante. Ma tutti tacciono ostinatamente. Per fortuna che i bambini dallo sguardo triste non vengono
a lezione perché siamo nelle vacanze estive, per cui ho le mani più libere e mi posso permettere che
sulla mia testa dieci o dodici imboscati dormano e recuperino le forze in attesa di impiegarle in una
notte di azioni. Ho una voglia di poterti raccontare tutto questo faccia a faccia... E che tu e tua madre
mi vogliate ascoltare. Per oggi smetto, che sono distrutto, è da tre giorni che dormo solo un paio d'ore.
È da cinque mesi che faccio una doppia vita, notturna e diurna. È da otto mesi che hanno assassinato il
Ventureta, che Rosa è fuggita dalla mia vigliaccheria e che tutti quanti insieme hanno cambiato il mio
destino.
33
Non faceva freddo, nonostante fossero le sei del mattino. Presto sarebbe uscito il sole. Le strade
dormivano impigrite dalle tenebre. La Placeta de la Font, nel quartiere di Poblesec, pur essendo in
piena Barcellona, era un luogo deserto, quasi come Torena. Quattro strade strette convergevano lì,
trasformando il centro dell'incrocio in quella piazza con tracce di piccioni e un paio di platani anemici.
Il silenzio era interrotto dal tubare dei piccioni mattutini che erano gli unici signori del luogo. In un
angolo del quadrato della piazza, la struttura scura, di legno marcio, di un'edicola. In mezzo, la
fontanella che le dava il nome. Oriol si chinò sotto al rubinetto e lo aprì. Il getto d'acqua gli bagnò la
guancia. Aveva un sapore offensivamente vomitevole, ora che si era abituato all'acqua con il sapore di
montagna. Si sentì all'improvviso il crepitio di una mitragliatrice. Oriol rabbrividì, si rannicchiò
tremante dietro alla fontana e, dopo qualche istante, mise fuori il naso, con precauzione, per vedere che
cosa succedeva sull'altro lato della piazza. Chi, come, perché l'aveva scoperto, io che venivo in pace, io
che sono solo un maestro abbindolato dal maquis, io che non volevo mischiarmi con niente che... I
piccioni, che si erano alzati in volo spaventati come lui, osservavano la baruffa dagli alberi. Protetto
dalla fontanella di ghisa, vide davanti a sé, dall'altra parte della piazza, il proprietario della taverna
Manel che aveva appena alzato la serranda del locale, entrava e accendeva un lume povero e stanco.
Oriol guardò da una parte e dall'altra. Nessun drappello di soldati né di guardia civil aveva preso
d'assalto la piazza. Si guardò le mani, che gli tremavano un po', e se le bagnò sotto il getto d'acqua della
fontanella della Placeta de la Font. Ventura, nelle vesti di tenente Marcò, l'aveva avvertito che fino a
Natale nessun contatto. E allora perché mi avete dato l'indirizzo? Perché hai il diritto di averlo. Alla
fine di agosto aveva infranto la disciplina perché la fine di agosto non è Natale. Ma da nessuno si può
esigere ciò che non può compiere.
Si sedette su una panchina. Qualche passante cominciava a rompere in modo sporadico la quiete
della notte, e se guardava il cielo poteva scorgere vestigia dell'alba. Il numero tre, una porta spoglia e
scura per un edificio molto vecchio, di quattro piani. Là, in uno di quei piani, abitavano Rosa e sua
figlia, che sei tu che mi stai leggendo. Doveva aspettare che fosse un'ora decente per poter bussare alla
porta e dire Rosa, amore, non sono quello che pensi: sono un bastardo perché mi sto innamorando di
un'altra donna, sì, ma non sono un fascista. Sono vigliacco, sì, perché ho molta paura; ma non sono
indegno e non merito il tuo disprezzo perché grazie a te e al Ventureta sono del maquis, sono in
pericolo di vita, però non posso dirti quello che ti sto dicendo per ragioni di sicurezza e sto
disobbedendo perché per me è troppo duro vivere odiato da te, disprezzato da mia figlia che ha solo tre
mesi ma che comincia già a imparare che cosa vuol dire provare vergogna di avere un padre fascista,
amico degli assassini di bambini. Tutto questo, ti voglio dire. Tutto questo volevo dire a tua madre,
figlia mia senza nome. E un brivido gli percorse tutto il corpo. Guardò il cielo perché gli era caduta
addosso una cacca di piccione. No: era una goccia. Nei minuti in cui non aveva guardato in su, il cielo
si era annuvolato, come se avesse fretta di scaricare sulla piazzetta tutta l'ira contro quel maquis
disobbediente che era scappato dal paese fino alla stazione della Pobla sul camion di Pere Serrallac, che
adesso stava riflettendo sulla possibilità di mandare per un po' il figlio al seminario della Seu, carico di
lapidi di tombe future e lastre di pietra per vestiboli, con la scusa di andare a trovare la povera zia, che
aveva avuto un ictus, approfittare delle vacanze per cambiare d'aria qualche giorno, e per questo aveva
detto a Valentí Targa no, in realtà non vorrei andarmene da Torena durante le vacanze. Dove si sta
meglio che a Torena? Ma la vita è così e doveva andare a trovare la zia, non vorrei che morisse senza
che possa vederla un'ultima volta. Non aveva detto, però, che la zia non viveva a Barcellona ma a
Feixes e che, malgrado i suoi settantasette anni pieni di acciacchi, aveva una cattiva salute di ferro.
Cominciava a piovere. Gocce grosse, rade, che cadevano schioccando a terra e scoppiavano come il
sangue del povero contadino di Montardit che è morto di paura tra le mie braccia. Vide la luce fioca
della taverna e non ci pensò su a lungo.
«Che prende?»
«Caffè corretto.»
Indicò una sedia davanti al tavolino di marmo crepato e sporco, come per chiedere il permesso
di sedercisi. L'oste gli fece un gesto come a dire prego. Oriol si sedette nel momento in cui le gocce, da
solitarie che erano, diventavano un getto costante, stordente, costante, rumoroso, costante, che bagnava
il contorno di ogni cosa e della fontana, e della paura che aveva avuto accanto alla fontana. Un minuto
dopo l'acquazzone era diventato una cortina d'acqua che non gli lasciava vedere la facciata del numero
tre.
«Porca miseria» disse scocciato un uomo che era appena entrato. «Un istante fa si vedeva
addirittura la luna.» E si scrollò l'acqua di dosso come un cane.
Se non fosse stato per l'acquazzone non se ne sarebbe accorto. L'uomo grigio si era rannicchiato
sotto un tendone ripiegato e prendeva stoicamente la pioggia. In quel pezzo di strada, vicino allo
sbocco sulla piazza, quello era l'unico posto dove poteva stare chi volesse avere una buona visione
della taverna. Prima si stupì del fatto che non cercasse un altro rifugio e che perseverasse
nell'intenzione di infradiciarsi. Finché, all'improvviso, capì.
Bevve il suo caffè corretto, cercando di non mostrarsi nervoso. Lui, almeno, era là dentro
all'asciutto e respirava l'aria aspra della taverna, mista a fumo vecchio di tabacco rancido. Mise le mani
sul marmo freddo del tavolo, un marmo dello stesso colore della lapide che presto Serrallac avrebbe
fabbricato per lui, per lasciarvi inciso ciò che si doveva ricordare per sempre, cioè che era un morto per
Dio, per la Patria, per Franco e così via. Un altro sorso dal bicchiere caldo. Nella taverna, quattro o
cinque clienti mattutini e lui. Fuori, per strada, quell'uomo che lo seguiva, solo sotto la pioggia, perché
a nessuno veniva in mente di uscire di casa con quella cortina d'acqua che cadeva sulle spalle.
Oriol tirò fuori dalla tasca il libro e si dispose a far finta di leggere, mentre con un occhio
vigilava quello che lo vigilava e con l'altro controllava che dal numero tre della Placeta de la Font non
uscissi tu in braccio a tua madre e vi perdessi un'altra volta per sempre.
Chi mi può star seguendo. Guardò i clienti del bar: non erano inseguitori né avevano l'aria di
essere seguiti. Perché, lui aveva forse l'aria di essere seguito? Finì il contenuto del bicchiere e fece
schioccare la lingua. La pioggia cominciava a scemare.
«Un altro caffè corretto» disse, senza distogliere gli occhi dalla spia. La porta del numero tre si
aprì e ne uscì un uomo con i capelli grigi, un panino sotto il braccio, pronto a iniziare la giornata, come
i clienti della taverna, che adesso, vedendo che la pioggia cessava, cominciavano a dileguarsi dopo aver
tossito la prima sigaretta della giornata con un bel caffè forte. La luce, nonostante le nuvole, stava
avendo la meglio sul buio e, a poco a poco, le strade che davano sulla piazza si macchiavano di gente
che andava e veniva, con quell'atteggiamento un po' da sconfìtti, in bianco e nero, sfiduciato, di un
mattino presto dopo una guerra che li aveva lasciati tutti senza forze. Era uno sconosciuto, la spia.
Dell'uniforme falangista conservava solo i baffi sottili e lo sguardo arrogante, che era il suo modo di
andare in incognito. Non era l'esercito. Erano i falangisti.
Allora la vide. Usciva con un pacco tra le braccia. No! Con la figlia in braccio! Rosa uscì per
strada con una camicetta leggera. Non faceva freddo, ma sua figlia, in una specie di sporta a mano, era
abbastanza coperta. Dove andavano di mattina così presto? Lui che era pronto a stare lì ad aspettare,
provando che cosa le avrebbe detto, come glielo avrebbe detto, come avrebbe fatto a convincerla, se
pure era giusto dirle tutto quello e poi obbligarla a rimanere alla Placeta de la Font mentre lui tornava
in montagna a giocarsi la vita. Forse era più giusto non dirle niente? Aveva fatto il viaggio invano?
Si chiese di nuovo come mai fosse uscita così presto. In quel momento Rosa tossì e lui si alzò,
con l'intenzione di attraversare la piazza per raggiungerla. Allora vide che all'uomo zuppo se n'era
avvicinato un altro e che entrambi guardavano verso di lui e non so che dicevano, e ho capito che era
meglio non coinvolgervi, né te né tua madre, perché era gente senza cuore. Per questo Oriol Fontelles
tornò a sedersi, senza quasi poter vedere Rosa che passava seria davanti alla taverna con il suo futuro in
braccio, perché gli occhi gli si erano riempiti di una lacrima sola e grossa. Potè solo distinguere una
manina bianca, con dei ditini simili a salsiccette, la mano di sua figlia, la mano della figlia che era
l'altro grande motivo per dover mantenere il segreto. Oriol non sapeva che questa, oltre alla prima, era
anche l'ultima volta che avrebbe visto quella mano. Lui invece pensò di no, pensò che, sapendo dove
abitavano, nell'arco di quindici giorni ci avrebbe riprovato.
Cinque minuti dopo uscì dalla taverna e verificò che quei due lo seguivano. Si sentì come
l'allodola che fa finta di avere l'anima ferita e allontana i predatori dal nido delle sue femmine.
«Perché mi hai fatto seguire?»
«Che hai fatto quando hai preso il tram?»
«È un interrogatorio? Sono sospettato di qualcosa?»
Come minimo, sospettato di essermi scopato una donna che vuoi per te ma che è troppo lontana
da te; sospettato di essere Eliot, sospettato di stare aiutando il maquis nella preparazione della grande
operazione che non so cos'è. Ah, sì: e sospettato di avere avuto una cattiva mira quando ti ho voluto
infilare una pallottola nella nuca al ristorante Estació de Vilanova. E mi dimentico di sicuro qualcosa.
Valentí Targa prese un sorso e lasciò delicatamente la tazzina sul piatto:
«Che hai fatto quando hai preso il tram?»
«Sono andato a puttane. Vuoi i dettagli?»
Valentí non lo guardò e Oriol si agitò. Perché questa distanza. Che cosa ha scoperto.
«Sono andato a puttane» insistette. «I tuoi uomini non sanno seguire nessuno. Sono dei cattivi
segugi. Li devi addestrare.»
Lo guardò negli occhi. Dalla morte del faro, Oriol Fontelles aveva imparato a guardare Valentí
negli occhi: aveva scoperto che l'altro non sosteneva il suo sguardo per più di cinque secondi, come se
gli pesasse la vita.
«Mi fa molto male vedere che non ti fidi di me. Volevo andare a trovare mia zia.»
Marés gli portò i bicchieri di anice e Valentí aspettò che si allontanasse per dirgli,
sorprendendolo, con un tono gelido che gli fece venire i brividi, tua zia non abita a Barcellona. Vive a
Feixes. E con il primo sorso di anice: «Che ci sei andato a fare a Barcellona?»
«Io non... Niente. A puttane.»
«Non c'è bisogno di arrivare a Barcellona per trombare. Sai che anche la signora Elisenda era a
Barcellona?»
«Chi?»
«La signora Elisenda.»
«Ah.»
«L'hai vista?»
«Come?»
«Chiedo se l'hai vista, a Barcellona.»
«E come vuoi che... Senti, Barcellona è molto grande e...»
«Tu dimmi se vi siete visti.»
Valentí Targa è geloso di Elisenda.
«Io non...» Tacque, ma all'improvviso sbottò: «E tu perché lo vuoi sapere?»
Valentí Targa vuotò il bicchiere e lo fece sbattere contro il marmo. Con voce roca e senza
guardarlo disse se vengo a sapere che le stai ronzando intorno ti ammazzo.
«Che diritto hai su quella signora?» contrattaccò con una buona dose di imprudenza.
«Tutto il diritto del mondo.»
«Direi che lei non è dello stesso parere.»
«Ah, quindi vi vedete.»
Vediamo. Mi devo nascondere dal maquis per andare a guardare da lontano mia moglie e mia
figlia che non so ancora come si chiama ma che ha una manina dolcissima che sembra stia dicendo
sempre ciao; devo far perdere le tracce a dei falangisti che fanno gli spioni e per non mettervi in
pericolo, figlia, rinuncio a parlare con mia moglie e a darti un bacio, a prenderti la mano e a farti,
almeno una volta nella vita, piazza, bella piazza, ci passa una pupazza; devo fingere ogni giorno e ogni
notte davanti al gruppo di falangisti di Targa per svolgere il lavoro che l'Alto Comando mi ha ordinato;
devo tacere davanti ai bambini, che devono sempre pensare che io sia solo un maestro che non
nasconde fuggitivi o combattenti nella soffitta della scuola; devo fingere davanti a Valentí Targa perché
non possa sospettare che nella scuola riposano persone di passaggio sulla strada della paura e che io
sono il loro locandiere; mi devo nascondere dalle donne di Ventura, che mi odiano, e dal mondo intero
per potermi incontrare con una donna eccezionale, e anche lei deve nascondersi dal mondo intero per
potermi incontrare, potermi mettere una mano sulla guancia, guardarmi con quegli occhi e dirmi credo
di amarti molto, Oriol, e per il momento è tutto impossibile per te e per me, ma troverò una soluzione
perché trovo sempre una soluzione a tutto. Devo nascondermi da me stesso perché sono stato un gran
vigliacco. E adesso questo disgraziato imbecille inutile di Targa è geloso perché fiuta che Elisenda ed
io ci vediamo di nascosto. E la cosa peggiore è che ha ragione. Ci vediamo di nascosto, con lei mi sento
in paradiso e non ho alcuna intenzione di rinunciarci. So che non è affatto indicato, che mi farà male,
ma è una donna irresistibile. Oddio. Voglio fuggire. Aiuto, Rosa.
34
«Mi piacerebbe, signor sindaco» disse alzando il foglio con gli appunti come se volesse
brindare con la carta «che prenda l'impegno dei professori come una dimostrazione di gratitudine verso
il paese in cui esercitiamo la docenza, dove impariamo e insegniamo alle nostre alunne e ai nostri
alunni i vantaggi del multiculturalismo della società globale e tecnologica di cui ci troviamo a essere i
protagonisti e dove insegniamo, a tutte e a tutti, ad amare il meticciato culturale come un processo di
apertura mentale nella trasversalità, estremamente arricchente...»
Jordi, come ti vedo patetico: la confluenza di donne è ciò che fa per te, lascia perdere queste
cose...
«...e inoltre, perché no? vi chiedo di prenderlo come un tributo alle nostre colleghe e ai nostri
colleghi di altri tempi meno felici... Tutte e tutti facciamo parte dello stesso motore sociale che è il
magistero.»
C'erano altri tempi meno felici? Ho mai vissuto con tanta pena nel cuore? Sono incapace di
venirne fuori, di piantarmi davanti a lui e di dirgli Jordi, smettila di fare discorsi e pensa un attimo: ci
sono stati tempi più felici, ti ricordi? quando credevamo di essere onesti; ma soprattutto quando
credevamo che noi saremmo sempre stati onesti, sì o no, rispondi, sì o no?
La risvegliarono gli applausi protocollari delle persone riunite nell'aula polivalente per
l'inaugurazione della mostra Mezzo secolo di vita nella scuola (1940-2002). Un mese di esposizione,
fino a Carnevale, con visite dei maestri delle scuole della zona che avevano contribuito all'allestimento.
Il sindaco dichiarò inaugurata la mostra e tutti si misero a mangiare olive ripiene e patatine fritte,
innaffiate con un po' di fanta. Joana, sempre vigile, approfittò della confusione per finire di mettere
cartellini dove ancora non ce n'erano. Jordi, accompagnato da Maite, si diresse sorridente verso Joana.
Tina, che non voleva osservare i movimenti di Jordi, li seguì fedelmente a pochi metri di distanza,
facendo finta di bere una bibita. Disse di no a un collega che le offriva delle patatine; gli fece un
simpatico gesto di rifiuto che voleva dire ho constatato da pochi giorni che mio marito mi tradisce e
non ho proprio voglia di patatine fritte perché ho un tappo di pena sullo stomaco. E non ti racconto
altro perché ti metteresti a piangere. Jordi era già davanti alla segretaria:
«Congratulazioni» disse, con un'oliva tra le dita. «È fantastica.»
«Mi sarebbe senz'altro piaciuto di più» rispose Joana con un tono secco «ricevere una mano in
questi ultimi giorni che delle congratulazioni adesso.» A Maite: «Dobbiamo ancora fare il catalogo.»
«Però l'abbiamo inaugurata il giorno in cui la dovevamo inaugurare.»
Tina vide Joana che, visibilmente infastidita, finiva di collocare i cartellini in cui si spiegava la
provenienza dei cinque modelli di gessetti miracolosamente interi che avevano trovato in una scuola
della Vall Ferrera e che poi spariva in segreteria perché aveva sempre qualcosa da fare. Jordi e Maite
rimasero lì un po' imbarazzati. Cercavano entrambi di nasconderlo. Tina osservò la coppietta e cercò di
immaginarseli in giacca a vento a mezzanotte, sulla porta della pensione Ainet. Poteva essere quella
stronza di Maite? Non era sicura, ma poteva essere lei. Sì. Poteva essere lei. Certo. Come direttrice ha
grande libertà di movimento. Sì, certo.
Quasi si strozzò quando la coppia adultera cominciò a dirigersi verso di lei, che stava rifiutando
di nuovo il cibo offertole da quel collega che si era imposto probabilmente il compito di tenerla ben
pasciuta senza essersi accorto che, oltre alle pene, aveva di troppo anche quattro chiletti. Maite la
traditrice, con aria preoccupata:
«Sai perché Joana è così oggi?»
Le venne voglia di dirle che chi deve stare così e anche peggio sono io, perché mentre voi due
mi state perforando l'anima io non ho nessuno con cui parlarne e mi state riducendo a pezzetti.
Ammesso che sia tu, Maite. Ma disse solo non lo so, che ne so io, saranno i nervi. Ha lavorato molto,
no?
«Abbiamo fatto tutti quello che dovevamo fare» si difese Maite.
Tina non le rispose perché stava guardando Jordi che si scusava con un gesto e se ne andava con
il viso raggiante. Ah, non era Maite. Si girò per vedere Jordi che si riuniva con la sua vera amante. Vide
invece che si scambiava pacche sulle spalle con Miquel Darder. Maite: sei di nuovo tu. Lei e Maite
sorrisero per la presenza di Darder. Se doveva essere precisa, erano sei chiletti, per quanto facesse
fatica ad ammetterlo. Per qualche istante, Tina fu sul punto di dire Maite perché mi state facendo
questo? Però si frenò in tempo, guardò Darder, lo salutò da lontano, lui rispose al saluto, sempre da
lontano, e si sentì dire, senza potersi controllare, Maite, perché mi state facendo questo?
Maite, che si stava già allontanando, si fermò, aprì la bocca; tutto il chiasso delle chiacchiere
dei maestri era scomparso. Era Tina contro Maite, era capire perché succedeva quello che non sarebbe
mai dovuto succedere se fossimo rimasti onesti. Dopo qualche secondo:
«Chi ti sta facendo cosa?»
«Dai, su. E per giunta...»
«Di che parli?»
«Niente, niente, non ho detto niente.» Poi, nel tono più secco possibile: «Scusami.»
Lasciò Maite sola e pensò che ne aveva le scatole talmente piene di tutto quello che l'unico con
cui le sarebbe piaciuto stare in quel momento era il dottor Zivago.
Tornò invece nella sala grande ed esaminò la composizione murale in cui, con tutti i suoi difetti,
facevano bella mostra di sé alcune sue fotografie, come quella della scuola di Torena, scattata il giorno
prima della sua demolizione, e dove erano disegnate, su una cartina enorme, le scuole da cui avevano
preso il materiale, che coincidevano in pieno con il raggio preferenziale di azione del drappello del
tenente Marcò, un gruppo di uomini nati quasi tutti nei due paesi dei Pirenei, tutti, senza eccezione, nati
in montagna e che spesso, stando a quanto aveva potuto scoprire dalle ultime letture, non seguivano le
direttrici ufficiali emanate da Tolosa.
Senza aver fame, prese un'oliva per rosicchiare qualcosa e si guardò intorno. Un maestro stava
spiegando al sindaco qualche prodezza che avevano dovuto fare per trovare chissà che materiale,
mentre il sindaco cercava di nascondere uno sbadiglio. Joana le si avvicinava con dei fogli piegati.
«Ti interessa, questo, vero?»
Tina diede un'occhiata generica: ritagli di giornali del dopoguerra.
«Da dove li hai presi?»
«Dalla vecchia scuola di Sort. Sembra che un maestro abbia collezionato le pochissime cose che
si dicevano sul maquis.»
«Sai chi era?» Mentre guardava avidamente i ritagli.
«No.» E dopo una brevissima pausa: «Perché hai questo interesse per... la guerra?»
«Perché un maestro che è stato un eroe del maquis è passato alla storia come il bastione del
fascismo nella zona. Mi piacerebbe ristabilire la verità...»
«E a chi può interessare questo?»
«Alla memoria.» Abbassò gli occhi, perché le sembrava che le parole che aveva appena
pronunciato suonassero troppo solenni: «Alla sua famiglia. A sua figlia. A me.»
«Conosci sua figlia?»
«No. Non so neanche se è viva.»
«È passato molto tempo.»
Come le poteva dire che inorridiva al pensiero che le persone non fossero quello che erano,
come Oriol Fontelles, o come Jordi. O che trovava più facile parlare con Fontelles che con Jordi.
Lavorava su Oriol perché era vigliacca. Mio Dio, quanti vigliacchi in così poco spazio. Le racconto
qualcosa, a Joana? Le parlo di Jordi? Del medico? Di Arnau?
«In fondo, credo di farlo per me» disse a mo' di conclusione.
Joana la guardava negli occhi. Adesso Tina si accorse che le tremavano le mani e le abbassò
stringendo i ritagli perché Joana non lo notasse.
«Cosa sapete di Arnau?»
«Niente. Dice che è molto felice.»
«Non siete andati a trovarlo?»
«Non possiamo. Deve passare un po' di tempo. Ma mi sa che io ci andrò lo stesso.»
Nessuna delle due disse niente. Erano leggermente in imbarazzo. Joana le strinse il braccio
facendo segno che ci vediamo e Tina rimase sola con la sua disillusione di Arnau, mio figlio, che
sceglie liberamente una strada che io ho lottato perché non lo obbligassero mai a scegliere. Mio figlio,
un'altra vita. Come la figlia di Oriol Fontelles che vive sapendo che suo padre è un fascista e non è
vero.
Guardò i ritagli. Ne sfogliò due o tre. Una serie di tre fotografie molto belle, un po' ingiallite,
della Plaça de Sant Eloi o forse della Plaça Major, con un monumento di cui non si vedevano bene le
lettere dell'iscrizione. Tina si avvicinò alla luce per osservare meglio i particolari. La didascalia della
prima foto diceva che era un rustico e vigoroso monumento ai caduti inaugurato nel
millenovecentoquarantaquattro, poco prima di subire un attentato che l'avrebbe distrutto. La fotografia
era stata scattata esattamente cinquantasette anni, cinque mesi e otto giorni prima, e dietro al
monumento un operaio e un bambino sparivano dal campo, mentre il bambino guardava la lapide con il
broncio. Pioveva, in quella foto. In fondo, una coppia di giovani abbracciati che forse si stavano
baciando. Alcuni uomini in piedi, con la giacca bianca, che le ricordarono i musicisti dell'Orquestra
Plateria, guardavano il monumento e facevano qualche commento con un'espressione da esperto. E
altre persone lì intorno che guardavano il monumento, che guardavano forse il fotografo (Peret di casa
Moliner). Era una fotografia piena di particolari inavvertiti per il fotografo perché era chiaro che
l'oggetto dell'istantanea era il monumento. Nel momento in cui fu scattata la seconda istantanea, con il
monumento senza gente intorno, mancavano tre secondi allo scoppio della bomba che doveva uccidere
il fotografo. Il maquis aveva ucciso Peret di casa Moliner che aveva sempre votato Esquerra
Republicana quando al mondo si votava.
Una terza foto, di stile assai diverso, fatta probabilmente da altre mani, mostrava il disastro
successivo all'esplosione e un uomo con l'atteggiamento duro che bestemmiava contro i comunisti rossi
e separatisti che ci distruggono la patria, mentre la gente correva e diceva ave maria, spaventata da
tanta, tanta guerra. L'odore secco della polvere da sparo usata per l'esplosivo, e il frammento più grosso
del monumento, a dieci passi di distanza. E un uomo molto confuso, sfocato, che scendeva di corsa,
mentre pensava figlia mia senza nome, in che mondo ti abbiamo portata.
Tina ripassò altre fotografie. Era un buon materiale. Non aveva niente a che vedere con il libro
che stava facendo ma aveva a che vedere con Oriol. Grazie, Joana, davvero, disse tra sé e sé, guardando
la segretaria.
35
Cielo di primavera limpido, intenso, brillante, con stelle come spine, diceva a Jaume Serrallac
che il suo messaggio di luce era così antico e lontano che non si poteva capire. Ma Serrallac non
ascoltava il richiamo delle stelle. Guardò quella costellazione che sembrava una lettera emme senza
sapere che Cassiopea aveva causato la disgrazia familiare per colpa dell'orgoglio quando aveva
proclamato che sua figlia Andromeda era più bella delle nereidi. Sì, proprio delle nereidi! Che audacia.
E adesso era piazzata lì, immobile, nel cielo gelido, insieme a suo marito Cefeo e accanto ad
Andromeda e al suo innamorato salvatore Perseo. Tanta passione, tanti castighi, tanti destini cesellati
con il coltello sulla testa di Serrallac. Ma lui guardava il cielo e fumava con calma l'ultima sigaretta,
con il pensiero fisso su come cazzo chiedere nel migliore dei modi un secondo credito per tappare i
buchi causati dalla riparazione del camion. Sentì un brivido di freddo e si tirò su fino al collo la
chiusura lampo del maglione pesante.
La lampadina anemica da quella parte della piazza era spenta, come in quei giorni lontani,
quando lui era un bambino e squadre di maquis o pacchi spaventati, uomini, donne, bambini con gli
occhi pieni di paura, trecce gelate, tremore di fuggitivi, percorrevano la strada clandestina della scuola
dove riposavano qualche ora nel loro periplo verso l'incertezza. Serrallac non lo aveva mai saputo. Lui,
dal banco di sinistra, quello accanto al muro, guardava le cartine che lo aiutavano a sognare e si
immaginava mentre remava risalendo il Rio delle Amazzoni, su quel nastro blu circondato di verde, e,
una volta arrivato nella zona marrone e bianca, alle sorgenti del fiume, immaginava di lanciare un grido
così forte che l'avrebbero sentito in tutta l'America, dallo stretto di Bering fino alla Terra del Fuoco.
«Dimmi, Jaumet.»
«No, vede... Il Rio delle Amazzoni mi fa girare la testa...»
«Perché, dimmi.»
«Beh, quante volte è il Pamano. O quante volte è la Noguera.»
Oriol guardava gli occhi blu di Jaume Serrallac cercando lì dentro la sua verità. Forse era
l'unico bambino che stava sempre a pensare; l'unico che in un altro luogo e in un altro momento
avrebbe finito per studiare grandi cose; ma a Torena Jaumet, se suo padre non faceva un colpo di testa,
avrebbe studiato falce, erba, mucca, pecora e, con un po' di fortuna, allevamento di animali da tiro, che
rende abbastanza e ha un grande futuro, adesso che tutti i muli e gli asini vengono requisiti a causa
delle guerre. O magari sarebbe rimasto a fare lapidi e lastre di pietra con suo padre, Serrallac delle
pietre.
«Il Rio delle Ammazzoni è... più di mille volte il Pamano.»
«No.» Affascinato, sorpreso, Jaumet Serrallac.
«Sì.»
Per tutto quel freddo pomeriggio Jaumet non disse nient'altro mentre cercava di immaginare
mille pamani messi insieme e tutta la Val d'Àssua diventava nella sua mente un fiume impossibile
come la leggendaria grandezza del mare. Lui sognava queste cose mentre sopra alla sua testa, in
soffitta, due bambine con le trecce cercavano di azzittire la paura perché nessun alunno innocente
tornasse a casa dicendo che i topi e i topolini della soffitta della scuola starnutiscono come bambine
con gli occhi pieni di paura e le trecce bionde.
Serrallac non lo aveva mai saputo perché, oltre a sognare cartine del mondo, cominciava ad
aiutare il padre a tagliare la pietra con la martellina e ammirava il Ventureta, prima che lo
ammazzassero, perché era capace di andare e tornare dalla Coma Alta in un'ora e un quarto esatta. Ma
adesso la lampadina era spenta non perché un maestro imboscato la svitasse al momento opportuno, ma
perché Pòrtules è un incompetente che oltre a uno stipendio sicuro ha poco lavoro, lo fa male e nessuno
protesta. Lo invidiò perché aveva uno stipendio da impiegato e invece lui doveva vivere sempre in
ansia, le cambiali del camion ancora da pagare e l'albero a camme distrutto per essersi intestardito a
salire con tutto quel carico per l'infernale strada di Pujalt.
A quel punto si aprì il portone di casa Gravat e lui, che aveva appena gettato il mozzicone di
sigaretta a terra, rimase immobile sul sedile di pietra, nascosto nel buio, a guardare una sagoma
femminile che usciva sulla strada con qualcosa in mano. La signora Elisenda. La signora Elisenda con
un mucchietto di vestiti in mano. Lo buttò proprio sulla pozzanghera che si era formata accanto al
muro. Il fagotto fece ciaf e poi rimase immobile, come fosse infinitamente stanco, inzuppandosi di
fango. La signora Elisenda rientrò e chiuse la porta e Jaume Serrallac si disse che era meglio non
muovere neanche un'unghia perché non era ancora tutto finito. Come se gli dei stessero seguendo il suo
pensiero, la porta di casa Gravat si riaprì per far uscire una figura bianca. Un uomo nudo e scalzo,
ritrovatosi d'improvviso al freddo delle notti di fine aprile a Torena, soffocò una bestemmia, prese i
vestiti inzuppati e tentò di infilarsi le mutande scure di fango, e cercava con rabbia, cercava tra i vestiti;
allora la porta si riaprì e un braccio energico tirò in mezzo alla piazza un paio di scarpe che risuonarono
ironicamente vuote, poi richiuse e l'uomo nudo mandò altri accidenti ma si precipitò a raccoglierle.
Allora lo vide in faccia, alla luce delle mitiche stelle: era quell'imbecille che si faceva bello sulle piste e
che dicevano che aveva molto successo con le ragazzette di Barcellona. Il coglione e la signora
Elisenda? Cazzo. E a casa Gravat. Cazzo santo. Quasi come una costellazione, la signora Elisenda la
distante e il vanitoso con gli occhiali da sole.
Jaume Serrallac si trasformò in graffito del muro della sua stessa casa per evitare che
quell'uomo scoprisse la sua presenza. E si arrabbiò, perché chi aveva qualcosa da nascondere, casomai,
era quel maestro di sci del cazzo e non lui che si stava fumando l'ultima sigaretta sul sedile di pietra di
casa sua, mentre la moglie e la bambina erano già a letto. Ciononostante, non mosse un'unghia perché
da anni tutti a Torena avevano imparato la lezione che con le persone di casa Gravat meglio non avere
niente a che fare. Il maestro di sci e la signora Elisenda. Grande. La signora Elisenda, la gattamorta che
aveva comprato mezzo comune e che l'aveva rivenduto, dicono, a prezzo di fortuna, che sta sempre
appiccicata ai preti, ai canonici e al vescovo della Seu, si fa rastrellare il campo da uno sciatore.
«Non ci credo.»
«L'ho visto con i miei occhi. Tutto nudo, in mezzo alla piazza.»
«Impossibile. La signora Vilabrù...»
«La signora Vilabrù ha due gambe come tutti. E chi ha due gambe, ha un punto di confluenza.»
Era una sorta di dichiarazione di principi di Jaume Serrallac mentre beveva l'ultimo sorso di
caffè corretto a casa Rendè in compagnia di quel bastardo dell'assicurazione, che si rifiutava
categoricamente di accettare che una rottura dell'albero a camme fosse un incidente e non un guasto.
«L'ho saputo da fonte affidabile: me l'ha giurato un poveraccio che vive davanti a casa sua, uno
che fa lapidi e cose di pietra.»
«Ma è impossibile.»
«E invece no: la signora Elisenda Vilabrù se la fa con i giovani e li fa andare in giro nudi per il
paese.»
«Tipo orgia?»
«Non lo so: io dico quello che mi hanno detto. Non ci sono neanche mai stato, a Torena: io
faccio assicurazioni, non so se mi spiego.»
«Sì, ma quello che dici è molto grave.»
«Quello che me l'ha detto abita proprio lì davanti. Voglio dire che.»
«Orge in paese, signor delegato.»
«Non ci credo.»
«Faccia fare delle indagini.»
«Lei non è nessuno per dirmi cosa devo fare. È sicuramente qualcuno che le vuole male. Quella
è una donna molto, molto...»
«Le ho detto che l'ho saputo da una fonte affidabile. Affidabilissima.»
«In qualità di delegato, mi vedo costretto a chiederle di istruire un'indagine, signore.»
«Se è così grave come dicono...» Colpetti preoccupati con la matita sulla scrivania.
«Sono convinto che sia un'esagerazione. Qualcuno che la vuole rovinare. Si chiarirà tutto con
l'indagine, signore.»
«Fatela, allora. Discrezione, prudenza, riserva, tatto e circospezione, signor delegato.»
La signora Elisenda chiuse la porta e ci si appoggiò, come se volesse impedire che le voci che
sarebbero cominciate a correre a partire da quel momento entrassero a casa Gravat. Sentì che Quique
soffocava una bestemmia. Poi sentì i primi colpi. Proprio così, con i pantaloni tirati su a metà si è
messo a colpire la porta di casa Gravat con una scarpa, in mezzo al silenzio, e a dire apri o te ne
pentirai, e a gridare, e qualche secondo prima che si accendessero tre o quattro luci delle case che
davano sulla piazza, la signora Elisenda ha aperto la porta, ha tirato Quique per i capelli e l'ha fatto
entrare. Poi non ho visto più niente, e dire che sono rimasto lì parecchio, ma è proprio così come te lo
racconto, mi possa venire un accidente se me lo sono inventato.
«Adesso ascoltami.» Quique aveva ancora le scarpe in mano e ansimava per la rabbia. Lei,
senza girarsi, disse grazie, Carmina, puoi tornare a letto, è tutto sotto controllo.
«Ma... La vogliono al telefono, signora.»
«A quest'ora?»
«Dicono che è urgente.»
«Benissimo, adesso vado.»
«Che cosa. Che cosa devo ascoltare.» Quique si stava mettendo le scarpe e si scrollava
arrabbiato il fango dalla camicia.
«Non mi piace ripetere le cose. Se dici qualcosa di te e di me, a chiunque sia, ti faccio
ammazzare. Parlo sul serio.»
«Oh, che paura.»
«Tu provaci. Ho i mezzi per farlo.»
«Signora, dicono che...»
«Grazie, Carmina.» Ancora senza girarsi: «Ho detto che puoi andare a letto.»
Quando Quique ebbe finito di vestirsi, la signora Elisenda riaprì la porta e lui, prima di uscire,
sputò a terra impotente e, guardandola negli occhi, disse mi sono scopato il tuo carissimo figlio. Gli è
piaciuto molto. Un gran finocchio. Se vuoi sapere i particolari, chiamami.
La signora Elisenda chiuse la porta dietro la sua storia con Quique e quando si girò vide
Carmina in camicia da notte, spaventata, sulla porta d'ingresso e, senza neanche guardarla, mentre
andava verso il salotto, disse Carmina, domani di prima mattina fai la valigia e te ne vai da questa casa.
«Ma...»
«Troverai dei soldi qua sopra.»
«Signora, io...»
La signora era già entrata in salotto e stava prendendo l'apparecchio che era sulla mensola del
caminetto.
«Pronto.»
«Signora Vilabrù?»
«Sì, sono io.»
«Suo zio.»
«Che è successo?»
Il superiore della casa di riposo disse che gli dispiaceva molto doverle comunicare che questa
volta sembrava che ci fossero proprio, che il poveruomo aveva avuto un attacco, che era mezzo
paralizzato, non si muoveva e...
«Che dice il medico?»
«Che è messo male, signora.»
«Va bene. Tra un'ora sono lì.»
«No, l'abbiamo portato all'ospedale e...»
«Ho detto che tra un'ora sono lì.»
Preferì guidare lei, andare da sola, piangere di rabbia, sentirsi debole in solitudine, sfogarsi,
gridare in macchina mentre saliva sul passo del Cantò. Quando arrivò alla casa di riposo contigua al
Palazzo Episcopale, padre Llebaria la stava già aspettando, sconcertato.
«Gli hanno appena dato l'estrema unzione. Non supererà questa notte.» Guardando l'edificio
con la coda dell'occhio: «Ma... è in ospedale.»
La signora Elisenda salì per raggiungere la camera che occupava lo zio August, seguita dal
responsabile della casa. Quando fu nella stanza si girò e disse con voce gelida padre, vorrei rimanere
sola un momento, se può rispettare il mio dolore.
L'uomo si affrettò a chiudere la porta, senza capire niente. La signora Elisenda fotografò
mentalmente la stanza: il letto ancora disfatto, l'inutile bastone dello zio appoggiato alla parete, un libro
di giochi matematici aperto sulla scrivania, con una matita appuntita che faceva da segnalibro alla
pagina delle soluzioni, come fosse il Kempis. Nel primo cassetto trovò quello che cercava: una lettera
incompiuta, indirizzata al vescovo della Seu e al nuovo postulatore della causa di beatificazione del
venerabile Oriol Fontelles i Grau, morto a causa della sua fede, in cui, con una scrittura molto
tremolante ma comprensibile, padre August diceva mi vedo nel terribile dilemma di dover decidere tra
due mali e la mia coscienza non può resistere. Qualunque cosa faccia mi condanno. Se taccio, perché
sono complice di un inganno; se parlo, perché infrango il sacro segreto. Sono troppo debole per
affrontare questa situazione e quindi, su consiglio del mio confessore, voglio avvertirvi, caro
monsignore, che ho profondi motivi per credere che la causa di beatificazione del venerabile Oriol
Fontelles non possa andare avanti. Punto. Una lettera lasciata a metà, ancora senza commiato né saluti
iniziali ma con i nomi dei destinatari. Una bozza piena di dubbi.
Quando padre Llebaria, un quarto d'ora dopo, bussò timidamente alla porta, lei disse avanti con
la voce rotta. Era seduta e si asciugava gli occhi. Il sacerdote ebbe compassione del dolore della signora
e rimase in silenzio.
«Sarebbe così gentile da indicarmi come si arriva all'ospedale?»
Per strada, padre Llebaria diede le ultime istruzioni alla signora e questa, mentre chiudeva la
portiera dell'auto, sporse la testa dal finestrino e disse padre, lei sa chi è il confessore di mio zio?
«Il confessore?»
Lei aspettava la risposta, pronta ad accendere il motore.
«Perché lo vuole sapere?»
«Per ringraziarlo di tutto quello che ha fatto per mio zio.»
«Sono io il suo confessore.»
«Grazie mille, padre. Verrò a trovarla tra qualche giorno per dimostrarle la mia riconoscenza.»
Accese il motore e lasciò il segretario della casa di riposo ancora più sconcertato di quando era
arrivata.
La cosa peggiore era lo sguardo. Peggio dei rantoli, del leggero tremolio della spalla, della
sensazione di morte imminente che si respirava nella stanza. Lo sguardo. La stava guardando fisso, con
gli occhi un po' chiusi, come se la stesse odiando.
«Non riconosce nessuno» gli assicurò il dottore. «La scienza non può fare più niente.»
Sì che mi riconosce. Mi sta guardando e mi sta mandando all'inferno, mette un po' di spavento.
Ma sappi che il fine è buono, che non sei nessuno per dirmi che cosa devo fare e io ho deciso che tutti
devono sapere che Oriol è stato un martire e voglio onorare la sua memoria. Non ti sei entusiasmato
anche tu, all'inizio, tu e padre Bagà? Io non mi posso più tirare indietro. Assolutamente impossibile.
Per niente al mondo. Tra l'altro, ho detto a Dio che ce l'avrei fatta. E se non lo vuoi capire, è lo stesso:
faccio tutto questo per amore del mio amore e ti giuro che arriverò fino in fondo.
«Zio, mi sentite?»
Mi sta maledicendo. Io non sono cattiva, zio; tu pensi che io sia cattiva, ma faccio sempre le
cose a fin di bene. Mi sono confessata tre giorni fa e sono pulita. Quasi. Non sei nessuno per
giudicarmi, non sei nessuno per guardarmi così.
«Si sieda, signora. Deve pensare anche a se stessa.»
Penso sempre a me stessa. Zio, perché sei così duro? Non capisci che non posso più tirarmi
indietro? Tu credi di sapere tutto ma non sai neanche la metà delle cose. Non lo capisci? È andata così
e se la vita mi ha insegnato qualcosa, questo qualcosa è che le cose che sono successe non si possono
cambiare per capriccio: bisogna prenderle così come sono. Questo vuol dire essere forti. E se c'è
qualcuno che mi vuole giudicare perché non ho fatto altro che onorare la memoria di mio padre e di
mio fratello e rendere giustizia al mio amore, guardi prima se è senza colpe perché abbiamo tutti
qualcosa da nascondere. E non mi parlare più di perdono. Non sono io che dovrei perdonare. Sono mio
padre e mio fratello. E il mio amore. Sì, il mio amore, zio, perché. Tu non potrai mai capire che cosa
vuol dire amare pazzamente qualcuno. Non potrai mai capire che, nonostante siano passati tanti anni,
penso ogni notte a Oriol malgrado quello che è successo e che tu neanche sospetti. Mi sento l'anima
corrosa. Ci penso ogni notte, zio. Tu non sai che cos'è la passione e neanche cosa siamo capaci di fare
per passione. Io mi sono arricchita perché ho vissuto qualche momento abbracciata a Oriol: ne valeva
la pena, zio. Quei pochi istanti clandestini sono stati il mio paradiso finché sono durati. Le altre
decisioni, quelle che mi fanno ogni giorno più ricca, non hanno alcun valore, zio. Serbare la memoria
di Oriol perché sia onorato per sempre, invece, è importante. Contro chiunque. Anche contro Dio, zio, e
che Dio mi perdoni. Giuro che non mi toglierò mai più questa catenina con la croce, fino alla mia
morte, zio August.
«Signora Vilabrù.»
«Eh?»
«Padre August è morto.»
Lo sguardo di padre August era ancora lo stesso: pieno di odio, fisso, con gli occhi socchiusi,
che la guardavano e l'accusavano di tutti i mali, come sei ingiusto, zio August.
«Qualcuno potrebbe chiudergli gli occhi?»
Amò la Parola di Dio. Amò la scienza. Pianse la morte di un fratello e di un nipote vilmente
assassinati da membri della FAI di Tremp ed ebbe desideri peccaminosi di vendetta. Visse a Roma in
esilio, e lì conobbe Massimo Vivaldi che lo spronò a scrivere il suo Su uno spazio di funzioni intere di
ordine finito. Vacillò seriamente di fronte al tentativo di Whitehead e Russell di organizzare l'aritmetica
sull'assiomatica della teoria degli insiemi. Ma quando lesse il loro Principia Mathematica, divenne un
loro accanito apostolo. Fu candidato due volte consecutive alla medaglia Fields sebbene al suo ritorno
da Roma non si fosse più mosso dalla Seu, dove occupava un comodo canonicato che gli permetteva di
pensare tutto il santo giorno alle funzioni di variabile reale. Fu però debole di fronte alla nipote che, a
suo giudizio, era una furia fredda della natura che con grande abilità era riuscita a farlo entrare in una
spirale di decisioni assolutamente inarrestabile. Tutto questo diceva il trattino che Jaume Serrallac, pur
ignorandolo, aveva inciso tra 1878 e 1971. Sei più bravo di me, riconobbe il padre, il Pere delle pietre,
che ammazzava il tempo della pensione nel laboratorio, passato al figlio, rileggendo brani del pensiero
di Bakunin che più che una dottrina era diventato un ricordo del tempo degli ideali, ripassando i blocchi
di marmo con la mano piatta e assicurando tra sé e sé che le pietre di adesso non sono più come quelle
di una volta.
Era probabilmente la lapide di maggior prestigio che avrebbe mai fatto nella sua vita, perché la
gente di montagna non ha sulle spalle così tanta storia. Inoltre, non lesinavano certo sul prezzo; solo
sulla fretta. Jaume Serrallac dovette passare tutto il pomeriggio e la sera al laboratorio a incidere quel
riassunto di vita e di sogno a caratteri Perpetua Titling MT e quando ebbe finito dipinse di nero le
lettere per farle risaltare sul grigio elegante della pietra. Un capolavoro. Povero padre August, che già
da tempo era ridotto a un sacco di ossa. E non potè evitare di continuare a pensare non mi sarei mai
immaginato che la signora Elisenda... Certo, è una donna bella ed elegante, ma... Accidenti. La signora
Elisenda, invece, sola, senza Carmina, passeggiò nel giardino interno di casa Gravat, inquieta,
ritirandosi solo molto tardi, quando Cassiopea aveva fatto quasi tutto il giro e la stilizzata Andromeda
era passata sopra Torena. Non aveva mai fatto caso alle stelle né alle passioni contenute nei loro
asterismi: si sentiva troppo viva dentro, troppo sconvolta, e aveva tante cose urgenti da fare, come ad
esempio buttare nella tazza del gabinetto le lettere dello zio già ridotte in mille pezzi, o resistere al
ricordo di quello sguardo del moribondo, peggiore di quello a cui dovette resistere Perseo quando vinse
la Gorgona Medusa lassù, nel paese delle stelle.
Quarta parte
Canto funebre per il boia
Caro poliziotto, io sono Dio.
JOHN ALLEN MUHAMMAD
cecchino della Virginia
Introibo ad altare Dei. At Deum qui laetificat iuventutem meam. Adiutorum nostrum in nomine
Domine. Deus qui fecit caelum et terra.
Don Rella quasi non ricorda la messa in latino e si meraviglia di come passa in fretta il tempo.
Erano forse venti o trent'anni che non diceva la messa in latino. Trent'anni. Dio mio. Irremissibile.
Molto prima della lettura del Vangelo, tra i banchi degli invitati speciali cominciano a circolare
dei fogli che alcuni si mettono devotamente in tasca per esaminarli dopo e che altri guardano e
leggono; poi alzano gli occhi nervosi, osservando da una parte e dall'altra come se li avessero colti in
fallo.
«Tenga.»
Don Rella prende il foglio. Lo apre pensando che sia una nuova istruzione per le complicate
cerimonie del giorno e ci legge noi membri della Falange Spagnola, in nome del popolo spagnolo,
auspichiamo e sosteniamo la tanto attesa e sperata canonizzazione del Caudillo di Spagna, il
Generalissimo Francisco Franco Bahamonde. Viva Franco, arriba España. E una casella postale per le
adesioni. Cazzo. Cioè. Irritato, il sacerdote ha accartocciato il foglio e l'ha buttato per terra, facendo in
modo che, chiunque sia, lo veda. Non mischiamo le cose, non mischiamo le cose, si dice per calmarsi.
L'uomo alla sua destra si china, prende il foglio accartocciato, lo appoggia sulla spalliera del banco e lo
stira, lo piega con cura e lo restituisce in modo autoritario al sacerdote:
«Le è caduto questo» lo rimprovera severamente.
Dopo il Vangelo, il segretario della Congregazione dei Riti si avvicina all'altare mentre il Papa,
scortato da un sollecito sacerdote con rocchetto ma senza casula, si siede ad ascoltare. Il segretario
della Congregazione dei Riti parla in latino delle virtù eroiche di quelli che oggi saranno beatificati, e
conclude recitando solennemente le parole del Papa che dicono Tenore praesentium indulgemus ut
idem servus Dei beati nomine nuncupetur e don Rella, emozionato, alza il dito e dice al signor
Guardans, che siede alla sua sinistra: visto quanto è stato detto, permettiamo che lo stesso servo di Dio
sia chiamato con il nome di beato. Più o meno. E da questo momento, il maestro di scuola Venerabile
Oriol Fontelles, martire della Chiesa ucciso dalle orde comuniste, il caporale Venerabile Chrzystoff
Fuggs, assassinato dalle orde naziste, le sorelle della Carità Venerabile Nebemba Wgenga e Venerabile
Nonaguna Wgenga, assassinate dalle orde ribelli rivoluzionarie e l'infermiera Venerabile Koì Kayusato,
assassinata da orde di pirati, ricevono la considerazione di beati. La Chiesa, attraverso il Santo Padre, il
Sommo Pontefice, dichiara solennemente che questi Servi di Dio, le cui virtù eroiche sono state
precedentemente valutate, godono della beatitudine eterna e gli si può rendere culto.
Quando il segretario ha pronunciato queste parole, due accoliti altissimi, biondissimi e con la
nuca così rasata da sembrare mormoni hanno tirato fuori una specie di lenzuolo che copriva la parte
anteriore dell'altare e sono apparse cinque fotografie di cinque primi piani del volto dei cinque nuovi
beati della Chiesa Cattolica. Un ventaglio multirazziale davvero bello. La Chiesa è universale persino
nei suoi martiri. Il secondo, dopo il soldato vestito con la sua uniforme, è Oriol Fontelles nell'unica foto
che si conosce di lui; chi lo sa, può intravedere la parte del collo e dei risvolti della sua nuova
fiammante uniforme da falangista. Amen.
Don Rella accartoccia di nuovo il foglio e lo butta per terra. L'uomo alla sua destra si china, lo
prende e lo stira nuovamente. Fino a questo momento non gli sono venute in mente le parole di quella
sconosciuta nell'oscurità della cattedrale. Una voce un po' roca, stanca, che diceva vogliono fare beato
un signore che non credeva né in Dio né nella Chiesa. E che dicono sia morto martire.
«Un bel morire...»
«Mi ha capito, padre. Non credeva né in Dio, né nel cielo né nella redenzione, non credeva nella
comunione dei santi, né nell'autorità della Santa Madre Chiesa. Né in santi né in inferni.»
«E tu perché chiedi il mio parere, figliola?»
«Perché lo voglio impedire.»
«Perché, se non credi in niente di tutto questo?»
«Perché la persona in questione non merita che la sua memoria sia travisata in questo modo.»
Silenzio. Buio nella navata solitaria della Seu. Buio nell'anima del sacerdote che non sapeva da
che parte pensare. Guardò la grata e tutto era silenzio. Passò tanto tempo che per qualche istante il
sacerdote pensò che la strana penitente fosse svanita dopo avergli iniettato dentro un piccolo inferno.
«Il mio consiglio è di non rimestare merda, figliola» ricorda di aver detto dopo anni di silenzio,
con voce secca. Poi si era consultato con un superiore e questi gli aveva detto se qualcuno chiede che
chiunque sia a conoscenza di qualche impedimento faccia un passo avanti, tu fallo, figliolo.
«E se nessuno me lo chiede?»
«Allora, taci per sempre, figliolo.»
«Cerchi di non farlo più cadere» l'avverte l'uomo alla sua destra mentre gli porge un'altra volta
il foglietto che reclama la canonizzazione di Franco.
La signora Elisenda, al banco d'onore, calma, pallida, con la testa inclinata, ascolta l'avvocato
Gasull che le dice delle fotografie. Marcel e suo figlio consultano ogni tanto l'orologio perché la storia
non finisce proprio mai. Mertxe ha una faccia da poker. Gasull, inquieto per l'aspetto di Elisenda, non
le ha mai tolto gli occhi di dosso. Non osa chiederle ti senti bene perché si è abituato da anni a limitarsi
a rispondere alle sue domande e a masticare da solo la propria sofferenza.
Elisenda fa una faccia strana perché prova a piangere ma non ci riesce. Ricorda l'ultima sera, la
sorpresa, lo spavento, i libri quale scusa maldestra, i suoi occhi che mi guardavano e io stupita,
perplessa, dovevo dire a mio zio è il maestro del paese, zio, è venuto a prendere dei libri. E poi perché,
perché ho pensato di voler indagare su quello sguardo, perché ho voluto sapere di cosa mi volevi
parlare, e maledetto il momento in cui mi sono messa il cappotto per uscire, Oriol, perché, se ci
amavamo tanto? Malgrado il grumo agro di quei ricordi, la dama non riesce a versare alcuna lacrima.
Beato Oriol. Vedi, Dio? Te l'avevo detto che ce l'avrei fatta.
Sui banchi più lontani, le signore rompiscatole piangono, i fogli su Franco circolano con
maggiore vigore, qualcuno sussurra quanti santi spagnoli, che bello. Il più potente di tutti, san
Josemarìa Escrivà de Balaguer i Albàs. Forse è un buon momento per iniziare le pratiche per portare
agli altari la santa regina Isabella la Cattolica; sì, dobbiamo cominciare a lavorarci. Più lontano, in
fondo, vicino alla colonna, don Rella ricorda una confessione e pensa che adesso vorrebbe essere nella
Vall d'Àssua a sentire la cantilena eterna del Pamano.
...
.
...
FINE Parte 2.